Ricordando Paolo Di Canio e il San Paolo festante

Un manto di coriandoli e una rete. Di Canio ubriaca di finte Panucci e Baresi, e regala al Napoli una vittoria dal sapore europeo.

Articolo di Lorenzo Maria Napolitano27/03/2022

Il 27 marzo 1994, Paolo Di Canio, su un tappeto di coriandoli ubriaca di finte Franco Baresi e Christian Panucci.

Poco prima di quella stagione, Napoli-Milan sarebbe stata la sfida scudetto, ma il San Paolo non è più teatro del dieci più forte del mondo. La squadra, dopo la sua assenza, perde tutto ciò che aveva. Tranne, però, l’amore della sua gente. La squadra è sommersa di debiti, l’anno prima ha evitato la retrocessione nelle ultime giornate e l’organico che si ritrova è costruito a pane, amore e fantasia. Dopo aver venduto l’argenteria – Crippa e Zola – e schierato qualche giovane interessante come Taglialatela e Cannavaro, la benevolenza degli altri club prevale sulla rivalità. Arrivano Gambaro, in prestito dal Milan, e Di Canio, dalla Juventus. Eresia oggi.

In una stagione in cui il Napoli riesce a divertire, il Milan regna sovrano. Una difesa equiparabile ad una muraglia: Baresi, Panucci, Maldini, Tassotti, Costacurta. I rossoneri non subiscono gol neanche per sbaglio. Sebastiano Rossi, portiere-pugile, batterà il record d’imbattibilità: 929 minuti senza subire gol. Con lo scudetto quasi cucito in petto, il terzo di fila, una corazzata si presenta a Fuorigrotta. Nonostante i perpetui attacchi rossoneri, il risultato è inchiodato sullo 0-0. La sfortuna non sorride al Milan, Gianluigi Lentini colpisce un incrocio che grida vendetta. Un punto contro la squadra di Mister Capello è un bottino più che nobile, soprattutto per quel Napoli.

Corre il minuto 79′ quando Renato Busio – spinto dall’amore di un San Paolo gremito – lotta a centrocampo per recuperare un pallone vagante. Dopo aver arpionato la sfera, lancia di prima intenzione Paolo di Canio, libero di sfoggiare il suo talento adamantino. Entrato in aria, ad accoglierlo v’è un manto di bianchi coriandoli, sui quali inizia a danzare. Elude con una finta Panucci; raddoppiato da Baresi, si esibisce in un’altra finta, si accentra. Dirige verso il dischetto lo sguardo, ma non andrà lì, è uno specchietto per le allodole – i centrali rossoneri. L’attaccante romano sterza, si porta il pallone sul sinistro e, defilatissimo, fulmina l’incolpevole Seba Rossi, estirpando le ragnatele dall’incrocio dei pali. La matta corsa perdifiato fa esplodere lo stadio. Via la maglia, braccia aperte e corsa sotto la curva. La curva che è – e non potrebbe non esserlo – una bolgia.

Il Milan non si cruccia troppo per la sconfitta, tranne il suo portiere, che affermerà ai microfoni: “Di Canio ha sbagliato a crossare“. Prendere gol sul proprio palo, per un portiere, non è mai questione di poco conto. Figuriamoci per un matto come Sebastiano Rossi. Al termine della stagione, Di Canio tornerà controvoglia alla Juventus. Solo per poco, poiché dopo un breve periodo sarà ingaggiato proprio dal Milan.

Per il Napoli, invece, quell’idillio rappresentò il canto del cigno. La vittoria contro il Milan e la stravagante giocata del suo numero 7 regalarono l’ultimo grande grido. Dopo quella stagione, Napoli e il Napoli inizieranno a scendere vertiginosamente negli inferi. Culminando nel fallimento della società nel 2004.