Jannik, una stella quasi italiana

Jannik, una stella quasi italiana

I CAMPIONI DELL’EST EUROPEO

Pietrangeli, il suo erede Panatta, poi il vuoto di decenni, recriminazioni sul deficit strutturale del tennis italiano, gli alibi per difenderlo dalle accuse di bloccare l’avvento di giocatori potenzialmente competitivi, distolti da fatica e sacrifici in età sportivamente evolutiva con attraenti lusinghe di spregiudicati sponsor e drogati dal tifo controproducente di padri allenatori-manager-tuttologi: nel frattempo prendeva consistenza il fenomeno di campioni dell’est europeo, atleti e atlete di luoghi del mondo affamati di successo per sopperire con lo sport a disagiate condizioni economiche. Si delineava il parallelo tra questi Paesi e la grandeur degli Stati Uniti, delle sue scuole ad alto livello tecnico, supportate da ingenti risorse, meta di perfezionamento per promettenti giovani tennisti di tutto il mondo.

In parallelo, il nostro tennis ha vissuto momenti recenti di gloria grazie alle tenniste, al loro impegno per emergere nello sport e infrangere il muro del maschilismo dominante. Per anni lo ‘scriba’ Clerici ha inutilmente denunciato i perché dell’assenza di tennisti italiani dal gotha dei top ten dello sport di cui è stato straordinario narratore. Ora potrebbe raccontare con la sua abituale eleganza lo stupore per l’improvviso, inaspettato irrompere di giovani tennisti italiani nell’Olimpo delle eccellenze emergenti, i Berrettini, Cecchinato, Musetti, Sonego.

JANNIK SINNER, IL PREDESTINATO

A illuminare i tempi bui del passato irrompono però i vent’anni di Jannik Sinner, giovane figlio del profondo nord, nato a Sesto Pusteria, famiglia di madrelingua tedesca, figlio di Siglinde e Hanspeter. In un amen invade il territorio internazionale dell’élite abitata dal serbo Djokovic e dal suo probabile successore, il russo Medvedev. Jannik possiede in tutta evidenza il crisma del vincente, predestinato per merito di madre natura, ma anche assistito da uno staff di eccellente livello e soprattutto favorito dalla dote innata di mantenere alta la concentrazione per l’intera durata degli incontri. Più di Djokovic sembra quasi di ghiaccio, mentalmente lucido in ogni situazione di gioco, ha nel palmares cinque titoli ATP su sei finali disputate. 

L’ultima impresa è di attualità: vince il torneo ATP di Anversa contro un avversario tutt’altro che arrendevole, l’argentino Schwartzman.  Lo annichilisce con un perentorio 6/2 – 6/2, domina su tutti i fronti, atleticamente, mentalmente, con l’autorità che si acquisisce solo con esperienza di lungo corso. È quasi impossibile pronosticare se e quando Jannik concluderà la scalata al titolo di numero uno del tennis mondiale, ma le premesse ci sono tutte. L’entusiasmo per le sue strepitose performance compensa il rammarico degli appassionati per l’infinita attesa di un campione dotato del giusto mix di determinazione e talento, abilitato a condividere il mondo dorato dei Federer, Nadal, Djokovic. Sullo sfondo incombe però la contraddizione della personalità ‘nordica’ di Sinner, che esulta, ma con il pedale del freno schiacciato a fondo, che quasi non suda, che sembra non accorgersi del pubblico dei palasport, che come tanti fa il ‘pugnetto’, ma appena accennato per commentare un difficile colpo vincente, che ti guarda, ma non ti vede, che archivia vittorie esaltanti nel diario della normalità e così delude la prorompente, mediterranea passione sportiva degli italiani.

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