La crisi della Juventus lontano dalla bellezza del Napoli: più facile spiegare i problemi che risolverli

La crisi della Juventus, perché di crisi si tratta, non coinvolge soltanto Allegri e una rosa sgonfiata dagli infortuni. Parte dal 2019, almeno: dal delirio di onnipotenza che, sull’uscio dell’ultimo scudetto, prese Andrea Agnelli e investì la società tutta.

Articolo di Roberto Beccantini31/10/2022

Quando, il giorno del sorteggio, assegnai a Benfica e Juventus le stesse chances, alcuni lettori mi diedero dello «sfascista». Era il 25 agosto. La crisi di Madama, perché di crisi si tratta, non coinvolge soltanto Massimiliano Allegri e una rosa gonfiatissima dalla propaganda ma sgonfiata dagli infortuni. Cito a memoria: Federico Chiesa, Paul Pogba, Angel Di Maria, i cui spiccioli, in un deserto del genere, sembrano fontane, Bremer, Manuel Locatelli, Dusan Vlahovic, eccetera. E’ un disagio esistenziale che parte da lontano. Dal 2019, almeno: dal delirio di onnipotenza che, sull’uscio dell’ultimo scudetto, prese Andrea Agnelli e investì la società tutta, dalla purga dei dirigenti operativi (via Beppe Marotta, via Fabio Paratici) ai mercati confusi, a rimpasti tecnici di pura isteria.
Molti dicono che il crepuscolo cominciò con Cristiano Ronaldo, nell’estate del 2018. Di sicuro fu un’operazione anti-aziendale, per l’età (33 anni all’epoca) e per i costi. Ma fu coincidenza, non miccia.

Al netto della pandemia, il problema, ripeto, è stato Agnelli. Proprio lui: il detonatore della grande riscossa. Come documenta Calciopoli, è una tendenza ciclica, in famiglia, credersi al di sopra di tutto e di tutti. Persino di sé stessi. Andrea decollò dal disdoro di un settimo posto, il secondo consecutivo, per arrivare a nove titoli, a due finali di Champions, a una pila di coppe. In Italia, un dominio assoluto. Poi la Superlega, questa minchiata pazzesca per dirla con il Fantozzi della Corazzata Potemkin; poi l’esame-farsa di Luis Suarez, il pistolero; poi il pasticcio delle plusvalenze, l’inchiesta Prisma (dal falso nueve al falso in bilancio?), la carta segreta del Marziano. L’idea, coraggiosa, di chiudere con un certo calcio per titillare la modernità era eccellente. Ma venne pugnalata già in culla. Maurizio Sarri garantì il nono e, per ricompensa, lo cacciarono. Non gli diedero il tempo. Lo lasciarono in pasto alle vecchie zitelle dello spogliatoio. E allora, Andrea Pirlo. Una botta di Guardiolismo post-litteram. Reclutato a tirocinio zero e mollato a gavetta uno (e trofei due). Per tornare ad Allegri: «quello» dei cinque scudetti, di Berlino e di Cardiff ma anche, e soprattutto, l’esponente della dottrina che il club aveva deciso di deporre.

Veniva, l’allenatore, da due stagioni di gabbioni livornesi. All’impatto, un quarto posto e, in Champions, il k.o. negli ottavi con il Villarreal. Più la Supercoppa e la Coppa Italia perse contro l’Inter. Gli hanno preso i giocatori che aveva scrupolosamente indicato, da Vlahovic al Pogba-bis. Hanno sacrificato Paulo Dybala (28 anni) per Di Maria (34). Siamo appena a fine ottobre e la squadra, già eliminata dalla Champions, cosa che non succedeva dal dicembre 2013, non si regge in piedi. Gli alluci, salvo rare eccezioni, sono quelli che sono (penso a Weston McKennie). Dal 15 agosto a oggi – nell’arco di 17 gare – la Juventus ha battuto Sassuolo, Spezia, Bologna, Torino, Empoli, Lecce e Maccabi Haifa (non in trasferta, però). Un’opera da tre soldi. E ha un manager, Maurizio «Arrivamaluccio», che a un tifoso implorante (basta con Allegri) rispose: «E bravo: me lo paghi poi tu chi viene dopo?». Una replica all’altezza del nanismo attuale di Ferrari e Juventus. Una freddura che, a naso, la posizione del tecnico, già traballante e scricchiolante, proprio non puntellò. Così è, se vi pare. Nove milioni l’anno, bonus inclusi. Più blindato dello stesso Agnelli. Solo John Elkann potrebbe. Vorrà?

Lontana dalla bellezza del Napoli più di quanto non suggeriscano i dieci punti di distacco, la Juventus si aggrappa all’asilo (Fabio Miretti, Samuel Iling-Junior, Nicolò Fagioli, in gol a Lecce, Matias Soulé). Mercoledì il Paris di Leo Messi in Champions, per evitare l’onta di uscire addirittura dall’Europa League. Domenica, l’Inter: per l’orgoglio e per la classifica. Entrambi allo Stadium. Fra i vuoti delle gradinate e il pieno dell’infermeria (di nuovo McKennie e l’eterno Pogba, persino Iling-Junior): spesso un’aggravante, non sempre un’attenuante. Tu chiamale, se vuoi, frustrazioni.

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