Un anno senza Maradona

Un anno senza Maradona

Il 25 novembre non sarà più una data qualsiasi nel calendario. In questo giorno, esattamente un anno fa, la nostra serenità veniva improvvisamente interrotta da una notizia che nel giro di qualche minuto aveva già raggiunto ogni angolo della Terra. Diego Armando Maradona è morto. È questo il tremendo annuncio che svoltava in negativo un pomeriggio qualsiasi di fine autunno.

Leggi, ma fatichi a crederci. Accendi la televisione, sperando che sia l’ennesima fake news. E invece niente, l’ultim’ora è la stessa in ogni testata. Cambi canale, premi spasmodicamente i tasti del telecomando, cerchi un appiglio per sfuggire alla realtà dei fatti, ma non c’è via di uscita. Non c’è modo di eludere quel “Murió Diego Armando Maradona”, lanciato prima di tutti dal Clarín, il principale quotidiano argentino, che giganteggia su tutti i notiziari.

Scese il silenzio su Napoli. Un milione e centomila famiglie avevano appena perso un proprio caro, una città aveva appena perso un proprio figlio e il proprio orgoglio. Scese il silenzio sull’Argentina, dove una Nazione aveva perso la sua bandiera, il suo simbolo, il suo sogno e la sua gloria. Come un contagio, il lutto si diffuse da Buenos Aires alle case di ogni cittadino del mondo, nei cuori di ogni amante del fùtbol e non solo. Il calcio aveva appena perso il suo massimo interprete.

Quegli attimi sono ancora ben impressi nella memoria di tutti noi. È uno di quei momenti che ricordi a vita. Eppure, dopo lo scossone iniziale, come un terremoto interiore, venne il tempo dell’assestamento e della reazione. Non si poteva rimanere a braccia conserte, il dio del calcio meritava di essere omaggiato. Ricordiamo alla perfezione le immagini di quel fiume umano, vestito di albiceleste, che si reca alla Casa Rosada per l’ultimo saluto al Pibe de Oro. Così come ricordiamo l’altro fiume umano, quello colorato di azzurro, riunito all’esterno dello Stadio San Paolo e allo storico murale ai Quartieri Spagnoli per un accorato tributo.

Trecentosessantacinque giorni senza Maradona

Da quella serata ne è passata di acqua sotto i ponti. Ma cosa è successo in questi trecentosessantacinque giorni senza Diego? Assente, ma solo fisicamente, perché di Maradona non si è smesso di parlare per un istante. Nel bene e, purtroppo, anche nel male.

I giorni successivi al decesso sono stati sicuramente quelli più movimentati. Erano i giorni del cordoglio, del lutto e della commozione, ma erano anche i giorni del dissenso e del disprezzo per chi non concepiva la santificazione popolare di una persona che nel suo privato era stato tutt’altro che un modello di rettitudine. A qualcuno evidentemente quel mito non era mai piaciuto e coglieva l’occasione, non curante del momento delicato, per sfogare la propria frustrazione e sollevare le polemiche.

Ma d’altronde, Maradona non ne aveva mai fatto mistero ed aveva sempre riconosciuto gli sbagli commessi nella sua vita. E l’unico ad aver pagato le conseguenze dei suoi eccessi è stato proprio lui, come aveva ribadito, pentito, anche nella sua ultima intervista italiana con Maurizio Costanzo. Troppo spesso, purtroppo, il lato umano è passato in secondo piano, nascosto dai vizi sregolati di cui era vittima. E chissà se non fosse stato proprio per quei vizi quante altre gioie avrebbe potuto regalare al mondo intero.

Le ombre sulla morte

Già tormentato in vita, neanche lassù, comunque, Dieguito è riuscito a trovare un po’ di riposo. Da subito, infatti, si è aperto un processo, prima solamente mediatico e poi anche legale, per indagare e accertare le cause del decesso. Molteplici testimonianze, anche di persone molto vicine, hanno riportato di scarsa cura e attenzione allo stato di salute del Pibe de Oro da parte dell’equipe medica. Inoltre, sembra anche che i soccorsi non siano chiamati tempestivamente. Nel vortice sono stati risucchiati anche i familiari, rei di aver abbandonato Maradona al suo destino, ed in particolare la figlia Giannina, che avrebbe deciso di far tornare il padre nella sua casa di Tigre piuttosto che lasciarlo in clinica. L’interrogativo, dunque, è lecito: ma non è che forse Maradona si sarebbe potuto salvare? “Ha ricevuto cure pessime, ecco perché è morto. Gli hanno fatto esplodere il cuore”, ha commentato l’avvocato Matias Morla.

