De Ligt non vale Rrahmani (socraticamente parlando)

De Ligt nel contesto Juve, più che 100 milioni, non vale Amir Rrahmani per il Napoli di Spalletti, filosoficamente parlando.

De LigtJUVENTUS CALCIO NELLA FOTO: FOTO ALFATER
Articolo di carloiacono30/06/2022

©️ “DE LIGT” – FOTO MOSCA

Sappiamo dai racconti di Platone che Socrate partoriva le sue idee più ficcanti, intelligenti o inutili, passeggiando e discorrendo nei giardini (peripato) del “liceo” con i suoi allievi/amanti. Ogni discussione, ogni soluzione, anche per un momento godeva di attenzione, e se qualcosa fosse stata inesatta, allora ci si sarebbe corretti, sempre “se si fosse stati capaci di farlo”.

“Se uno fa una cosa per un fine, non vuole la cosa che fa, bensì la cosa per cui fa quello che fa.” In pratica, a Socrate bastava allenare il pensiero. Così, come agli appassionati di calcio, quando seduti al bar davanti a delle Peroni ghiacciate commentano le notizie dei giornali, interessa il proprio di pensiero più che il fatto in sé. 

Per spiegarci, la questione è “Koulibaly va via dal Napoli”, assodata, ma non è il punto come sembrerebbe, in altri contesti. Per quel tifoso che ha appena mandato giù un sorso di bionda e sta accendendosi una sigaretta, l’importante è spiegare ai suoi amici perché quella partenza sia da benedire o condannare. A quel Paese i numeri, le statistiche, le emozioni. Il calcio è di chi ne discute, diletto massimo superiore anche al guardarlo o giocarlo. 

È così che nasce una provocazione. Una chiacchierata in redazione, al margine di una riunione. Capitolo calciomercato, quante voci, poche verità. Grandi nomi. Uno, juventino (il nome, sia chiaro!), intenzionato ad andarsene. 

Non sarà facile sostituirlo. 
Dici? 
Chissà. 
Dovranno spendere. 
Certo, per 100 milioni e più
Ce li vale. 
Per me anche di più. 
Per me no. 
Per te? 
Cosa? 
Quanto vale? 
De Ligt?  
De Ligt vale Amir Rrahmani, anzi non vale per la Juve Rrahmani per il Napoli.

Affermazione distratta. Apriti cielo! Non facciano facce strane i lettori. Uno non vale sempre uno, uno non va preso sempre estrapolato dal resto, dal suo contesto, da – in questo caso – un undici. Cosa che De Ligt – da quando è arrivato in Italia – non è riuscito a capire, mentre l’albanese si.

La premessa iniziale è che non c’è paragone che tenga tra i due difensori. Il primo ha 22 anni, potenzialità enormi da esplorare, passato così importante per uno della sua età da farlo sembrare animalesco più che umano – come del resto conferma il fisico, un “orso che corre come un cavallo”. Il secondo 28, è nella piena maturità, dopo tre anni in Italia, capitano della propria Nazionale, senza troppi grilli per la testa. Tecnicamente il bilancio è tutto a favore del prodotto del vivaio Cruijff, e anche le statistiche di questa ultima stagione vedono Matthijs come uno dei centrali più performanti del campionato.

In effetti, quando parliamo del numero 4 bianconero, stiamo parlando di un calciatore che in maglia Ajax ci ha fatto letteralmente innamorare tutti. Lo guardavi e pensavi al prototipo del centrale perfetto. Grosso, veloce, forte, carismatico al tal punto d farlo sembrare più grande degli altri giocatori in campo. 

Nella Champions (2018-2019) che l’ha portato alla scoperta del mondo, De Ligt sembrava già completo. Eccezionale negli anticipi, quasi svizzero, impeccabile e insuperabile nell’uno contro uno, pesante ma capace di un atletismo da Jefecito (Mascherano), scivolate compiute in scioltezza e velocità, bravo a cambiare la posizione del bacino in corso se in pericolo di essere saltato. Grintoso, capace di entusiasmarsi nei duelli individuali, e, come se non bastasse, piedino educato da bravo Oranje.

