La Spagna prigioniera dei gol fantasma: abbasso Tebas, viva la Liga!

Il calcio è guerra di religione: guai, dunque, a mollarlo in balia della pigra ghigliottina dei suoi papi. Abbasso Tebas. Viva la Liga.

AncelottiFoto Mosca
Articolo di Roberto Beccantini29/04/2024

E bravo il signor Javier Tebas Medrano, 61 anni, avvocato e presidente della «Liga Nacional de Fútbol Profesional»: in parole povere, della Confindustria spagnola di Serie A e B. Che pena, il suo «Non vale la pena di investire tutti quei soldi sulla Goal Line Technology, che infallibile non è». Tutti quei soldi: cinque-sei milioni di euro. Una mancia, con i balzelli che corrono. Inoltre: «I “gol fantasma” non sono mai più di tre o quattro a stagione», e allora, parafrasando José Mourinho, «por qué»?

Semplice: per la giustizia e la pulizia dello sport. Era domenica 21 aprile e il destino si annoiava. Decise, così, di fare un salto al Bernabeu. Si giocava il «clàsico»: il Real fresco dei rigori guardioleschi, il Barça pugnalato dal rosso a Ronald Araujo e dalla lama di Kylian Mbappé. Per la cronaca, e per la storia, la spunteranno i blancos di Carlitos Ancelotti: 3-2. Occhio, però: al 28’ del primo tempo, sul risultato dell’1-1, Lamine Yamal «taccheggia» un pallone che Andrij Lunin, il portiere, coccola e ribatte dalla linea, tutto dentro o tutto no? Se «di doman non v’è certezza», figuriamoci di un attimo. L’arbitro, Cesar Soto Grado di Candeleda, attende lumi, sì. Ma dalla Nasa del Var, non dall’orologio collegato alla «Glt», come sarebbe successo – clamoroso al Cibali – persino dalle nostre parti.

Invano Ilkay Gündogan lo invita a compulsare la cipolla che dovrebbe portare al polso. Ignaro, il tedesco di sangue turco, che la Spagna ha scelto di restare indietro. Robe dell’altro mondo? No, di questo. Naturalmente, le crocerossine al video non potevano che scomodare un vecchio detto di Voltaire – «Il dubbio è scomodo, ma solo gli imbecilli non ne hanno» – e assolvere l’episodio per insufficienza di prove. Vi lascio immaginare le reazioni. Catalogna contro Castiglia: per essere franchi, e per essere Franco; «asì asì gana el Madrid», e vai di karaoke. Uffa che barba.

Peggiore in campo, per distacco, non lo «sceriffo» che non poteva arrivare, umanamente, là dove arriva, a stento, la scienza. Peggiore in campo, Tebas. Questo personaggio che ha portato la Supercoppa a Riad e intende esportare il campionato negli Usa. Questo tizio che, all’alba della Superlega, si scagliò contro Andrea Agnelli senza se e senza ma, salvo poi patteggiare con i di lui sodali, casualmente Florentino Perez del Real e Joan Laporta del Barcellona. Gli chiesero, a golpe fallito ma ancora caldo, che tipo di provvedimenti avrebbe preso in qualità di «jefe» della Confraternita pallonara. Avrebbe squalificato le società ribelli, o continuato a randellare esclusivamente Andrea? Tebas rispose: «Punire Real e Barça? No: basta l’esecrazione popolare».

E vai. I Tebas sono i Don Chisciotte del Ventunesimo secolo, privi della magia di un Cervantes e di una Dulcinea cui «valesse la pena» (a proposito) dedicare un piano d’amore, se non addirittura un sogno. Con i mulini a vento del Fato ad ammaccarne un carisma che gli addetti gli riconoscono per calcolo e meno, molto meno, per stima. Il rifiuto della Goal Line è strepitoso e, a modo suo, scandaloso: non c’è torneo «top» che non l’abbia adottata, dai perfidi inglesi ai cinici tedeschi. In Italia funziona dal 22 agosto 2015. Saggiata a Udine, costò 2,2 milioni di euro (fonte «Calcio e finanza»). Quattrini ben spesi. I margini di fallibilità esistono e persistono, come per il «Falco» nel tennis, ma a certi livelli le ombre vanno spazzate: e la «scopa» più sicura non sarà mai la botta di sedere.

Il calcio è guerra di religione che trae dal ventre del passato l’ossessione di dover sempre lavare torti, di dover sempre tagliare teste. Guai, dunque, a mollarlo in balia della pigra ghigliottina dei suoi papi. Abbasso Tebas. Viva la Liga.

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