Mondiali: «mala recupera currunt» (ma l’idea è giusta)

Non è subdolo il recupero del recupero; errato è il ricorso all'introduzione clandestina. Prepariamoci, come minimo, a maratone di due ore.

Arbitro, napoliFOTO MOSCA
Articolo di Roberto Beccantini28/11/2022

©️ “ARBITRI” – FOTO MOSCA

Mala «recupera» currunt. Prolungare è un diritto o un sopruso? In Qatar si discute anche di questo. L’attraversata del deserto verso il tempo effettivo nel calcio sta spaccando il Mondiale. Le partite «infinite» hanno scombinato le fazioni sino a confonderle, a mischiarle. Chi era per il cronometraggio «netto», tipo basket, tentenna: spiazzato. Chi era per il cronometraggio «lordo», alla pene di segugio, fa la ola: esaltato.

Lunedì 9 aprile 2018 scoprii un idolo: lo speaker del «Partenio». Agli sgoccioli di Avellino-Perugia di serie B (2-0), l’arbitro Marco Piccinini comunica il recupero al quarto uomo che lo sbandiera al popolo: sette minuti. Dall’altoparlante rimbomba, improvviso e tagliente, un urlo: dodici minuti. Dodici? Sì, dodici. Brusio, risate, nervi tesi. Su tutti, l’allenatore degli irpini, Claudio Foscarini (al debutto). Ma come, ma perché, ma che cavolo. I dodici minuti sono finiti nel rapporto della quaterna e nella sentenza del giudice sportivo: mille euro di multa alla società per «responsabilità oggettiva». Insomma: il «rincaro» non fu gradito. Lo ritennero provocatorio, quasi offensivo. Esagerati.

La svolta «pubblica» e ufficiale, in compenso, risale a una trasferta della Juventus a Cremona, il 21 gennaio 1996. Pilotata da Gigi Simoni, la Cremonese si presentò sul 3-2 al 90’. Il pareggio di Pietro Vierchowod piovve dall’ennesima bolgia, in una parentesi cronologica di esclusiva competenza dell’arbitro, Loris Stafoggia. Molto inveì, Simoni. La sua protesta, raccolta dal designatore Paolo Casarin, portò la Fifa a scongelare l’entità del recupero, affinché tutti, dal campo alle curve, diventassero testimoni di un fatto palese, e non più di un calcolo lecito ma carbonaro. Scrivevo: «A distanza di 26 anni, per superare la divisione fra buonisti e cattivisti, non resta che il tempo effettivo. Idea troppo saggia, per «“sudditi” così folli».

Alla ricerca ossessiva del tempo perduto, Pierluigi Collina in versione Marcel Proust ha forzato la mano. Non è subdolo il «recupero del recupero», anche se sarebbe opportuno sbandierare un cartello supplementare che lo segnali; errato è il ricorso all’introduzione clandestina, senza averne illustrato il metodo quando il tempo (normale) avrebbe permesso alla Fifa di farlo con agio. Sarebbe stato sufficiente diramare una velina e parlarne, alla vigilia, con i diretti interessati: i giocatori. Almeno loro. Sdoganarlo alla fase finale di una Coppa del Mondo aggrava – e non alleggerisce – le procedure d’impatto. La logica consiglia di partire dal basso, per sperimentare, non dall’alto.

La televisione non si è schierata. Aspetta, verifica, soppesa. Se l’obiettivo sono i 30’ effettivi per tempo, prepariamoci, come minimo, a maratone di due ore. Ma proprio come minimo. Non v’è dubbio che le soste al Var, i cambi (da tre a cinque e, in casi estremi, persino sei) e le punizioni con lo spray abbiano caricato di zavorre non lievi l’etica che dovrebbe proteggere il rito dalle rateizzazioni sfiancanti e viziose. C’è chi si batte per inserire addirittura i time-out. Ci sono già, basta frugare tra infortuni, staffette e proteste.

È buffo, se mai, constatare che neppure l’orgia di code ha spinto il tempo effettivo «droit au but». Si resta sui livelli russi di 55’, quando le gare durarono mediamente 97’ contro i 106’ attuali. «Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno», ammoniva Oscar Wilde. Alla larga, dunque, dagli acrobati che sono scesi dal carro del tempo effettivo perché colti «sul fatto» (e non partecipi del medesimo). Collina, che dal 2017 è il filosofo e il megafono degli arbitri, ha sbagliato un passo nella direzione giusta. Non sarà il massimo, ma vi sfido a dire, alla Fantozzi della «Corazzata Potëmkin», che è una schifezza.

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