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Berlusconi, il Monza, le elezioni: quei sinistri «sondaggi» del campo

Berlusconi, il Monza, le elezioni: quei sinistri «sondaggi» del campo

Sin da quando è nato, era il 29 settembre 1936, Silvio Berlusconi non è mai sceso dal pulpito: prima il cemento (armato, amato), poi le televisioni, quindi lo sport e, last but not least, la politica. Forza Italia, il Polo delle Libertà, ieri oggi e Tajani. Ma qui è di calcio che parliamo. Il Cavaliere, uomo di destra, fece di quel Milan e con quel Milan – il Milan di Arrigo Sacchi, dei tre olandesi, di Franco Baresi, Paolo Maldini eccetera – una rivoluzione di sinistra. Fuor di metafora e in parole «ricche»: a differenza dei ministri o dei governi, realizzò quello che aveva promesso. Vinse, si divertì, ci divertì. E ci fece schiattare d’invidia. È tutto agli atti, da Arcore alla saga di Fort Talamo.

Il Monza riassume l’ennesima cotta, l’estrema sfida: su sé stesso, contro i luoghi comuni (e comunisti: mai dire mai). Lo acquistò il 28 settembre del 2018, con e per Adriano Galliani, monzese di culla, juventino di cattive frequentazioni e milanista per folgorazione, e lo ha portato dalla Serie C alla Serie A. Per la prima volta in assoluto. Insomma: sum ergo cogito. Il mercato è stato all’altezza del Milan d’antan, un album di pregiati francobolli, da Stefano Sensi a Matteo Pessina, da Gianluca Caprari ad Andrea Petagna, senza trascurare Andrea Ranocchia, ex stampella dell’Inter e subito un perone rotto (auguri).

C’è un però: «Houston, abbiamo un problema». Tre uscite, tre sconfitte: 1-2 con il Toro, 0-4 a Napoli, 1-2, venerdì scorso, con l’Udinese. Già due k.o. casalinghi: e sempre con il Cav in tribuna. Non proprio il massimo, in senso stretto (la classifica) e in senso lato (le elezioni del 25 settembre). Le Coppe dei Campioni lo aiutarono non poco, nella discesa in campo del ‘94, a tenere a bada gli Spaventa e gli Occhetto. È così che la banalità del banale (i risultati) l’ha spinto a scagliarsi contro l’arbitro dell’ultimo «processo», il brindisino Marco Di Bello.

Riporto dalla «Gazzetta» di sabato: «È stato scandaloso. L’Udinese giocava in dodici e con loro c’era anche lui. Come si chiama, Di Bello? Dovrebbe chiamarsi Di Brutto. Il [secondo] gol dell’Udinese era in fuorigioco. E in molti scontri ha fischiato sempre contro di noi. Con una continuità esasperata». Testuale. Naturalmente, nulla che avesse attinenza con la realtà. E neppure con le pagelle dell’adorata rosea. Davide Longo lo ha assolto: 6. Nel dettaglio: «Direzione con qualche sbavatura, ma non ci sono errori negli episodi chiave: giusto l’annullamento del gol del Monza sullo 0-0 (fuorigioco di Caprari) ed è regolare la rete di Udogie». Anche il «Corriere dello Sport-Stadio» ha dato 6 allo sceriffo pugliese, al quale «la partita non sfugge mai di mano».

Nessuno pretende che «questo» Monza emuli, in campionato e nel gioco, «quel» Milan, ma l’immagine è sacra, soprattutto alla vigilia di un voto che si profila epocale e alla luce di un calendario che, già martedì, condurrà i brianzoli nella tana della Roma di José Mourinho. Sua Emittenza frigge. Ha investito fior di quattrini, ha riportato la sua «chiesa» al centro del villaggio, non tollera che sul suo impero possa un giorno o l’altro tramontare il sole o il solo capace di orientarne i raggi: lui.

Il fido Adriano sparge oppio: Giovanni Stroppa non rischia. In fin dei conti, rammenta, anche ai tempi del grande Milan – tra la sconfitta casalinga con la Fiorentina e il k.o. europeo con l’Espanyol, a Lecce – il popolo chiese lo scalpo di Arrigo Sacchi. Intervenne l’unto del Signore e da Verona al Camp Nou la storia si accovacciò, mansueta. È la letteratura del tocco magico. Del resto, come ha scritto Milan (nomen omen) Kundera, «una vita al centro della storia – lo sappiamo bene – non è una scampagnata». We will rock you: e vai.

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