Sfida al freddo

Stadio Maradona

©️ “STADIO-MARADONA” – FOTO MOSCA

Cosa nasconde la separazione non consensuale del passionale tifo partenopeo dall’azzurro del calcio Napoli? Nello shaker dell’indigesto cocktail coesistono molteplici motivi di incompatibilità, causa più diffusa di fallimento di matrimoni, fidanzamenti, convivenze prolungate. È poco in evidenza, eppure racconta un’incontrovertibile verità, la nostalgia del bel calcio, meglio se concomitante con la conquista di trofei che proiettano le squadre nell’olimpo degli dei, dove s’installa il gotha di “big” del calibro di Real Madrid, Barcellona, Bayern, Manchester City, Liverpool.

Il San Paolo ha vissuto tempi di sold out, del tutto esaurito invidiato da mezza Italia, quando la squadra ha corrisposto con la qualità del gioco alla domanda di ‘bellezza’ che hanno soddisfatto Jeppson, Vinicio, Maradona, Cavani, Sarri. L’ufficio stampa del Napoli, su direttiva dello smaliziato De Laurentiis, ha investito e molto nella campagna pubblicitaria per il ‘colpo grosso’ (sembra il titolo di un cine panettone) in funzione del dopo Gattuso, l’ingaggio di Spalletti. Il flusso promozionale ha preso corpo con il buon avvio di campionato.

Fu vera gloria? Sicuramente non dal punto di vista del calcio spettacolo, intravisto una volta o due, allorquando Insigne e compagni hanno inteso dimostrare al tecnico toscano di non aver dimenticato il calcio da ‘ola’, di non essere brocchi, di aver sopperito con anima e cervello alla mancanza di personalità della squadra, impostata per fare punti a prescindere, obiettivo in parte mancato per qualche impaccio di troppo, platealmente testimoniato da partitacce con avversarie tutt’altro che irresistibili. Sullo sfondo dello scenario principale, altri elementi di disturbo: il mistero degli infortuni muscolari a ripetizione, per responsabilità di tempi e modi sbagliati della preparazione atletica.

La sottostima di ‘Ciro’ Mertens, relegato da Spalletti in panchina, escluso dal modulo offensivo affidato a Osimhen, demotivato per lo sporadico ingresso in campo in una posizione avulsa dalle sue caratteristiche; l’arraffazzonato ricorso alla panchina, con cambi in massa nei minuti finali quando non c’è tempo per ‘entrare in partita’; l’infeconda tendenza a far arroccare la squadra a difesa di un gol di vantaggio, scelta quasi sempre suicida, non da grande squadra.

Per nulla nuova è poi la reciproca difficoltà dei tifosi a dialogare con De Laurentiis. La mancanza di affinità elettive ha viaggiato in crescendo quando è stato chiaro che i ripetuti annunci di acquisti strabilianti erano sistematicamente inventati. Certo, il coronavirus ha dato una spallata devastante al già traballante idillio del tifo per la squadra del cuore, ma che dire dell’abiura imposta alla squadra, che nel tempio dello Stadio Maradona, privata della storica maglia azzurra di sempre, indossata anche dal ‘pibe de oro’, scende in campo in rosso, probabilmente per onorare il contratto con lo sponsor dell’abbigliamento.

L’esodo di Insigne è la goccia che fa traboccare il vaso, l’ultimo strappo e priva il Napoli del suo genio calcistico; non ha trovato consensi l’idea, in comune con Juve, Milan, Inter, Roma, di un torneo europeo di eccellenza delle ‘grandi’. Che dire, i napoletani non sono soggetti sprovveduti, da spremere a proprio piacimento. Insomma, come il pianto del coccodrillo, è inutile lamentare che da qualche tempo in qua lo stadio di Fuorigrotta offre lo squallore di tribune, distinti e curve che accolgono la miseria di 5.000 irriducibili spettatori, come stasera, anche per il minore interesse per la Coppa Italia e l’aggravante del termometro in picchiata. In campo la Fiorentina del fenomeno Vlahovic e dell’ex Callejon. Comunque, stravince il calcio televisivo, anche per le conseguenze del contingentamento anti Covid.

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