Ibra e il Milan: cercare nel passato la benzina per il futuro

Da Paolo Maldini a Zlatan Ibrahimovic il Milan cerca nel passato idee e benzina per il futuro.

Articolo di Roberto Beccantini26/12/2023

©️ “IBRA” – FOTO MOSCA

Da Paolo Maldini a Zlatan Ibrahimovic il Milan cerca nel passato idee e benzina per il futuro. Il mestiere dell’ombra, di solito abbinato ai traduttori, vale anche per i suggeritori. Al netto dell’etichetta, pesano le funzioni. Maldini fu parte integrante del ritorno in Champions e del diciannovesimo scudetto. Sappiamo com’è finita. E sappiamo da chi Gerry Cardinale e la RedBird hanno deciso di ricominciare.

Ibra ha 42 anni. La periferia lo annoia. In campo, è stato spesso la soluzione dei problemi che gli avversari creavano alle sue squadre. Ogni tanto, il Dio-Io covato nel suo sconfinato talento e nel suo smisurato Ego lo ha trasformato in problema. Riempie un vuoto, patti chiari e relazione lunga. E’ l’uomo del padrone, un americano che titilla i bilanci prima ancora che l’afflato popolare. Rivestirà il ruolo di «senior advisor», ruolo vago ma vasto (o vasto ma vago) «in stretto coordinamento con proprietà e management», dalle mansioni «attive e centrali» a livello sportivo e commerciale. Non solo: si occuperà persino di «sviluppo dei giocatori e formazione per alte prestazioni e progetti speciali come il nuovo stadio».

Dopo la diffusione della notizia, il Diavolo rimontò il Newcastle (da 0-1 a 2-1) e surclassò il Monza a San Siro (3-0). A qualche buontempone piacque abbinare la scossa al dispaccio della rimpatriata, un classico di noi italiani a caccia morbosa di un deus comunque e dovunque, «ex machina» o ex qualcosa. E allora, dopo il 2-2 di Salerno? Il trasloco da mattatore a manager non è immediato. Ibra è un Totem che dovrà reinventarsi «officiante». Cruciale si profila il rapporto con Stefano Pioli, l’allenatore che trovò nel dicembre del 2019. Non c’è paragone fra le personalità, ma neppure tra i gradi (e gli infortuni). Ecco allora che urge un equilibrio che non prosciughi il carisma del domatore né minimizzi il contributo del consigliere.

Terzo in classifica, il Milan è scivolato in Europa League. Gli obiettivi di stagione si sono ridotti alla zona Champions, a un trofeo mai vinto neppure quando si chiamava Coppa Uefa, alla Coppa Italia. Le cicatrici del corpo avevano spinto lo Zlatan atleta a spendere gli ultimi spiccioli di carriera lontano dal fronte vivo del calendario, più generale da summit che soldato da sbarco. Ha un carattere che cavalca le onde aspre del Web, poco incline al compromesso. La lingua è frusta, non piumino: difficile che gli scappi una banalità. Nessuno nasce imparato, anche se nel suo caso l’esperienza accumulata non sarà mai spazzatura. Di sicuro, ammesso che lo fosse stato, il tecnico non si sentirà più abbandonato. Sono curioso di verificare, in Ibra, l’eredità di Mino Raiola, una disinvolta Primula rossa che sul mercato sapeva inventarsi capitano Achab o Moby Dick in base alle esigenze e alle convenienze.

Lo svedese non è esattamente un ghiacciolo, anzi. Ricorda, metaforicamente, la carnalità e la onni-opulenza di Anita Ekberg, la protagonista de «La dolce vita», come lui nata a Malmoe. Non resta che aspettare. Il vagamondismo che ne ha scolpito le migrazioni ribadisce come e quanto sia stato, di volta in volta, una star «devota» ma non «fedele». Sfido chiunque a immaginarlo in ufficio. Lo attende una missione che, senza cancellargli la bacheca, ne verificherà di mossa in mossa l’arte di scalare le montagne sbirciando la mappa e rinunciando alla piccozza. Il nome è tale che frasi come «diamogli tempo» sembrano banali. Viceversa, sarà proprio Padre Tempo (Lele Adani dixit) a fornirci i riscontri più delicati. E occhio alla massima di Louis Antoine de Saint-Just, arcangelo del Terrore: «Chi fa una rivoluzione a metà non fa altro che scavarsi una tomba». A metà? Con Ibra? Per carità.

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