Al momento ci sono sette persone indagate per omicidio colposo, tra i quali spicca il medico Leopoldo Luque, additato come sospettato principale. Tra assistenti che si discolpano, testimonianze contrastanti, avvocati che accusano e chiedono chiarezza, e i figli che esigono la verità, ciò che è certo è che il povero Diego ha attraversato un declino che non meritava. Chi lo ha vissuto negli ultimi anni lo racconta come trasformato, abbattuto e stanco, sia nel fisico che non lo reggeva più che nello spirito che non aveva più la forza di combattere. È stato logorato dall’interno.

La battaglia per l’eredità e i presunti figli

E non c’è stata pace nemmeno a guardare dall’alto i propri cari. Come spesso accade in queste situazioni, e soprattutto con parentele così allargate come quelle costruite nel tempo da Maradona, il lutto non è altro che la quiete prima della tempesta. È il preludio alla brama di mettere le mani su un pezzettino di eredità. E se ti chiami Maradona, è intuibile che quel pezzettino debba risultare abbastanza consistente. Non c’è stata guerra tra i figli legittimi, ovvero Diego Jr, Dalma, Giannina, Jana e Diego Fernando. Dopo qualche discussione, il tribunale di La Plata ha stabilito che i figli riconosciuti sono gli unici ad aver diritto alla spartizione del patrimonio. Qualche problema in più è sorto con le varie ex compagne di Diego ed in particolare Claudia Villafane, storica compagna e madre di Dalma e Giannina, a quanto pare estromessa da ogni discorso proprio per volontà del Diez.

Come se non bastasse, poi, sono iniziati a spuntare presunti figli sparsi per il mondo, pronti a reclamare la propria discendenza. Nei primi giorni sono balzati alla cronaca almeno sei nomi, tenuti in considerazione con una certa attendibilità. Alcuni sono caduti nel baratro dopo dei rapidi accertamenti. Altri, invece, sono ancora in lizza per un posto nella famiglia Maradona. Il caso più risonante, e forse anche quello che ha più probabilità di un riscontro positivo, è quello del giovane Santiago Lara. La somiglianza con il Pibe de Oro è innegabile. Il ragazzo, nato nel 2001 e figlio di Natalia Garat, modella morta a soli 23 anni a causa di un brutto male, crede fermamente nella sua teoria. L’avvocato chiede da ormai un anno che venga riesumato il corpo di Diego per poter procedere alle analisi del DNA ed arrivare ad una risposta.

La guerra sui diritti di immagine

Insomma, Matias Morla, legale del Pibe de Oro, di certo non ha passato indaffarato l’ultima annata. Da qualche mese a questa parte, infatti, c’è anche lo spinoso fronte dei diritti di immagine da tenere in considerazione. Ebbene sì, perché come si può immaginare non si sono fatte attendere iniziative, spesso a sfondo commerciale, che hanno incentrato il proprio successo sull’immagine di Diego. Come sostenuto dai figli, in primis da Diego Jr, ben poche hanno ricevuto il consenso da parte della famiglia Maradona.

La vicenda, poi, si infittisce ancora di più se si tiene conto anche di una battaglia nella battaglia, ovvero quella tra la progenie del Numero 10 e Stefano Ceci, grande amico ed agente di Maradona fino a quando è stato in vita. “Detengo i diritti di Diego. Ho un contratto di quindici anni e rinnovabile per altri dieci firmato da lui con tanto di avvocati, notaio e postilla delle ambasciate”, ha affermato appena qualche giorno fa il manager.

La questione è tanto semplice quanto complessa: l’ex agente sostiene la validità dei contratti firmati, che attribuirebbero a lui la gestione dell’immagine di Maradona; la famiglia, invece, ritiene che – per ovvi motivi – Stefano Ceci sia stato destituito dalla carica di manager e, conseguentemente, i diritti spetterebbero agli eredi. L’impressione è che la diatriba si concluderà solo quando un giudice stabilirà quale delle due parti in causa ha ragione.

