Il lungo addio di Marco Giampaolo

Il lungo addio di Marco Giampaolo

© “GIAMPAOLO” – FOTO MOSCA

“Arrivederci, amico. Non vi dico addio. Vi dissi addio quando significava qualcosa. Vi dissi addio quando ero triste, in un momento di solitudine e quando sembrava definitivo”. È questa citazione presa dal romanzo “Il lungo addio” di Raymond Chandler, fonte d’ispirazione per “Triste, solitario y final” di Osvaldo Soriano, che potrebbe da sola raccontarci l’ennesimo, solo e, forse, conclusivo, esonero di Marco Giampaolo. 

Da questa mattina, infatti, il “maestro” non è più l’allenatore della Sampdoria. È stato esonerato in fretta e furia, nel tardo pomeriggio di ieri, dopo la pesante sconfitta rimediata in casa contro il Monza, che ha messo la parola fine ad una seconda esperienza in blucerchiato disastrosa, culminata con un inizio stagione da soli due punti conquistati in otto giornate di Serie A, che significano, come se non bastasse, record storico negativo del club genovese.

Sembra passata una vita, e, invece, sono trascorsi solo tre anni da quando un uomo che col calcio sembrava aver poco da spartire aveva catturato tutte le attenzioni su di sé. Era l’estate del 2019. Marco Giampaolo terminava la sua prima avventura doriana. Lo faceva con un sorriso spiazzante, che non gli è mai appartenuto. Dulce y amarga, questa si, la sensazione che aveva dentro. La stampa si dannava per averlo condannato all’anonimato, si diceva cieca, forse distratta. Il triennio blucerchiato (2016-2019) dava alla Serie A un tecnico innovativo e irreprensibile, uomo di valori contrastati, di pensiero rivoluzionario e schemi. Un poeta da alte classifiche, un giochista disincantato.

Rideva Giampaolo, perché forse a quella riabilitazione non ci credeva nemmeno lui. Non ci credeva ai sogni, o meglio al futuro di cui gli parlavano, nel quale sarebbe stato un tecnico da grandi palcoscenici. Come poteva diventarlo un rigido e inflessibile, cocciuto e testardo, come lui. Come poteva uno così simile al detective Philip Marlowe, personaggio principale de’ “Il lungo addio” di Chandler, che di sé in un passo dice:

“Sono debole di carattere, senza coraggio, senza ambizione. Un tipo come me non ha che un grande momento in vita sua, un volteggio perfetto sul trapezio più alto. Poi passa il resto dei suoi giorni cercando di non cadere dal marciapiede nel rigagnolo.”

Il suo maggior riferimento politico, Enrico Berlinguer, per trasformare la sinistra in forza di governo scese al patto col nemico giurato, la Democrazia cristiana. Ma lui non avrebbe rinunciato ai sui principi, mai avrebbe “conservato”. Non sarebbe stato certo lui ad immergersi in un calcio che “purtroppo è inquinamento” solo perché era arrivato il suo momento. 

Un momento mai veramente rincorso, accarezzato con le idee, per quella smania di sedersi lì dove regnava un sistema lontano e sovvertirlo, in nome di quell’anarchia che ha segnato la sua intera esistenza calcistica e non. Come è iniziata la sua carriera, ad Ascoli, dove ha passato due stagioni in panchina senza patentino: formalmente vice, ma allenatore di fatto, affiancato da Massimo Silva, un prestanome. Alla fine lo squalificarono, e lui si diplomò, subito dopo, con una tesi semplice e indicativa: il talento individuale viene sempre dopo il concetto di squadra. Era pur sempre un figlioccio di Giovanni Galeone. Difesa alta e possesso palla, bianco o nero, senza sfumature di grigio, il singolo che si sacrifica per il bene comune. Integralismo tattico e morale. Comunismo pallonaro.

Arrivò a Cagliari nel 2006 in A. Quei rossoblù sono un’altalena, pendolano tra un calcio sorprendente e crisi depressive, sembrano il proprio tecnico. Fanno vedere ottime cose, poi tremende, hanno bisogno di quel tempo che a Cellino non basta mai. Esonera Giampaolo due volte. La prima nel dicembre 2006. Lo richiama dopo due mesi, lui torna e salva i sardi con una giornata d’anticipo. La stagione successiva salta a novembre, ancora dopo due mesi, è richiamato alla guida ma rifiuta. “Non ce la faccio proprio a essere quello che non sono. In un rapporto di lavoro preferisco la schiettezza”. Straccia due anni di contratto perché “l’orgoglio e la dignità non hanno prezzo”. 

