Napoli che imbarçata

Col Barça la sconfitta non è una vergogna, lo è il modo in cui la si è rimediata.

Articolo di carloiacono25/02/2022

©️ “FABIAN RUIZ” – FOTO MOSCA

Quanta acqua ha tirato su la barça Napoli, se fosse stata in mare aperto sarebbe affondata, e, sinceramente, c’è chi scommette che sarà difficile vederla ritornare in porto. I più, infatti, scommettono che questo finale di stagione assumerà i contorni di un romanzo di Verga, nella fattispecie “I Malavoglia”.

È stata, di certo, una spedizione fallimentare quella dei playoff di Europa League per gli uomini di Spalletti. Al Camp Nou, la distanza tra gli azzurri e gli azulgrana era già parsa evidente, solo chi vive col Jamon agli occhi, poteva non coglierla. Certo il risultato poteva ingannare, perché un pareggio nel teatro culérs fa primavera, ma alla stregua di una rondine. La banda Xavi aveva messo sin dall’inizio le carte sul tavolo, come a dire patti chiari amicizia lunga, 65% di possesso palla, 25 occasioni gol create non convertite in rete solo per sterilità indotta, da campi elettromagnetici (o dal fato), più che dagli avversari. Se Ferran fosse stato in serata oggi stareremmo a commentare un totale complessivo tennistico.

E, in effetti, ieri il Barça con il Napoli non ha giocato a calcio, bensì a squash, l’ha preso a pallate, manifestando una superiorità manifesta nei confronti degli avversari, e forse della Serie A tutta. A forza di considerare i blaugrana una nobile decaduta, forse è arrivato il momento di riconoscere il lavoro di Xavi, e la purezza tecnica di giovani puledri che se ben messi sul prato potrebbero nel giro di qualche anno trionfare nuovamente in Europa, prima in quella dei piccoli (questa stagione), e poi in quella in cui i purosangue di famiglia hanno lasciato “zoccolate” imprese per sempre. Manca un Messi, ma non è detto sia un male.

Fatto sta che il Napoli si è reso protagonista della peggiore serata dell’era Spalletti. Appurato il divario tecnico ci si aspettava qualcosa di più dell’arrendevolezza e del lassismo. Chi considera queste serate come una figata dovrebbe vivere d’entusiasmo e non di paura e passività. Ma purtroppo forse la figata è solo negli occhi di chi allena, in chi gioca c’era solo terrore, spaesatezza. Non c’è stata fede nella vittoria. Non si è creduto fosse possibile, altrimenti avremmo almeno assistito ad una manifestazione di cattiveria, ad una attenzione ai dettagli. I dettagli li fanno un calcio d’angolo sbagliato, una mancata uscita in fase difensiva, maglia troppo larghe in area, un velo non intuito. Adama Traorè è veloce ma andava abbattuto, De Jong non ha disegnato una traiettoria, bensì, da olandese com’è, un tulipano, ma andava aggredito prima e seguito poi, a Piquè il pallone è arrivato senza alcuna intenzione di intercettarlo.

Si è sbagliato tanto. Hanno sbagliato un po’ tutti. Il piano gara è stato tremendo, arrogante, superficiale. Avere la presunzione di creare dal basso e giocarsela di possesso contro chi dirige il possesso è un po’ come pensare di vincere una gara di birre con un irlandese. Finisci col perdere e svegliarti al mattino con un grosso mal di testa. Quello che avrà oggi Spalletti, in hangover potente. Non ha retto il centrocampo, leggero come una camicia di lino usata per tenersi caldi in montagna. Sarebbe stato meglio rinforzalo, magari con una linea più folta. È mortificante osservare Elmas ancora alto a destro, come un esterno di ruolo, che chiaramente non è. Mortificanti sono state tutte le perfomances di chi è sceso in campo. Nessuno escluso, solo Osimhen, più grande dei suoi stessi compagni. Il nigeriano ha incoscienza, voglia di rivalsa, nessuna paura, è moderno, libertino. Il nigeriano è tutto ciò che oggi il Napoli non è, per limiti ancora una volta caratteriali.

Col Barça la sconfitta non è una vergogna, lo è il modo in cui la si è rimediata. Resta il campionato e la speranza di una reazione. Il tornado blaugrana è passato, c’è qualche perdita, almeno due onde alte da affrontare (Lazio e Milan), se si vuol rivedere la riva. Il mare ha parlato, e ha possibilità di conviverci solo chi riesce ad ascoltarlo.