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Esclusiva – Bagni e Giordano: “Quello che abbiamo vissuto non lo rivivrete mai”

Esclusiva – Bagni e Giordano: “Quello che abbiamo vissuto non lo rivivrete mai”

Napul’è mille culure cantava Pino Daniele, ma per un giorno, un momento, è stata tinta dal colore del cambiamento: diventerà la prima squadra del sud a vincere uno scudetto, rompendo la preminenza dei milionari del nord. Rappresenterà la chiave con cui il meridione entrerà nella geografia del calcio italiano. Un vento argentino cambierà i connotati della città più controversa d’Italia: Napoli, che è mondo e provincia allo stesso tempo, metropoli idealista ma al contempo pragmatica, in cui la tragedia si fonde con il carnevale, muterà profondamente. 

C’era, in quella metà degli anni Ottanta, un contesto sociopolitico differente: era una Napoli anarchica, selvaggia, quasi abbandonata. Le vittorie della squadra brillavano al punto da mettere ombra su quanto di male fosse presente in città. E, mentre si chiudeva un occhio in certi casi, l’altro non poteva non essere spalancato difronte ad un Napoli che portava avanti la sua favola. L’architettura politica italiana, tra l’altro, era composta da figure napoletane e tifosi del Napoli, da Ciro Pomicino ad Antonio Gava passando per Vincenzo Scotti e Rosa Russo Iervolino, i quali, in un certo senso, “autorizzavano” a guardare esclusivamente quanto di bello stesse accadendo ai piedi del San Paolo. 

La storia ha voluto una data“, si leggerà al San Paolo il 10 maggio 1987 su uno striscione. Sono passati 35 anni da quel giorno. Adesso lo stadio è intitolato al genio con la numero dieci. Un bambino su tre porta il nome di Diego. Le gesta di quella squadra meravigliosa vengono raccontante di generazione in generazione. Gli occhi dei padri luccicano nel vedere gli eroi di quell’anno. Non c’è chi non conosca la storia. Ed allora, probabilmente bene hanno fatto quei tifosi ad appendere davanti il cimitero di Poggioreale lo striscione “Che vi siete persi“. 

Rivolto alle nuove generazioni, Salvatore Bagni e Bruno Giordano, nel loro nuovo libro, raccontano quell’annata memorabile attraverso aneddoti, storie e curiosità. Con il filo conduttore dell’amore, quello che la gente gli ha sempre dimostrato. SportdelSud ha intervistato i due eroi alla rassegna letteraria “Varcautori”, tenutasi ieri al Lido Varca d’Oro e presieduta da Vincenzo Imperatore

Partiamo dal titolo: “Che vi siete persi…”. Ecco, che cosa ci siamo persi?

Bagni: “Intanto quello che abbiamo visto noi, purtroppo voi non lo vedrete mai nelle vostre vite”. 

Giordano: “Di fatto non era solo una situazione sportiva, ma era una situazione che coinvolgeva una città intera, tutte le persone di Napoli e i napoletani sparsi nel mondo. Quello che è successo è stato motivo di grande rivalsa nei confronti di tutta l’Italia. Napoli veniva da anni difficili, dal colera, dal terremoto. E avere nella propria squadra Maradona, il più grande giocatore di sempre, sorretto anche da altri giocatori bravi, ha fatto sì che si creasse un gruppo che a distanza di ormai 35 anni è ancora un gruppo. Questa è stata la nostra forza“. 

Bagni: “Ieri ho incontrato due signori di settant’anni che mi hanno visto e si son messi a piangere. Capite cosa vuol dire? Mi commuovo per forza di fronte ad episodi del genere. Solo qui a Napoli succede. Ma lasciatemi dire che anche se si dovesse vincere qualcosa nei prossimi anni non sarà mai come quella vittoria. Napoli veniva da un periodo particolare, aveva il più grande giocatore al mondo. 

C’era un’euforia generale, tra noi nello spogliatoio e tra i tifosi, che non è replicabile. E poi lì nessuno ci aveva chiesto di vincere il campionato, c’era leggerezza, mentre ora c’è pressione perché questo successo arrivi. Ecco perché quando mi chiedono quali siano stati i momenti migliori, io rispondo: ‘tutti i giorni’. Ci divertivamo. Io e Bruno andavamo al marepoi salivamo e ce ne andavamo a fare allenamento. E nessuno ti diceva niente, perché poi c’era il campo che parlava. Se vado tre ore al mare che succede? Mi rovino? Oggi è impensabile una cosa del genere”.

Salvatore, ci sono stati tanti episodi cruciali che hanno portato a quella vittoria, ma probabilmente ce n’è uno che è all’origine di tutto: il ritiro di Vietri.