La Juve si è sciolta come un gelato al sole, sia contro il suo Ajax, sia per quegli occhi di ghiaccio e quel ciuffo biondo. Per rompere il ghiaccio, ha rotto il bicchiere: Mino, portaci quel ragazzo a qualsiasi prezzo! Come biasimare quel colpo di fulmine: la BBC era sul viale del tramonto, e quell’olandesino sembrava la trinità fatta uno.

Uno, purtroppo è ciò che è rimasto De Ligt nei suoi tre anni a Torino. Arrivato nel primo anno di Sarri, si pensava potesse trovare il tecnico giusto (giochista) per il suo adattamento, uno che lo facesse difendere in avanti.

Aveva dei limiti gravi. A volte di lettura delle situazioni, a volte di ingolosimento, troppo voglioso di prendersi il pallone per rendersi conto che chi inseguiva era uno specchietto per le allodole e il vero pericolo era alle spalle. In generale, lo si vedeva in campo, la sua condizione è “nel duello uno contro uno con la punta si può risolvere tutto”, ma questo lo porta fuori posizione e lo rende incapace di coprire grandi porzioni di campo scappando indietro. Ma soprattuto due carenze vitali: poca amalgama con la linea difensiva e irruenza, scompostezza (nella sua stagione di esordio causò 4 rigori per tocco di mano e fu graziato almeno lo stesso numero di volte).

Certo con i Professori Chiellini e Bonucci, con appunto il Comandante Sarri, poi il Maestro Pirlo, infine con il protettore della difesa Allegri, sarebbe migliorato. Non è stato cosi. A tre anni dal suo arrivo in Italia, De Ligt è ancora quel prototipo perfetto di centrale difensivo, ma non il perfetto centrale difensivo. Ha mantenuto tutte le sue debolezze. Per colpa sua o del contesto. Sta di fatto che la fretta lo ha reso il difensore con più rigori procurati nell’ultima stagione europea (7), l’uno contro uno è rimasto il suo fondamentale migliore, ma abusato, e le capacità di guidare una linea difensiva non si sono certo acuite. Una difesa a 4 con De Ligt è una difesa che ha un elemento capace di sradicare il pallone dai piedi di qualunque giocatore, ma non è una difesa armonica, non è un reparto. E un giocatore dal valore di 120 milioni, reparto deve esserlo. 

Da qui le parole di Legrottaglie, ex difensore bianconero e della Nazionale: “Come caratteristiche a me il giocatore è sempre piaciuto. Credo, però, che non si sia mai davvero inserito nell’ambiente. Non gli ho mai visto una vera leadership, dall’esterno lo si è percepito un po’ in disparte rispetto al gruppo. Diciamo che non ha fatto di tutto per farsi volere bene. Sostituirlo? Non è detto che con il grande campione si faccia per forza meglio, soprattutto in difesa. Quello che conta è il lavoro di reparto, che spesso sopperisce alla qualità del singolo. Anche perché sono pochi quelli forti.”

Ecco il punto di quella provocazione, il lavoro di reparto, l’elemento (uno) che non è campione ma che ha le capacità di sopperire alle qualità individuali attraverso la sincronia con quelle collettive. Un nome Amir Rrahmani. Campione? No. Ottimo giocatore. Eccellente nel gioco aereo, pericoloso anche in zona offensiva (4 gol nell’ultima Serie A). Duttile, imponente, bravo nella marcatura, dotato di un buon anticipo anche se un po’ lento. Piede non da impressionista, ma che gli ha permesso di completare il 91% dei passaggi durante questa stagione. Limpido negli interventi, attento. Discreto in tutti i fondamentali, forse non eccelso in nessuno. Ma accoppiato perfettamente con Koulibaly prima, Juan Jesus poi, con Di Lorenzo a sinistra, ma anche con Zanoli. Il suo apporto non è mai mancato, in termini di concentrazione, di equilibrio.

Si ritorna a quella affermazione distratta. Se uno vale uno De Ligt sarà comprato per 100/120 milioni e nessuno sborserà mai quei soldi per Amir Rrahmani. Ma se uno non vale uno, e vale il contesto in cui lo cali allora De Ligt, per la Juve, non vale Amir Rrahmani per il Napoli. 

La passeggiata si conclude, a chi non è d’accordo, diciamo…io so di non sapere.