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Genoa-Napoli, Castellini e il gemellaggio 40 anni dopo

Genoa-Napoli, Castellini e il gemellaggio 40 anni dopo

© “CASTELLINI” – ARCHIVIO PERSONALE DI DAVIDE MORGERA

C’era una volta un’amicizia ed una simpatia tra tifosi genoani e napoletani. Oggi, a quaranta anni esatti da quell’episodio che fece scattare questa “unione di passione”, ci chiediamo dove sia finito questo gemellaggio che sembrava forte ed indissolubile. È finito un amore? E perchè è finito? Il calcio degli anni Duemila non ha più sentimenti? “Insieme a te non ci sto più”, cantava Caterina Caselli e Riccardo Cocciante replicava “Quando finisce un amore”. Tutto qui? No, per carità. Appare ormai certo che a mettere fine a quella che è stata una bella amicizia tra le due tifoserie sia stato lo striscione che apparve nella curva genoana dopo la morte del tifoso interista a Milano nel 2018 prima di Inter-Napoli. Una morte di cui fu accusato un supporter partenopeo, alla guida della sua macchina. Uno striscione che salutava ed omaggiava l’ultras nerazzurro “morto sul campo di battaglia”. La cosa non piacque alle frange più estremiste delle curve napoletane che, con un comunicato ufficiale ( manco fossimo in guerra! ), sancirono la fine del gemellaggio. Un episodio che si commenta da solo e dove non ci sono stati nè vinti nè vincitori. A perdere è stato e sarà sempre e solo il calcio.

Riavvolgiamo il nastro. Due mesi prima che l’Italia di Bearzot diventasse Campione del Mondo in Spagna si sta concludendo uno dei campionati più incerti di quegli anni. È lotta alla pari tra Juve e Fiorentina mentre molte squadre blasonate, vedi il Milan, navigano in cattive acque. Tutti sanno di quel 16 maggio 1982, di quella data che sancì l’amicizia col Genoa dove si sarebbe “consumato” il neonato gemellaggio coi rossoblù che spedì il Milan in B e salvò la Lanterna ligure. Cosa accadde in quella partita? Calcio d’angolo per il Genoa a pochi secondi dal termine. Se i rossoblu perdono vanno in B, se pareggiano si salvano. Il Napoli sta vincendo meritatamente per 2 a 1 con i gol di Criscimanni e Musella dopo l’iniziale rete di Briaschi. Il cross spiove in area, Russo spizzica di testa e Faccenda, come un falco, si avventa sulla palla prima di Castellini ed insacca. Il portiere non fece alcuna “papera” o “favore” all’avversario. Poteva semplicemente essere più reattivo e precedere l’avversario, cosa che normalmente il “Giaguaro” faceva. In realtà se si vanno a guardare le immagini di quella partita c’era già stata l’avvisaglia di un Castellini svagato e poco concentrato quando il portiere del Napoli, dopo un innocuo passaggio di un compagno, si era fatto sfuggire la palla di mano e quasi l’aveva mandata in corner da solo. Cose mai viste da un estremo difensore della sua fama. Evidentemente l’ultima partita di campionato, il caldo, il pensiero all’estate che stava arrivando, fecero sì che Luciano non fosse proprio al massimo della concentrazione.

© Figurina Faccenda – archivio personale di Davide Morgera

Fino al gennaio 2013 tutti avevano creduto alla favoletta che il Napoli avesse lasciato “gentilmente” segnare il rossoblu Faccenda ( un ischitano ! ) al ’90 dell’ultima partita di campionato facendo salvare il Grifone e mandando il Milan in Serie B. Ed invece, in una intervista a cuore aperto per il Guerin Sportivo, Castellini smentì tutti : “Mi riferisco a tutte le malignità dette in occasione di quel mio infortunio contro il Genoa…Fu solo un banalissimo errore. Le braccia stavano andando ad una velocità ridotta rispetto alla testa. Avevo già visto il pallone finire ai piedi del mio compagno, invece per poco non va in porta. Non c’è stata malafede, sbaglia chi lo pensa”.

