Chi ama (il Napoli) non dimentica El Pampa Sosa

Oggi compie 47 anni uno dei principali protagonisti della rinascita del Napoli, l'ultimo 10 azzurro: El Pampa Roberto Carlos Sosa.

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Articolo di Luca Paesano24/01/2022

Esistono giocatori che, per un motivo o per un altro, entrano di diritto nel cuore dei tifosi a prescindere dai meriti sportivi. Ci sono i leader silenziosi, le meteore, le promesse in cui credi ciecamente e in cui continui a credere anche se falliscono. Ci sono quelli che in Inghilterra definirebbero One Season Wonder, ovvero coloro che vivono una, ed una sola, stagione da eroe prima di tornare nell’anonimato da cui erano provenuti. Lo ricordate Michu? Ecco, lui. E poi c’è tutta quella enorme schiera di calciatori a cui ti affezioni perché correlati ad una formazione, ad un momento, ad una stagione, oppure ad un particolare capitolo della propria storia.

El Pampa Sosa, l’Argentina e poi l’Italia

Oggi compie 47 anni uno di questi ultimi, uno dei principali protagonisti della rinascita del Napoli e di quella gloriosa cavalcata dalla Serie C alla Serie A: Roberto Carlos Sosa. Nato nel 1975 a Santa Rosa, in Argentina, crebbe calcisticamente nel Gimnasia la Plata, dove si mise in mostra per stazza e padronanza dell’area di rigore. El Pampa, soprannome legato alla regione argentina d’origine, La Pampa, fu acquistato dall’Udinese nell’estate 1998 con l’arduo compito di sostituire Oliver Bierhoff, ceduto al Milan dopo 62 reti in 96 partite. Difficile eguagliare quei numeri e quella costanza, ma Sosa comunque non deluse. Nei quattro anni in Friuli collezionò 135 presenze e 46 gol, raggiungendo per tre volte la qualificazione in Coppa Uefa e vincendo da protagonista la Coppa Intertoto nel 2001, con 6 reti in 6 partite.

La sua avventura a Udine terminò nell’estate del 2002, quando sulla panchina dei bianconeri arrivò Luciano Spalletti. Da lì cominciò una scialba girandola di prestiti per El Pampa. Prima il richiamo della patria, al Boca Juniors e al suo Gimnasia; poi nuovamente in Italia, in Serie B con le maglie di Ascoli e Messina. La svolta arrivò nel 2004, quando Pierpaolo Marino raccolse la sfida del Napoli. La squadra era da rifondare da zero dopo il fallimento e il ds, come primo tassello, pensò proprio al suo ex centravanti ai tempi dell’Udinese. L’argentino accettò la missione: ripartire dalla Serie C per riportare in alto gli azzurri.

Sosa a Napoli, dalla C1 alla A

Non si racconta certamente di un fenomeno. Non era un giocoliere o uno di quelli dal tocco sopraffino, neanche una punta dal fiuto infallibile. El Pampa Sosa, però, era il costante riferimento offensivo del Napoli, era colui a cui affidare i palloni sporchi, quelli rinviati a casaccio, da difendere con il suo metro e novanta, da trattenere in attesa dell’avanzata dei compagni e da smistare per creare una nuova azione. Manco a dirlo, era colui sulla cui testa dovevano essere indirizzati i cross in area. Ed era anche il pianeta attorno al quale i satelliti, i vari Calaiò, Pià, Bogliacino, De Zerbi e chi più ne ha più ne metta, dovevano gravitare in attesa della spizzata giusta, proprio come nel basket i cestisti attendono il rimbalzo a canestro. E soprattutto, il Pampa ci metteva sempre il cuore.

I suoi numeri, d’altronde, non mentono: 10 reti nella prima stagione e solamente 6 nella seconda. Pochi ma buoni, perché se il Napoli riuscì a fare il primo salto dalla C1 alla B, molto lo deve anche al lavoro del Pampa. Si mantenne costante anche in Serie B, con 6 marcature in 32 presenze, e poi al suo – e al nostro – ritorno in Serie A, con 6 gol in 30 partite. Reti, alcune, decisive sia per la promozione che per l’ottavo posto in campionato.

La sua esperienza si concluse nell’estate 2008, con un bottino complessivo che parla di 131 gettoni in maglia azzurra e 30 reti. Non il più forte, ma nemmeno uno qualsiasi. Dopo Napoli tornò nuovamente in patria, per il terzo capitolo della sua avventura al Gimnasia. Infine, ancora l’Italia con la Sanremese e poi la Svizzera con il Rapperswil-Jona, prima di appendere definitivamente le scarpette al chiodo nel 2011. Oggi Sosa ha intrapreso la carriera da allenatore e, dopo le due esperienze iniziali al Sorrento e al Savoia, si trova ora negli Emirati Arabi alla guida dell’Under 21 del Dibba Al Hisn.

El Pampa Sosa: chi ama non dimentica

I numeri, i piedi ruvidi, il passo macchinoso e sgraziato non ne facevano sicuramente un fenomeno, eppure sfido chiunque a non ricordare El Pampa Sosa con un sorriso compiaciuto stampato in volto. L’argentino è stato uno di quelli che, al di là dei propri limiti, ha sempre dato tutto per la maglia azzurra. E Napoli lo ha riconosciuto. È stato uno di quel gruppo che ha ridato orgoglio ad una città. Sarà stata la voglia di rivalsa, ma la passione, le emozioni e le gioie di quei momenti non sono neanche lontanamente comparabili a quelle di oggi, seppur la posta in palio sia ben più ricca.

Napoli, per un calciatore nato in Argentina, è un po’ come una terra santa. Roberto Sosa la ha raggiunta, la ha toccata con mano con la divisa del suo dio, la 10 di Maradona. El Pampa è stato l’ultimo della storia partenopea ad andare in gol con quel numero sulle spalle e oggi quella maglia, anche autografata da Diego, la custodisce come una reliquia. “Avevo chiesto al club il 10, in Serie C era obbligatoria la numerazione 1-11 per i titolari. Vestire quella maglia è stata un’emozione unica e con quella addosso arrivò anche il gol promozione. Diego me la chiese, ma per me valeva troppo. Forse ho sbagliato, avrei potuto renderlo felice”, ha raccontato.

Una frase sentita qui a Napoli lo aveva conquistato: “chi ama non dimentica”. Se l’è tatuata sul braccio insieme ad un numero 10, a testimonianza di un legame indissolubile con una terra ed un popolo che per anni sono stati casa sua. È la stessa frase che aveva stampata, insieme al volto di Maradona, sulla storica maglia celebrativa, che mostrava con fierezza ad ogni gol. La stessa con cui trascorse gli ultimi attimi partenopei. Era l’11 maggio 2008 e il Napoli aveva appena vinto 3-0 contro il Milan grazie alle reti di Hamsik, Domizzi e Garics. Il San Paolo, però, era tutto in piedi per l’ultimo applauso al Pampa Sosa, che con un interminabile giro di campo concludeva un bellissimo capitolo della sua vita. Chi ama non dimentica. E Napoli, il Pampa, lo aveva amato veramente.