L’Africa torna indietro di 50 anni

L’Africa torna indietro di 50 anni

Dove eravamo rimasti? Se non sbaglio agli inni suonati a cappella dai calciatori di Gambia e Mauritania. Qualcuno pensava che quello potesse essere il punto più basso della 33esima edizione della Coppa d’Africa, dopo l’estenuante polemica degli stadi non a norma. E invece l’esibizione live all’impianto sportivo di Limbe è stata solo l’incipit di una situazione che non si riesce più a decifrare.

 È drammatica? È una farsa? Probabilmente un po’ di tutto, con la benedizione del presidente, a vita, Paul Biya. L’uomo che ha messo mano più volte alla costituzione per poter essere rieletto.

Pensate che accolse i giocatori del Camerun al rientro dai mondiali di Spagna 82. Lui c’era già, e da 40 anni terrorizza il Paese dei Leoni Indomabili: carcere agli oppositori, morte ai contestatori. Prima o poi anche il Tribunale dell’Aja si occuperà delle malefatte dell’89nne presidente.

Per ora ci accontenteremmo se a battere un colpo fosse il grande capo della Fifa Infantino, l’uomo che sponsorizza i mondiali ogni due anni e che sembra non rendersi conto di che cosa sta accadendo nel continente nero, dove il torneo, ogni due anni, non funziona più.

È accaduto davvero di tutto dal 9 gennaio, giorno del fischio d’inizio della manifestazione, e forse ancora qualcosa accadrà.

Tanto per cominciare finirà sul banco degli imputati la commissione medica della Caf, abile a pescare giocatori positivi al Covid soprattutto tra le squadre in procinto di affrontare il Camerun. Il Burkina Faso ne ha persi cinque, naturalmente titolari. Alla vigilia degli ottavi di finale, stranamente positivi al Covid sono risultati tutti e tre i portieri delle Isole Comore. Caso vuole che la formazione isolana avrebbe poi sfidato il Camerun. Nonostante un difensore improvvisato guardiano, e una discutibile espulsione dopo appena 7 minuti, le Comore hanno perso solo 2 a 1, passando addirittura a condurre le danze.

I governi di Tunisia, Nigeria e Guinea parlano apertamente di epidemia dolosa. Le loro squadre nazionali sono state ospitate in alberghi dove le camere erano minuscole e arredate per 4 o 5 persone, con letti rigorosamente matrimoniali. L’intento? Non consentire il distanziamento e far circolare il virus.

Gambia e Capo Verde invece puntano il dito contro la somministrazione di cibo scaduto, per decimare le squadre prima delle partite contro i padroni di casa.

Il dramma si è poi consumato lunedì sera allo stadio Olembe della capitale Yaoundé, dove almeno otto tifosi (ma si parla di un numero maggiore di vittime) sono morti schiacciati dalla calca. Una ressa nata perché gli organizzatori volevano più tifosi possibili a sostenere il Camerun e così hanno deciso di aprire un settore, facendo entrare gratis il pubblico, che era stato chiuso per le restrizioni Covid.

Eppure secondo la stampa di Yaoundé tutto sta procedendo bene, senza intoppi. I media online sono stati ripuliti dalla notizia della sciagura e i giornalisti stranieri presenti non perdono occasione per tessere le lodi dell’organizzazione. È facile entrare nei loro panni e forse comprendere come sia stato costruito il muro di omertà: siamo in un’epoca molto social, ed è facile, anche e soprattutto per i servizi di sicurezza, intercettare eventuali articoli o post critici di colleghi che si trovano in loco.

Non ci vuole nulla, e chi vi parla l’ha vissuto più volte in prima persona, nel trovarsi alla porta della camera d’albergo militari o polizia e vedersi sequestrare il passaporto, o peggio ancora.

È l’Africa signori miei, non quella dei cataloghi delle agenzie di viaggio, finta e cartonata. È un’Africa dove il più furbo e arrogante ha sempre la meglio. Retaggio di una civiltà per secoli saccheggiata dai colonizzatori, che ha reagito e reagisce allo stesso modo. Fottere, preventivamente, per non essere fottuti. E perdonate il francesismo.

La chiusura voglio dedicarla agli scarsi aspetti tecnici del torneo. Se la stella è un pezzo da museo come l’attaccante del Camerun Vincent Aboubakar, trombato in tempi recenti da Porto e Besiktas, significa che siamo davvero alla frutta.

Una nota di merito va attribuito al piccolo Gambia, non solo mutuato da sei atleti che giocano in Italia, ma preparati fisicamente da un professore italiano, Daniele Caleca, 34 anni, originario di Partinico, provincia di Palermo, che per inciso sta svolgendo un ottimo lavoro.

La sua è la parabola di un’immigrazione alla rovescia: dopo aver fatto bene a Trapani, ha lavorato in Libia, Algeria e Botswana, ma è a Malta che la carriera ha trovato una svolta decisiva.

“Lavoravo per il Floriana e incontrai Saintfiet, che all’epoca dirigeva la nazionale maltese. Apprezzava quello che facevo e quando è diventato ct del Gambia mi ha voluto con sé”

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