Luciano Castellini fu un grandissimo portiere, secondo solo a Zoff nelle gerarchie dell’epoca. Monzese, un naso di tutto rispetto, camminava con un quaderno in tasca dove segnava tutto degli attaccanti avversari, compreso come tiravano i rigori. Guardava la “Domenica Sportiva” e prendeva appunti, altro che I-phone e tv a pagamento dove un calcio di rigore lo vedi cento volte! Riportò lo scudetto a Torino, sponda granata, dopo 27 anni dalla tragedia di Superga e per questo i tifosi non lo dimenticheranno mai. C’era lui in porta, Caporale dietro, Pecci in mezzo al campo e Pulici e Graziani a fare i “gemelli del gol”. L’ossatura di una squadra vincente. A Napoli venne a sostituire il discontinuo Mattolini e dopo una onoratissima milizia in azzurro fu mandato in pensione per poi essere richiamato per allenare i portieri negli anni di Maradona. Il “nostro” fu anche il primo in Italia a parare con i guanti e racconta sempre che Maier, il portiere della Germania, gli regalò un paio di guantoni della Reusch, allora sconosciuti nel nostro paese. Castellini si trovò così bene che qualche giorno dopo se ne fece arrivare 20 paia e tre li regalò a Zoff. Altri tempi, altro calcio.

© Foto di Castellini – archivio personale di Davide Morgera

La sua fu, dunque, una vita spesa tra Curva Maratona al Torino e l’ingresso nel tempio del San Paolo a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Innanzitutto il ricordo va all’uomo prima che all’atleta. Una persona seria, tutta di un pezzo, di poche parole, nato per stare tra i pali, per volare e graffiare, uno a cui piaceva da matti la parata spettacolare. Un felino sempre alla ricerca della preda da abbrancare, la palla. Castellini giocò sette anni in azzurro, sfiorò lo scudetto nel 1981, ed aprì un ciclo a Napoli che terminò solo quando arrivò “El Diez” Maradona. Con l’asso argentino, con cui andava molto d’accordo, il “Giaguaro” giocò il torneo 1984-85 e poi smise anche perchè era ormai alla soglia dei 40 anni. Allodi e Ferlaino decisero poi di puntare su un piemontese d.o.c., “Garellik” e con lui gli azzurri vinsero il primo scudetto nel 1987.

Come andò quel primo anno di amore, di “luna di miele”, dopo quell’involontario regalo del “Giaguaro”? Bene, a quanto pare, la passione era ancora “calda”, l’amicizia tra le tifoserie sembrava ben salda. Come si ritrovarono, nei successivi campionati, azzurri e grifoni? La storia racconta che nel campionato 82-83, sette mesi dopo il fatidico 2 a 2, il Napoli, appena affidato alla coppia PesaolaRambone, ospita il Genoa in una partita che è già drammatica per la sua salvezza. Stavolta sono gli azzurri con l’acqua alla gola. La squadra partenopea langue in fondo alla classifica e sembra opportuno iniziare a pregare piuttosto che affidarsi al gioco, è meglio invocare i santi del paradiso piuttosto che una verticalizzazione, molto meglio appellarsi a San Gennaro che ad un primordiale e semplice 4-4-2. Servono punti, questa è la realtà. Succede che Pairetto concede un rigore al Genoa a tre minuti dalla fine del primo tempo per un fallo di Krol ai danni di Antonelli appena entrato in area. Penalty sacrosanto.

Iachini va dal dischetto e buca Castellini con un imparabile tiro nel “sette”. Nell’intervallo entra un “santone” in campo ed inizia a spargere sale ed incenso nella porta che sarà del Genoa nel secondo tempo. “Aglio e fravaglio fattura che non quaglia, corna, bicorna, capa d’alice e capa d’aglio, sciò, sciò, ciucciuvè”, sortilegi e fatture piombano sul San Paolo, l’atmosfera è drammatica, i tifosi ammutoliti. Si deve recuperare perchè difficilmente si pensa di fare punti nella successiva trasferta di Firenze ( arriverà, infatti, un’altra sconfitta ). L’orologio di San Gennaro, come l’attesa della liquefazione del sangue, non si smentisce e a tre minuti dalla fine avviene il miracolo. Nello sterile ma arrembante attacco finale Celestini prende palla e, appena entrato in area, quando sente l’avversario dietro di sè, fa un tuffo che nemmeno Cagnotto sapeva fare. Rigore per il Napoli ma immagini inequivocabili. Dei genoani protesta solo Iachini, il presunto colpevole, forse dimentico che nello stesso stadio, qualche mese prima, era iniziata la “fratellanza”. Si sa, la foga del momento e l’agonismo gli annebbiano un pò la vista. Ferrario si incarica del tiro mentre parte dei tifosi si gira di spalle ed aspetta il boato. E boato fu. Uno ad uno finale.

Ma questa oggi appare una storia triste, quella di un calcio di quando ci si accontentava di onesti campionati. Di quando gli azzurri, con le salvezze risicate, in compagnia dei fedeli amici genoani, venivano considerati alla stregua di una provinciale di lusso. Eppure, solo due anni prima si era perso uno scudetto per la scellerata gara interna col Perugia. Misteri del calcio.

© Foto Castellini – archivio personale Davide Morgera

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