Un provocazione sui ct della Nazionale: da Enzo Bearzot a Roberto Mancini
I vincitori via, subito. Non già per invidia, per scaramanzia o per un’improvvisa botta di acredine. Perché è difficile conservare e trasmettere gli stessi stimoli.

© “MANCINI” – FOTO MOSCA
Lasciamo perdere Vittorio Pozzo, la cui doppietta (1934-1938) risale a periodi troppo lontani, e troppo «speciali», per fornire validi elementi di confronto. Stiamo sull’attualità. Ne approfitto per offrire un piccolo argomento di discussione, per avanzare una modesta proposta. La prendo larga e, per non annegare nella consecutio temporum, vado di presente storico.
Enzo Bearzot vince il Mondiale del 1982, sull’onda lunga e bella del quarto posto in Argentina, e abbandona gli Europei del 1984 già alla fase a gironi. Il caso di Marcello Lippi è diverso: non troppo, però. Alza la Coppa di Berlino nel 2006, rassegna le dimissioni e torna nel 2010, in Sud Africa, al posto di un Roberto Donadoni che non aveva placato gli appetiti di Giancarlo Abete, presidente federale dell’epoca. È il Mondiale di Nelson Mandela, che la Spagna strapperà ai calci totali dell’Olanda. I «Lippanti» barcollano e crollano, due punti in tre partite fra Paraguay (1-1), Nuova Zelanda (1-1) e Slovacchia (2-3), record negativo.
Cesare Prandelli accarezza, da ct, l’Europeo del 2012, surclassato in finale dalla Spagna di Vi(n)cente Del Bosque, e cade in Brasile, anch’egli al primo turno come Lippi, in quello che resta la nostra ultima sfilata «sul campo». «Non rubo i soldi dei contribuenti», dichiarò, triste e orgoglioso, all’atto di ritirarsi. Arrigo Sacchi, lui, sfiorò la corona nel 1994, a Pasadena, sconfitto «solo» ai rigori dal Brasile di Romario e Bebeto (con un imberbe Ronaldo in panchina). Due anni dopo, agli Europei inglesi, tre partite e a casa. Senza se e con pochi ma: il rigore sbagliato da Gianfranco Zola con i tedeschi.
Siamo a Roberto Mancini. Campione d’Europa l’11 luglio del 2021, cacciato dal Qatar il 24 marzo 2022. Ed ecco il mio «lodo»: resi i più struggenti onori e dedicati i più scoppiettanti vitalizi, materia in cui pochi ci battono, ogni ct che vince un Mondiale o un Europeo deve dimettersi seduta stante e, in caso di resistenza o resilienza, va deposto con le «armi». Per rafforzare il senso del messaggio e la virilità della provocazione, ho citato anche coloro che, Icari coraggiosi ma precari, al sole si avvicinarono e ne vennero sciolti. Liberissimi di ignorarli.
I vincitori. Via, subito. Non già per invidia, per scaramanzia o per un’improvvisa botta di acredine. Perché è difficile – come documentano i casi citati – conservare e trasmettere gli stessi stimoli; perché è complicato non addormentarsi fra i cuscini delle edicole; perché è scorbutico non credersi unti dal Signore e, nel medesimo tempo, non immaginare che quello stesso Signore, inteso come destino, vorrà indietro, prima o poi, gli episodi, tanti o pochi, elargiti a titolo gratuito. E poi per le scorte di gratitudine che possono condizionare il setaccio della rosa, da Bearzot a Mancini.
Chiunque sia il sommo duce della Figc e chiunque risulti il ct, se costui è stato così bravo da centrare il bersaglio grosso, arrivederci e grazie. Si immoli il vitello grasso, gli si dedichi una statua o una piazza, lo si inserisca nei libri di scuola, a imperitura memoria. Ma ci lasci la sua pace. Non c’entra il valore, indiscusso e indiscutibile. E non importa se Del Bosque, intascato il Mondiale del 2010, recapitò alla Spagna persino l’Europeo del 2012. C’entra il rapporto con quel domani che rischia di confondersi con il suo ieri. Non che per essere confermati perdere aiuti, o diventi addirittura indispensabile, ma la tentazione di sentirsi «troppo» – e, di conseguenza, infallibili – costituisce un balzello che pagherebbe l’intero gregge, mica solo il pastore. In un sistema nel quale, a maggior ragione, se Jorginho sbaglia due rigori contro la Svizzera è colpa del badante e non del badato.
