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Uno per tutti, tutti per…

tifosi

Idea balorda, figlia di estraneità alle complesse strategie dei grandi club come il Barcellona, il Manchester City, il Paris Saint Germain? Molto probabile…ma sostenuta da esperienza diretta. Alessandro, Alex, perché figlio di una figlia oramai inglese, nasce ‘palleggiando’ e appena in condizione di stare in piedi calcia di mancino come un Messi in 32esimo.

Il calcio, esiste e come, è tutto o quasi per i talenti che chissà quale ganglio del cervello spinge a vivere di pallone. Il piccolo Alessandro nel college diventa un mito, incanta dribblando, inventando assist e gol contro avversari anagraficamente maggiori di età. Lo adocchia un osservatore del Chelsea, lo invita nel lussuoso centro sortivo della squadra inglese. E via così. Non è necessario chiedere al fenomeno in erba “che vuoi fare da grande?”: che altro se non il calciatore? Il caso di Alex aziona le cellule del cervello deputate a elaborare eventi, accadimenti, genera pensieri che somigliano molto a sogni, a chimere.

Immaginiamo che mister “X”, con il germe calcio che ne condiziona la vita, con l’ausilio di esperti collaudati, scopra e metta insieme una ventina di Alex e che li tenga insieme, segua la loro evoluzione, cementi la loro amicizia, faccia crescere la reciproca stima, la conoscenza delle rispettive caratteristiche, curi l’affiatamento, l’acquisizione di schemi di gioco eccetera, fino al momento di competere a tutti i livelli. Un percorso del genere avrebbe come esito il miglior calcio del mondo, offrirebbe a club prestigiosi il meglio possibile senza dover comporre il mosaico di un organico di eccellenza pescando qua e là giocatori da acquistare a costi stratosferici?

La risposta è probabilmente che se fosse così semplice concretizzare l’idea qualcuno l’avrebbe già fatto, ma il caso Alex lascia comunque aperto uno spiraglio alla fattibilità del progetto “tutti insieme fino alla meta”, ipotesi che si potrebbe teoricamente esportare in altri sport collettivi come il basket, la pallavolo, la pallanuoto…

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