Bagni: “Era novembre 1984. Eravamo in difficoltà e non si capiva perché la squadra andasse così male. Eravamo terzultimi in classifica”. 

Giordano: “Tu sei stato più coraggioso di me perché sei venuto un anno prima, quando le cose non andavano così bene (ride, ndr)”. 

Bagni: “E pensa Diego! Il più forte di tutti i tempi, che si trasferisce dal Barcellona ad una squadra che nei due anni precedenti si era salvata per un punto e due punti. La società non capendo cosa stesse accadendo decise di mandarci in ritiro, solo noi della squadra. Ci dissero: “Andate in ritiro, vi guardate in faccia e vi parlate”. Secondo me lì ho conquistato la stima di Diego, perché in quell’occasione l’ho un po’ aggredito. Girava voce che io non gli volessi passare la palla. E allora lo affrontai: “Diego, ma secondo te a chi la devo passare la palla? A quello lì o a quell’altro lì? Secondo te a chi posso passarla?”. Glielo dissi un po’ a brutto muso e credo che Diego abbia apprezzato la schiettezza. 

È una sciocchezza, però se tralasci i problemi, poi te li ritrovi ingigantiti e non riesci più a risolverli. Noi in quel ritiro li risolvemmo. Di fatto tornammo in campo con l’Udinese e vincemmo 4-3. Alla fine della stagione arrivammo ottavi, mettendo in fila tanti risultati positivi. Molte volte si tende ad evitare i confronti all’interno dello spogliatoio. Nel nostro no, perché tra di noi c’era amicizia, ci si parlava, si stava bene insieme, sapevamo di poter contare l’uno sull’altro”.

Giordano: “E quelle poche volte che si perdeva non c’è mai stato nessuno che puntasse il dito contro qualcun altro. Mai”.

Bruno, lei è arrivato nell’estate del 1985. Che gruppo ha trovato a Napoli?

Giordano: “Sono arrivato a Napoli pensando prima di tutto a me stesso e a rimettermi in sesto, perché arrivavo da un’annata negativa con la Lazio tra un infortunio e divergenze con la dirigenza. Già conoscevo Salvatore, con cui avevo giocato nell’Under 21. Altri li avevo affrontati da avversario. 

Io ero già un giocatore affermato, avevo 29 anni. Ho pensato a fare il mio ed il gruppo mi ha accettato nel modo giusto. Poi con lavoro ed impegno è venuto tutto da sé. All’epoca si viveva molto di più lo spogliatoio. Era come una gestione familiare. Ma anche le mogli: erano donne che sapevano come portare avanti una famiglia. Non erano mica tutte quelle veline che si vedono oggi. Sono cambiate tante cose in questi anni”.

Oggi si respira una generale insofferenza tra i tifosi. Ci descrivete l’atmosfera di quegli anni?

Giordano: “Ma era una cosa pazzesca. C’erano fisse settantamila persone, forse ottantamila. Mi fa ridere quando oggi leggo certi titoli del tipo: ‘Esodo di tifosi a Milano’. E poi sono 2.500 persone. Ai tempi nostri a Torino ne venivano in venticinquemila”. 

Bagni: “Minimo ne erano trentamila mi sa. Sono immagini che porto sempre nel cuore. Ma non solo tutti quelli in curva e sugli spalti. Ricordo tutti i napoletani assiepati dietro le porte, a bordo campo. Se uno oggi vede quelle immagini non se ne capacita”. 

Giordano: “A distanza di tanti anni pensi ancora di essere stato dentro ad una favola. Una favola in cui ogni giorno ti svegliavi e c’era il sorriso. Ti alzavi, ti allenavi e aspettavi la domenica perché volevi divertirti. Perché poi quando vincevi ci prendevi gusto e non vedevi l’ora di andare in campo”.

Ed è cambiato tanto anche il rapporto con i media.

Bagni: “Sì, ma tantissimo. Noi ci fidavamo dei nostri giornalisti. Adesso devi prendere appuntamento per fare un’intervista. All’epoca invece giravano fuori allo spogliatoio e ti chiedevano se ti andasse di parlare”. 

Giordano: “Ma soprattutto non era come oggi che si va a cercare sempre lo scoop. Per ogni cosa si prova ad inventarsi il pettegolezzo, la polemica. All’epoca invece c’era un rapporto regolare con la stampa. Finiva lì”. 

Bagni: “Ora si vuole interpretare tutto, anche il minimo gesto. La mia esultanza polemica contro il Torino? Ma no, non ce l’avevo con nessuno. Avrei potuto fare qualsiasi altra cosa. Ai tempi nostri si esultava di felicità, seguivi l’istinto. Adesso i calciatori si preparano in settimana cosa fare se segnano un gol”. 

