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Bianco o nero, comunque star

Bianco o nero, comunque star

Barcellona, Olimpiadi 1992: in pausa dall’impegno per la telecronaca di pallanuoto Spagna-Italia, che assegnò l’oro al magico settebello azzurro al termine di cinque tempi supplementari, chiusi da un fantastico gol del napoletano Gandolfi da posizione impossibile, emigro e mi trovo appena alle spalle di un canestro, di dove godo del privilegio di assistere alla finale di basket che oppone il “dream team” degli Stati Uniti alla Croazia. Ad eccezione di una funambolica esibizione degli Harlem Globe Trotter, di una loro trasferta napoletana, non mi ero mai reso conto della mostruosa somma di tecnica impareggiabile e potenza muscolare dei super giocatori Usa, di qualità imparagonabili anche alle migliori squadre europee osservate in occasione di incontri di Coppa. È impossibile dare le pagelle ai mostruosi talenti, a un mix di star mai visti tutti insieme: Charles Barkley, lo strepitoso Larry Bird, Clyde Drexler, Patrick Ewing, Magic Johnson, il mitico Michael Jordan, Christian Laettner, Karl Malone, Chris Mullin, Scottie Pippen, David Robinson, John Stockton.

Impressionante il potenziale di queste pluri All Star: due coppie leggendarie, Stockton-Malone (Utah), Jordan-Pippen. Stella assoluta della NBA di quel periodo, era Michael Jordan protagonista assoluto di quell’oro olimpico. Quasi tutti neri i campioni olimpici. Bianchi o neri, diversità? Le analisi più o meno attendili, più o meno plausibili, si sprecano e le risposte non esauriscono la legittima curiosità di chi prova a spiegare perché l’80 percento dei super men che fanno immenso il basket americano della Nba ha la pelle nera; perché keniani ed etiopi dominano le corse sulla lunga distanza, perché nel nuoto i primati sono esclusivamente dei bianchi: le motivazioni esposte di volta in volta attribuiscono questa apparente disomogeneità a diversità etniche, a status psicofisico fortemente variabile, ma sono forse supposizioni non attendibili. La scienza ha faticato a debellare la tendenza razzista, che a lungo ha discriminato l’umanità, contrapponendo la “forza bruta” delle popolazioni nere africane all’intelligenza dell’uomo bianco. E non è detto che non residui in alcune aree geo-politiche del mondo.

Tesi meno “rozze” negano la relazione tra differenze fisiche di natura genetica e intelligenze. Un caso tra tanti è la leadership incontrastata per anni del nero Tiger Woods, campione numero uno al mondo di golf, sport quasi esclusivo dei bianchi maschi, ricchi e in età matura adulta. Esclusa gran parte delle motivazioni palesemente infondate, sembra condivisibile la ricerca sulla composizione delle fibre muscolari tra le popolazioni dell’Africa occidentale, dotate di una maggior percentuale di fibre muscolari a contrazione veloce, poco resistenti alla fatica, perciò agevolati nelle le gare di velocità. Dal 1968 i primati del mondo dei cento metri piani sono detenuti da atleti neri, ultimo in carica Usain Bolt. Opposte le caratteristiche delle popolazioni dell’Africa orientale. Si propongono come più forti corridori sulle lunghe distanze: più enzimi produttori di energia nei muscoli, migliore processo di ossigenazione e maggiore capacità polmonare. Le teorie sono davvero tante e la verità è probabilmente in più direzioni, ma è innegabile il dominio assoluto di cestisti neri che fanno grande il basket americano della Nba: 40 su 50. Citare i primi tre di una classifica di assolute eccellenze racconta tutto del fenomeno a chi ama questo sport stellare: Kareem Abdul Jabbar, miglior realizzatore della Nba; Lebron James, giocatore unico nel suo genere, talento assoluto, Michael Jordan, il più grande di tutti i tempi.

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