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A Napoli la “figlia di Dio”

È stata la mano

© “TITOLO” – FOTO MOSCA

La mano di Dio“, ovvero Maradona pretesto per un film autobiografico di Paolo Sorrentino, che non ha resistito alla tentazione di mostrare il gol segnato con la mano dal super asso argentino, l’orgia di euforia popolare per lo scudetto, le sue punizioni magiche in allenamento, tutte finite nel sette della rete.

Per raccontarsi, Sorrentino ha dovuto inevitabilmente riproporre il tempo difficile della sua infanzia e per non reinventarla ha vestito il racconto con un cast di interpreti della loro modestissima condizione sociale, con il loro linguaggio condito da almeno una parolaccia, da una volgarità ogni tre parole, da ambientazioni della città più che popolare, ai limiti e oltre della legalità, della collettività costretta a praticare l’arte di arrangiarsi. Calate nella sceneggiatura due sequenze inspiegabili: un insieme di figure non funzionali al racconto, un copia-incolla delle invenzioni di Fellini e l’addio alla propria verginità ad opera di una baldracca della quarta età che gli si offre (per una “scopata”: scusate il termine da film vietato ai minori di 14 anni).

A leggere le recensioni entusiastiche si può comprendere la speranza di Sorrentino di conquistare l’Oscar per il miglior film straniero. Quello che segue è un giudizio, una sentenza, o semplicemente un’opinione personale ricorrente. Coinvolge l’ordito della trama di Sorrentino autore, sceneggiatore e regista di “La mano di Dio“, film immerso nella Napoli della povertà, che per sopravvivere, inventa il traffico degli scafi blu, delle sigarette di contrabbando.

Nell’impresa di raccontare Napoli, la più bella, affascinante, complicata città del mondo, finora sono riusciti famosi letterati, viaggiatori dell’Ottocento e un secolo più tardi Viviani, De Filippo, Rea: il cinema, poi la televisione, se ne sono per lo più serviti per un modello di narrazione monolitica, caleidoscopio di tipicità in bilico tra folclore, marginalità e rappresentazione in chiave di farsa, di commedia di costume.

Di recente ha fallito, sorprendendo gli estimatori, l’avventata incursione napoletana di Augias per “Città segrete”, assemblaggio di triti luoghi comuni. Prima di lui Ozpetek si è cimentato con un inguardabile “Napoli velata”, saturo di viste e riviste napoletanità in negativo, perfino il parto dei “femminielli”. Da cineteca, al contrario è perfetta l’inchiesta della Bbc “Naples Underground” del giornalista Alexander Armstrong.

Sul sottosuolo partenopeo e unico il capolavoro di Alberto Angela, docufilm inchiesta, che confermerà la testimonianza di appassionata, colta narrazione di Partenope, con “Stanotte a Napoli”, tramesso da Rai 1, in prima serata il 25 dicembre. Il resto, avrebbe detto Califano, è noia e con le scuse ai napoletani che idolatrano Maradona, non sono gratuiti i dubbi sulla possibile speculazione di quanti si appropriano del suo mito per strappare consensi con docufilm, inchieste, speciali, fiction, statue, murales, musei e vari spunti che giustifichino il tornare sul genio del pallone con ogni mezzo, ad ogni occasione.

L’ultimo evento, ultimo solo per ora, perché è facile immaginare nuovi pretesti per occuparsi della sua grandezza di calciatore di Maradona (anniversari, filmati inediti, riproposizione delle sue prodezze) è la presenza a Napoli di Dalma, la sua figlia maggiore, che si appresta a ultimare un altro documentario sul papà, titolo “La Hija de Dios” (tradotto “La figlia di Dio”) che chissà come sarà mandato giù dal mondo cattolico. La figlia di dio è in ansia. Aspetta l’ok del Comune di Napoli, proprietario dello stadio di Fuorigrotta che le consentirebbe di filmare lo scenario dove si è proposto il “pibe de oro”.

Certo è un bel problema (!?!), ma siamo certi che il sindaco Manfredi le risponderà positivamente. Il no provocherebbe lo sconcerto della Napoli che adora il mito di Maradona e un calo indesiderato di consensi per il primo cittadino.

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