Riparte da Siena, dove raggiunge il record di punti in A per il club. È sollevato dall’incarico dopo poche giornate dall’inizio della sua seconda stagione in Toscana. Poi a Catania, nel 2011, licenziato nonostante 22 punti in 20 partite, in perfetta media salvezza, tra le accuse di chi lo chiamava difensivista, “se giochi con dieci terzini, puoi chiamarmi così”. A Cesena scrive il peggior inizio della sua carriera: dopo nove turni è ultimo in classifica con soli 3 punti, in città ci sono giornate di contestazioni, viene esonerato il 30 ottobre. 

L’avventura a Brescia è breve. Scappa via avvisando solo il presidente Corioni, dopo che la curva aveva di fatto esonerato il suo vice Fabio Gallo, colpevole di aver avuto un passato da calciatore dell’Atalanta. Giampaolo resiste cinque partite di campionato e due di Coppa Italia. Poi se ne va. I giocatori non lo vedono arrivare all’allenamento il giorno dopo, né quello dopo ancora. Lo cerca persino Chi l’ha visto. Ma lui è semplicemente barricato in casa. Lontano da tutti.

Resta fermo tutta la stagione poi è chiamato dalla Cremonese in Lega Pro, arriva ottavo, non il massimo ma gli vale l’ultima chiamata, quella dell’Empoli. Lo sa anche lui di essere all’aut aut. In presentazione dice di sentirsi come “un uomo libero dopo l’ergastolo. Magari con la condizionale”. Non può più sbagliare. Un altro esonero dopo Cagliari, Cesena, Siena, Catania sarebbe la fine della sua carriera, la sua lapide calcistica. Tant’è che accetta di firmare un contratto di un anno perché “la riconferma me la devo guadagnare”, lasciando cadere un biennale con opzione per il terzo a Cremona, dopo aver rifiutato l’Ascoli nel 2014 perché “due erano troppo pochi per portare avanti un progetto”.

Raggiunge il decimo posto mostrando forse il gioco più bello del campionato. Arriva alla Samp, il suo punto più alto. È da lì che compie il passo che lo porta in rossonero. Il Milan ha bisogno di bel gioco e risultati, estetica e vittorie. Sceglie lui, che sembra non crederci davvero sin dall’inizio. Sin da quando indossa la divisa sociale, camicia bianca elegante, barba rasata, capello in ordine. Sembra un hippie al primo giorno di banca, un condannato.

È all’apice del suo percorso, ma in panchina la sua faccia è triste e sfortunata, disillusa, perché così lontano dalla ideologia aziendale. Saranno tre mesi tremendi. Più che una parentesi, un’esecuzione tragica di una persona per bene, che immaginava un futuro diverso e utopico, dove il pensiero è applicato al calcio, e il lavoro in campo si traduce in risultati. Un mondo dove non c’è bisogno di una personalità luccicante per essere presi sul serio, né di urlare per essere compresi, di avere appeal.

Il “maestro” non si adatta alle pressioni, ne è massacrato. Il fallimento è totale. L’immagine finale è quella di un Giampaolo uomo medio stanco e spaventato, e come uomo medio stanco e spaventato sembra non potersi permettere il lusso di avere ideali, i suoi perlomeno, solo quelli degli altri.

La stagione successiva è a Torino, sponda granata. Ma quel Toro non ha le caratteristiche giuste per una sua squadra. Esonerato a gennaio, torna in panchina il gennaio dell’anno dopo, ovvero quello scorso. Le onde del mare lo spingono a Genova, lì dove sembrava destinato ad altro solo tre anni prima. È un dolce richiamo, ma beffardo come quello delle sirene. Salva la Samp, riprendendo la rotta persa da D’Aversa. Ma lo scoglio è dietro l’angolo. Ha raggiunto l’obiettivo adattandosi, si è snaturato per la prima volta, si è tradito e sembra non potersi perdonare più.

La nuova stagione comincia con le migliori intenzioni, almeno concettualmente. Ha una proposta di gioco, ma i suoi ragazzi non la recepiscono. La Samp è molle, senza un’anima o idee, proprio come il suo allenatore, stanco di lottare. Addirittura si affida alla qualità maggiore di alcuni singoli invece che ad un piano gara.

Giampaolo non crede più in quello che fa, in quello che ha fatto in tutti questi anni e che lo ha reso ciò che è stato: un allenatore diverso, dal potenziale incompreso nel bene o nel male, una figura tragica. Arriva l’ennesimo licenziamento. L’ottavo esonero in Serie A, record assoluto per la competizione davanti ai sette di Iachini e Ballardini.

È forse la fine vera, di un uomo triste e solitario, che ha vissuto in un universo che non era il suo. Facendolo ha provato a non perdere le proprie convinzioni, finendo, però, per perdere se stesso. Sembrava tutto già scritto.
Resta solo una vittoria, aver speso tutte le proprie energie per proteggere la propria dignità, alla quale non verrà mai più meno, c’è da giurarci. Gli resterà quella, probabilmente non la voglia di riprovarci ancora. Con la giacca sulla spalla questa volta non ci dice arrivederci ma addio.

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