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E se il Napoli avesse il centrocampo più forte d’Italia?

Lobotka centrocampo

©️ “LOBOTKA” – FOTO MOSCA

Essere da tricolore o non essere da tricolore? Questo è il problema amletico di chi gravita intorno all’orbita Napoli e degli addetti ai lavori.
Una questione nuova questa, sollevatasi, dopo la fragorosa e rumorosa vittoria degli azzurri in quel di Verona. Pronti via e le griglie pre-season scientificamente modulate dai professoroni – come passate sotto la bacchetta della fata di Cenerentola – sono diventate non zucche ma grigliate, aggeggi che fan solo fumo se senza carne, sostanza.

Diciamocelo chiaro, prima di arrampicarsi sul balcone di Giulietta con la destrezza di Adam Ondra – campione del mondo di climbing sportivo – per conquistarne “Attilamente” casa, il Napoli era tenuto fuori dai discorsi scudetto, attaccato al guinzaglio e con negli occhi un cartello: i partenopei non sono ammessi.

Ma i teorici vivendo di teorie, e non di conoscenza, sono costretti a rivedere le loro formule a seconda del mutare dei fattori. Fortunatamente chi vince ha ancora un briciolo di ragione. Da ieri ci si è chiesti: proveniamo da Delfi o siamo discendenti del mago Otelma? Chissà. Fatto sta che nella barzelletta dello scudetto tra un diavolo, una biscia, una lupa e una signora, è venuto fuori un ciuccio. Spalle al mulo: chi ha ragione?

Se c’è una cosa che ci insegna la vita è che la verità sta sempre nel mezzo. Tenete a mente questo termine “mezzo”.
Il Napoli non poteva essere il candidato numero uno al primo posto prima del Bentegodi – soprattutto per le grandi partenze, e il lavoro di adattamento che spetta a Spalletti – e non può esserlo ora dopo 3 punti trovati come una perla in un’ostrica bagnata da calcio Champagne. Restano tre punti, non una perla e non giustificano un’eccessiva esaltazione, sorella del pesante disfattismo che la precedeva.

Ma forse parlarne, citare almeno il Napoli tra le pretendenti, aveva senso prima e ha senso oggi. Il gioco fluido, le reti, le verticalizzazioni, le soluzioni offensive aiutano a farlo. Agevolano le prove opache di Milan, Inter e Roma, ancora un po’ dietro di condizione, e le potenti bocche di fuoco juventine con continui problemi ai denti. Se si fosse in una struttura psichiatrica, il Napoli sarebbe il paziente meno problematico, tranne qualche disturbo psico-difensivo.

E se questo discorso sta in piedi, è perché l’equilibrio non è stare in piedi, ma stare interi. L’equilibrio è il mezzo, l’equilibrio è in mezzo. La difesa più forte vince i campionati, vero, ma davanti alla difesa c’è la linea mediana che le permette di funzionare, insieme al cugino fronte offensivo. Come una buona dogana, che tiene sicuro l’interno e favorisce gli esteri, i colloqui con le porte avversarie.

Se come i grandi maestri andassimo a sfogliare tabelle e numeri dei precedenti campionati, troveremo faldoni di equazioni: pochi gol incassati = tricolore. Negli ultimi undici anni Juventus, prima, poi Inter e Milan, sono state le meno imbattute delle rispettive stagioni. Ma la lancilottiana BBC, il tridente Skriniar-De Vrij-Bastoni, e la coppia Kalulu-Tomori, nulla avrebbero potuto senza i guardiani della galassia centrale.

I trionfi dei bianconeri hanno visto la loro nascita dalla composizione del triangolo Pirlo, Marchisio, Vidal, arricchitosi poi con Pogba, e sostituito in successione, dal isoscele Pjanic, Khedira, Matuidi. La dittatura bianconera si è frantumata quando i su citati hanno fatto il posto ai vari Ramsey, Arthur e Rabiot, campioni su carta ma senza penna. Un motivo ci sarà.