Giordano: “Oggi partono già con le magliette con le dediche sotto alla divisa da gioco. Ma all’epoca chi te lo assicurava che avresti fatto gol? (ride, ndr)”.

E da quel Napoli-Torino poi parte la cavalcata verso lo scudetto.

Giordano: “Sì perché noi venivamo dalla sconfitta in Coppa Uefa con il Tolosa. Mi ricordo che ero seduto in fondo al pullman accanto a Italo Allodi. E Bianchi già cominciava a dire che secondo lui volevamo farlo fuori”. 

Bagni: “Partita che tra l’altro abbiamo perso ai rigori. Quindi cosa significa? Che abbiamo sbagliato i rigori volontariamente? Due ne sbagliammo: io lo tirai centrale e il portiere rimase fermo immobile; Diego invece prese il palo. Da quella sconfitta comunque parte il nostro cammino. Non avevamo una grandissima rosa, alla fine giocavano sempre i titolari. Oggi ci si lamenta tanto ma a conti fatti facevi anche all’epoca cinquanta partite all’anno. Però mentre ora si fanno tutte queste sostituzioni, ai nostri tempi ci andavano sempre gli stessi in campo. Ogni tanto dovevamo fingerci infortunati per far entrare qualcun altro” (ride, ndr). 

Giordano: “C’erano 30 partite di campionato e 13 di Coppa Italia, poi si aggiungeva la Coppa Uefa e la Nazionale per chi era convocato. E facevi le amichevoli con l’Argentina, non con quelle squadre con cui si gioca oggi“.

Avete fatto cenno anche a Ottavio Bianchi. Che figura era?

Giordano: “Bianchi era un corpo estraneo. Ma lo voleva lui stesso, non so se fosse una strategia”. 

Bagni: “Gli allenatori di una volta non facevano molti discorsi tattici. Eravamo molto liberi di essere noi stessi a seconda delle situazioni che nascevano in campo. Ma questo in generale, non solo Bianchi. Anche in Nazionale, la preparazione durava 10 minuti”. 

Giordano: “Anche perché c’erano calciatori all’interno di qualsiasi squadra che nascevano sapendo quale fosse il proprio compito durante la partita e sapevano assumersi le responsabilità che quel compito gli portava. Oggi, con tutto il rispetto, sono dei soldatini. Gli viene detto: “Tu mettiti qua”. E là stanno per tutta la partita. Non si spostano di un metro in più o un metro in meno perché l’allenatore gli ha detto questo. I calciatori sapevano come gestire la partita”. 

Bagni: “Oggi si corre molto di meno. Si gioca nella propria fettina di campo e finisce lì”. 

Giordano: “Oggi si gioca con un campo da calcetto dentro al campo. In base alle posizioni, ognuno ha il proprio campo di calcetto di competenza. Ma basta pensare che prima i terzini, Cabrini, Nela, Marangon, partivano dal fondo del campo e arrivavano all’altra linea di fondo campo. Adesso la stessa fascia la fanno in tre: il terzino, la mezz’ala e l’esterno. Sono 20 metri a testa. I calciatori d’oggi sono più potenti, noi eravamo molto più agili. Ora quando vedi fare qualcosa in agilità si spaccano le ginocchia, perché hanno un allenamento e una struttura fisica diversa. Se invece vanno contro un muro, lo abbattono. Sono tutti grossi, hanno bisogno di metri. Vedi Zaniolo o Chiesa”.

Era un altro calcio…

Giordano: “Gli spazi che ci sono oggi ai miei tempi erano inimmaginabili. Io cominciavo e finivo la partita con un difensore attaccato alle spalle. Ma pensa che Diego faceva i gol su punizione con le barriere a 6 metri di distanza. Figurati oggi, con gli arbitri che marcano con la bomboletta i 9 metri di distanza, che cosa avrebbe combinato. Segnava ad occhi chiusi. Oggi hanno tutto per poter fare il massimo. Ai nostri tempi, invece, era tutto il contrario”.

Ed infine, oggi si parla di un De Laurentiis assente. Quanto ha inciso invece la vicinanza di Ferlaino?

Giordano: “Io posso parlare per quello che ho visto, non conoscendo a fondo De Laurentiis. Ferlaino era molto più presente, viveva molto il territorio, veniva spesso agli allenamenti e la domenica c’era sempre, che fosse in casa o in trasferta. Anche se poi era un tipo di poche parole. Però, in ottica di uno scudetto, tutto può far brodo. Noi poi avevamo anche un grandissimo dirigente come Italo Allodi che sapeva come si vinceva. Per cui, quello lo ha trasmesso al presidente ma soprattutto a noi”.

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