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Bologna-Napoli ed il terremoto in città

Bologna-Napoli ed il terremoto in città

© GOL DI PELLEGRINI – ARCHIVIO PERSONALE DI DAVIDE MORGERA

Chissà che sensazioni si provano quando torni nella città in cui giochi e la trovi sotto sopra. Macerie, gente che corre, palazzi crollati, chi prepara la macchina per dormirci la notte, le crepe nei palazzi, i primi assembramenti davanti ad un falò. Il tempo dei ponteggi eterni e delle impalcature, che attanaglieranno la città per lunghi anni, deve ancora arrivare. Fa freddo e la gente è stata sradicata letteralmente dalle proprie abitudini domenicali. La partita ascoltata alla radio, poi le prime immagini a “Novantesimo minuto”, a seguire un tempo di una partita di serie A. È la tipica domenica dello sportivo, del calciofilo italiano. Il sisma arrivò proprio in quel frangente, stavamo guardando tutti Juventus-Inter quando, alle 19:35 di quella maledetta domenica, tutto iniziò a tremare.

Quando a tarda sera i giocatori del Napoli tornarono in città trovarono un capoluogo ferito, addolorato, che si stava leccando le ferite, che non sapeva cosa doveva fare. C’è confusione, la gente corre avanti ed indietro, molti cercano di recuperare qualcosa nelle proprie abitazioni, molti non hanno il coraggio di ritornarci. Il terremoto come un virus, non sai fronteggiarlo quando arriva, non sai organizzarti e non sai da dove devi partire per ricominciare a vivere. In quegli anni non c’era l’abitudine di andare tutti a Castelvolturno e poi, dopo il “rompete le righe”, tornare a casa. Una volta giunti in città si tornava direttamente a casa, dalle proprie famiglie. Posillipo, Via Manzoni, il Corso Vittorio Emanuele, le residenze più belle ed eleganti appartenevano a loro, ai giocatori in maglia azzurra.

E questi, alla spicciolata, tornarono in fretta e furia nelle loro case per capire cosa fosse successo. Avevano lasciato una città in salute due giorni prima per andare a Bologna. La solita città che ti copre d’affetto e di attenzioni solo perchè indossi quella maglia azzurra, la solita città dove a novembre puoi girare ancora con la giacca e dove il sole riscalda. I cuori e gli animi. Il sabato era prevista l’immancabile rifinitura e l’ultima sgroppata in famiglia, la sera una sorte di pre ritiro in albergo per trovare la concentrazione per il giorno dopo. Sì, il giorno successivo, domenica 23 novembre 1980, c’è proprio un’importante partita contro i rossoblu allenati da Gigi Radice.

Ed allora quel Napoli, comandato in difesa da un fuoriclasse come Krol, se la vuole giocare, vuole vincere perchè in 7 gare di campionato ha racimolato solo 8 punti (valeva la regola dei due punti per la vittoria). I meccanismi non sono per niente oleati e la squadra fa ancora fatica a trovare un gioco tale da essere definito “gioco”. I maligni insinuano che Marchesi gioca all’italiana e che gli undici atleti vivacchiano dei lanci di Krol per le sgroppate di Pellegrini, Damiani e Musella. Invece i soloni ed i criticoni saranno smentiti clamorosamente a fine campionato perchè il Napoli farà un girone di ritorno straordinario trovando un gioco piacevole, tecnico (Musella), combattivo a centrocampo (Guidetti, Nicolini e Vinazzani), solido in difesa (Bruscolotti e Ferrario), da lockdown in porta (il ‘”giaguaro” Castellini), volante sulle fasce (Marangon) e pungente in attacco (Pellegrini, capocannoniere con 11 reti, e Damiani). Su tutti, ovviamente, sua maestà, Rudy Krol. Alla fine sarà terzo posto a sei punti dalla Juve scudettata ma sarà l’anno che i nonni di oggi raccontano, come un incubo mai finito, della gara in casa contro il Perugia che retrocederà. Novanta secondi di gioco, autorete di Moreno Ferrario. Novanta minuti di gioco, attacco all’arma bianca, venti tiri in porta e Malizia para tutto. Finisce 0 a 1, è lì che il Napoli perse lo scudetto prima dell’avvento di Maradona.

A Bologna le squadre scendono in campo alle 14:30, esattamente cinque ore prima del terremoto. È la tipica giornata emiliana, un pò di nebbia fa capolino sul Dall’Ara ma la visibilità è ottima. Si gioca, è una partita aperta con ampi capovolgimenti di fronte. Anzi, è proprio il Bologna a spingere sull’acceleratore, vuole portare a casa i due punti perchè ha iniziato il campionato con una penalizzazione di 5 punti dopo il primo scandalo del “calcio scommesse”. Radice ha una buona squadra che impensierisce gli azzurri a più riprese ma in porta c’è Castellini, forse nei suoi anni migliori. Il nasone para tutto ma il Napoli non sta a guardare. Il primo tempo si chiude sullo 0 a 0 ma nella seconda frazione di gioco le squadre giocano per vincerla, entrambe motivate a trovare punti per la propria classifica. La sblocca il Napoli quando Vinazzani vede un corridoio nella difesa bolognese e lancia Pellegrini. Il bomber romano non si fa pregare, controlla la palla ed in corsa buca Zinetti. Si gonfia la rete, l’undici azzurro corre a braccia levate verso la curva dei napoletani che, numerosi, sono accorsi da tutto il Nord Italia per tifare la loro squadra del cuore.

Esultanza di Pellegrini – archivio personale di Davide Morgera

Purtroppo passano solo sei minuti ed i rossoblu pareggiano con Fiorini che, solo in area, beffa Castellini da pochi passi. A rivederli oggi questi due gol puzzano entrambi di VAR, anzi siamo certi che l’arbitro sarebbe andato a controllare.

Rete di Fiorini – archivio personale di Davide Morgera

Ma il pari sta bene a tutti ed è il risultato più giusto per quello che si è visto in campo. Anzi è ancora Castellini che, all’ultimo minuto, vola come un angelo e va a togliere un colpo di testa di Marocchi (sì, il commentatore di Sky!) dal sette salvando il pari finale. Casarin fischia la fine, sono le 16:15. Tre ore ed un quarto prima del terremoto. Gli atleti vanno negli spogliatoi, fanno la doccia, sono contenti del pari, qualcuno va in sala stampa, con Marchesi in testa, per rispondere agli inviati della Domenica Sportiva. Sono le 17:30 quando il Napoli lascia il Comunale di Bologna. Due ore prima del sisma. In quei frangenti anche i giornalisti al seguito della squadra hanno terminato di scrivere il loro pezzo per i quotidiani del giorno dopo. Lasciano la tribuna e la loro “Olivetti” e si mettono in macchina, loro la “trasferta” la facevano così. Anzi spesso giornalisti di testate avverse viaggiavano insieme, accomunati da uno spirito goliardico. C’era amicizia e fratellanza sincera. I tifosi che devono rientrare in città col treno arrivano in stazione ed attendono il primo convoglio per Napoli, poco prima delle 19. Quella stessa stazione, che tre mesi prima era stata devastata dalle bombe, appare più fredda e glaciale del solito. In un’altra parte della città gli azzurri, con la loro bella divisa sociale, stanno per mettersi in viaggio. Pochi minuti prima del finimondo in Campania.

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