Il motivo era che dopo nove anni, lo scettro di migliore mediana del Belpaese, se lo prendeva con garra l’Inter di Conte, grazie all’intensità è la qualità assicurata da Barella, Brozovic ed Eriksen. Non è stato da meno il Milan l’anno scorso, quando è riuscito a dare la sterzata al campionato con la salita in cattedra di Tonali – per distacco e in assoluto il migliore nel suo ruolo della stagione – capace di sopperire le mancanze, soprattutto mentali di Kessie, e accompagnarne il dinamismo, assicurato anche – in aggiunta di una buona dose di tecnica e letture – dal sottostimato Bennacer.

E il Napoli che cosa c’entra? C’entra nei discorsi grazie al centrocampo. Senza morderci la lingua, potrebbe risultare il miglior centrocampo d’Italia, l’abbiamo assaggiato a Verona come un Pandoro. Di Lobotka abbiamo detto ampiamente, quello che sembrava impossibile è successo, i paragoni per lui non si fermano più a Gigi d’Alessio, ma volano ai vari Iniesta, Pizarro, Jorginho. Segno che non ci si sofferma più sui capelli, ma sulla testa e i piedi di un regista unico per la Serie A. Basti pensare che la Juve guarda a Paredes, come Hollywood a Stanley Kubrick. Quantità, qualità, letture, intercetti, fisico collaudato che gli permette di saltare poche partite, nel caso giocate da un Demme, che in passato gli stava avanti nelle gerarchie.

Altra differenza è segnata da Anguissa. La prepotenza del camerunese è unicum e prevarica sugli avversari. Zambo a volte sembra un grande tra i piccini sul campo di un oratorio di provincia. Alle incursioni fisiche e piratesche dell’ex Fulham, fanno il paio quelle tecniche di Zielinski, atteso alla sua migliore stagione in maglia azzurra. È stato aspettato come Godot, lo si è definito il nuovo Hamsik fino ad avere i mal di testa, finendo per essere sempre delusi. Del vecchio 17, ha trovato finalmente il ruolo, tuttocampista, box to box, che non ha un ruolo specifico, bensì un po’ tutti. Che non sta troppo avanti, ma un po’ ovunque. Più sarà impegnato meno tempo avrà per perdersi. Potrebbe scomparire per sempre la sua discontinuità e trovarne giovamento finalmente qualità indiscusse: il fiuto del gol, la sensibilità, la balistica, l’occupazione degli spazi.

Lo spazio, invece, quello lasciato libero da Fabiàn, sarà colmato da Ndombele, domani in Italia per le visite mediche. Parte poesia, arriva la prosa. A chi non lo conosce bene va detto che i 63 milioni spesi dal Tottenham – acquisto più oneroso della storia per il club di Haringey – per acquistarlo, in quel momento storico, valevano ogni singolo centesimo versato nelle casse lionesi.
Gli anni della sua esplosione coi Les Gones, hanno restituito alla Francia tutta e a chi l’osservava, l’immagine di un wonder kid, che gli è valsa la maglia della Nazionale a soli 22 anni (e parliamo di una selezione, quella dei galletti, livello dream team!).

Un petit bleus eccezionale, che aveva attirato gli interessi di mezza Europa, tra cui quelli del Paratici juventino che oggi lo regala. Carisma, intelligenza, fisico, sufficiente tecnica, capacità d’inserimento, dinamismo e duttilità, e soprattutto una qualità speciale, il dribbling negli spazi stretti con l’innalzarsi dell’intensità in porzioni di campo complicate, lo rendevano un giocatore da Premier, cosa che si e poi realizzata, finendo poi in maniera infausta.

Così come nessuno si aspettava potesse poi accettare l’idea di rilanciarsi in una piazza e in un campionato, che le sue note, passate ma non dimenticate, eccezionali, abilità potrebbero rivoluzionare. A tal punto da renderlo lo sposta equilibri, il perno, l’elemento che accostato ai precedenti trattati (ai quali linkiamo Elmas), potrebbe farlo risultare l’ultima tessera del puzzle che compone il centrocampo più forte d’Italia.

Lo sarà? Non lo sappiamo, non abbiamo la sfera di vetro, né l’acume dei professoroni. Ma se ha senso parlare di Napoli da scudetto, bisogna cominciare a farlo, ponendo il focus su una linea mediana potenzialmente, irresistibilmente, completa, intera, equilibrata, forte.

Essere o non essere da scudetto questo è il dilemma… dormire, forse sognare.

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