Il saluto del mondo dello sport

Ma chiaramente, in un anno senza il Pelusa, come veniva soprannominato da piccolo, c’è stato anche tanto di cui gioire. Per fortuna, c’è chi ha saputo conoscerlo per ciò che è stato e per ciò che ha fatto, andando oltre il personaggio e apprezzandone il lato umano. Incassata la notizia della sua morte, le dimostrazioni di affetto e riconoscimento non si sono fatte attendere.

La sera successiva al suo addio, il primo omaggio calcistico è toccato al Napoli, in campo contro il Rijeka per la sfida di Europa League. Nella memoria di tutti c’è l’abbraccio degli azzurri nel cerchio di centrocampo, con le magliette con il numero 10 sulle spalle, stretti in un commovente minuto di raccoglimento e con l’immagine di Diego sul maxischermo. In uno Stadio San Paolo che già si apprestava a diventare Maradona, gli azzurri alleviarono per qualche minuto le sofferenze dei napoletani. Il vero spettacolo, però, andò in scena all’esterno dell’impianto di Fuorigrotta, dove nel frattempo si era improvvisato un vero e proprio altare funebre e dove in migliaia si sono recati in poche ore per rivolgere l’ultimo saluto.

Il giorno dopo fu il turno del toccante tributo della nazionale di rugby della Nuova Zelanda, impegnata nella sfida del Tri Nations proprio contro l’Argentina. Gli All Blacks diedero il proprio addio al Diez esibendo la haka, la tradizionale danza maori, al cospetto di una maglia dedicata del Pibe de Oro, posta poco prima in terra dal capitano Sam Cane. Uno spettacolare saluto ad un protagonista che non ha segnato solo l’universo calcistico, ma che è stato e sarà per sempre patrimonio di tutto il mondo dello sport.

Benvenuti al Diego Armando Maradona

Le giornate successive, poi, furono anche quelle decisive per l’intitolazione dello Stadio San Paolo, che non fu altro che una naturale conseguenza, un atto dovuto. Dopo tutto quello che aveva fatto su quel prato, era davvero il minimo che la città potesse fare per rendere ancora più indissolubile un legame che sarebbe stato eterno già di per sé. Maradona è Napoli, e viceversa. Sulla spinta dalla volontà dell’allora sindaco De Magistris e dal presidente De Laurentiis, la richiesta popolare divenne realtà. Mai la burocrazia italiana fu così rapida. Il 5 dicembre, dopo appena nove giorni, già fu tutto definito, firmato e timbrato. E allora, benvenuti allo Stadio Diego Armando Maradona di Napoli.

Il ricordo del Napoli attraverso le divise

La settimana seguente fu ancora la SSC Napoli a rendere omaggio alla sua icona, onorando la sua memoria con una maglia ispirata a quella dell’Argentina. In realtà, la albiceleste con pantaloncino nero era un progetto già in cantiere, che avrebbe dovuto fare la propria comparsa nella seconda metà di stagione. Date le circostanze, poi, si è ritenuto giusto anticipare i tempi. La maglia è stata indossata praticamente per il resto della stagione, sostituendosi a quella interamente azzurra.

Decisamente più rumore ha fatto la seconda divisa dedicata a Diego da parte del club. Il riferimento chiaramente è alla maglietta lanciata quest’anno contro il Verona e che verrà indossata nelle partite del mese di novembre. Al di là della discutibilità dal punto di vista stilistico, con il faccione di Maradona stilizzato in bella vista, la maglia è divenuta oggetto dell’annosa diatriba sui diritti di immagine. Diego Jr ha preso subito le distanze dal progetto del Napoli non appena presa visione dell’immagine che circolava in rete. “Non autorizzata”, aveva commentato su Instagram. “Non siamo mai stati contattati e non abbiamo dato nessun consenso. Il Napoli ha preso accordi con Stefano Ceci che è stato il manager di papà ma che ora non lo è più”, ha dichiarato all’agenzia di stampa Adnkronos. Insomma, ritorniamo alla stessa questione già esposta in precedenza.

C’è voluta la mano de Dios?

