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I 60 anni di Mourinho, grande domatore di giornalisti, vil razza dannata o d’annata

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©️ “MOURINHO” – FOTO MOSCA

Giovedì 26 gennaio José Mário dos Santos Mourinho Félix compie 60 anni. Il vate di Setubal, lo sciamano che seduce e divide, o con lui o contro di lui, senza bronci di mezzo. Arrogante e provocante: Rick Karsdorp, il penultimo ammutinato sceso dal suo Bounty, potrebbe scrivere un trattato. José o semplicemente Mou. Un giocatore mediocre diventato l’allenatore che sin da piccolo, come ha raccontato Giancarlo Dotto su «Sportweek», aveva le idee chiare. «Essere vincenti non vuol dire vincere. Vincente è chi non è mai stanco di vincere».

Non è un esteta, e nemmeno uno scienziato (lo è stato). Spolpa le anime, fissa occhi e obiettivi, questi attraverso quelli. Il suo curriculum è una mappa: Benfica, Uniao Leiria, Porto, Chelsea, Inter, Real Madrid, ancora Chelsea, Manchester United, Tottenham, Roma. La sua bacheca, una gioielleria: 2 campionati, 1 Coppa e 1 Supercoppa domestiche, 1 Champions e 1 Coppa Uefa con il Porto; 3 Premier, 1 Coppa d’Inghilterra, 3 Coppe di Lega e 1 Community Shield con il Chelsea; 2 scudetti, 1 Coppa Italia, 1 Supercoppa di Lega e 1 Champions (triplete incluso) con l’Inter; 1 Liga, 1 Coppa del Re e 1 Supercoppa spagnola con il Real; 1 Coppa di Lega, 1 Community Shield e 1 Europa League con il Manchester United; 1 Conference League con la Roma, il 25 maggio scorso a Tirana, 1-0 al Feyenoord, guizzo di Nicolò Zaniolo, l’ultimissimo, dopo essersi rotto, ad aver rotto.

Non c’è partita al termine della quale non vada a salutare il tecnico degli avversari. E a Zagabria, in una notte tempestosa che gli costò la panchina degli Spurs, bussò allo spogliatoio croato e si congratulò di persona. Addirittura. Se ne cercate l’essenza, lasciate perdere la bellezza della trama. Da giovane, magari, ci aveva fatto un pensierino, oggi se ne fotte. Memorabile rimane il «pullman» che oppose al Napoli di Victor Osimhen. L’Olimpico è sempre «sold out» non per come gioca la Roma, ma perché vi gioca la «sua» Roma. Se c’è bisogno, telefona personalmente alla cicogna: e così, magari, gli arriva Paulino Dybala.

Nella filosofia spicciola rammenta Helenio Herrera, un Helenio però che non si tinge i capelli, più parco e casto nella «carriera» sentimentale. Folgorato dai motti, affascinato dai pizzini: proprio come il Mago. Il rumore dei nemici è un mantra, non più uno slogan. E non esiste addetto-stampa più addetto di José, ghostwriter di sé stesso, domatore emerito di giornalisti, vil razza dannata (o d’annata). La «prostituzione intellettuale» appartiene ormai ai classici della letteratura alta-bassa del nostro sgangherato calcio. Gli arbitri ne incarnano la passione e l’ossessione. Li tira in ballo (quasi) a ogni sconfitta, mitici i suoi «por qué?» all’epoca in cui, da caudillo del Madrid, sfidava Pep Guardiola, guru del Barça.

Gli hanno dedicato libri e saggi, non ha inventato nulla, ha seminato e raccolto, molti lo amano, moltissimi lo detestano, non sarà mai un casco blu dell’Onu. Ricorda il marziano che, per la penna di Ennio Flaiano, atterrò a Villa Borghese, in una capitale che, sorpresa e abbagliata dall’alieno, gli si gettò ai piedi e lo venerò per settimane. Salvo poi staccarsene e sbadigliare al solo pensiero che fosse ancora lì, sempre lì. Mou disprezza i patteggiamenti: glielo impone il fuoco che ha dentro.

Sessant’anni. C’è un passaggio di «Vita e destino», il romanzo con cui Vasilij Grossman ha suggellato l’epopea tragica di «Stalingrado», che lo fotografa: «La forza di un capo è anche nei suoi punti deboli, e la debolezza dei sottoposti nei loro punti di forza». Lo hanno sondato, nell’ordine, le nazionali di Portogallo e Brasile. Ha risposto no. Crede nel mercato e nella famiglia Friedkin. Pretende rinforzi, non si accontenta. E più che marziano, si piace marziale. Traduzione libera di «speciale».

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