Ne avrà fatti di salti di gioia Dieguito nel vedere Leo Messi alzare nel cielo di Rio la Copa America, proprio questa estate. Dopo tanti anni di tentativi e altrettanti fallimenti finalmente l’Argentina è riuscita a portare a casa il trofeo che mancava da quasi vent’anni, per di più in casa dei rivali storici del Brasile. Dopo aver vissuto le due sconfitte consecutive ai rigori contro il Cile, è un curioso scherzo del destino che la vittoria sia arrivata alla prima edizione in assenza di Maradona. Ma chissà che non sia stata proprio la sua mano invisibile da lassù, come una divina provvidenza, a portare la coppa tra le braccia dell’Albiceleste.

Un saluto ai matematici di Oxford

Immaginiamo anche che Diego abbia trovato il tempo per farsi una grossa grassa risata nel leggere quella fantasiosa classifica dei migliori calciatori della storia stilata da un professore dell’Università di Oxford. Il matematico inglese Tom Crawford – uno dei migliori, pare – ha sviluppato la sua ricerca partendo da diversi fattori, sia individuali che di squadra, e rapportandoli agli obiettivi e ai risultati conseguiti. Ne è uscito fuori allora che il migliore di sempre è Cristiano Ronaldo, seguito da Lionel Messi e poi da Pelè. Per scorgere il nome di Maradona bisogna scivolare fino alla nona posizione, dopo i vari Puskas, Ronaldo, Van Basten, Di Stefano e Platini. Un saluto ad Oxford e passiamo oltre.

La Maradona Cup senza il Napoli

Chissà, invece, cosa avrebbe pensato a proposito della Maradona Cup. Una coppa commemorativa istituita ufficialmente per omaggiare El Diez – giusto – ma che forse non è riuscita a celare gli intenti di business di fondo. Sembra strano, infatti, come tra le tante piazze eleggibili per disputare la partita si sia optato per la ricchissima Arabia Saudita. Eppure, ci sarebbero stati tanti stadi in Argentina pronti ad aprire le porte, ci sarebbe stato il Camp Nou dei centomila posti a sedere o, il più scontato di tutti, il Maradona di Napoli, che non aspettava altro. Invece si è scelta la lontana Riad.

A giocarsi la partita, il 14 dicembre, ci saranno il Boca Juniors e il Barcellona. Al tavolo mancherà il Napoli, la squadra in cui Diego ha scritto la storia e si è consacrato come leggenda. Voci dall’Argentina hanno fatto sapere che il presidente De Laurentiis non abbia accettato di partecipare al triangolare per motivi economici, legati al compenso per la partecipazione e agli introiti dei diritti tv. Voci italiane, invece, sostengono che il Napoli abbia ritenuto scomodo e sconveniente fare un viaggio andata e ritorno in Arabia nel pieno del campionato.

Gli omaggi sul grande e sul piccolo schermo

Ad omaggiare la memoria di Diego ci ha pensato anche il mondo del cinema ed in particolare la mente geniale di Paolo Sorrentino, napoletano e mosso da un amore viscerale nei confronti del Pibe de oro. Già nel 2014, aveva dedicato direttamente dal palco degli Oscar la vittoria del riconoscimento come miglior film straniero per “La grande bellezza” a Maradona, per lui idolo e fonte di ispirazione. Ad anni di distanza, Sorrentino si ritrova nuovamente candidato al premio Oscar come miglior film straniero e stavolta con una storia autobiografica che si intreccia intensamente proprio con il Numero 10.

“È stata la mano di Dio” è il racconto di come l’amore per Diego Armando Maradona lo abbia salvato da un tragico incidente in cui i suoi stessi genitori hanno perso la vita. La mano di Dio, appunto, allude alla duplice spiegazione attribuibile a quel miracolo: l’intervento della provvidenza divina e la complicità del Pibe de Oro. Il film è una straordinaria testimonianza di quanto Diego abbia inciso nel profondo delle vite delle persone che lo hanno saputo amare.

Altro omaggio su pellicola è quello offerto da Alejandro Aimetta con la serie tv “Maradona – Sogno Benedetto”. La trama, suddivisa in dieci episodi, vuole ripercorrere la storia e la vita del più grande di tutti i tempi, rivivendo la sua carriera calcistica ma anche affrontando le difficoltà con cui si è confrontato e le tentazioni in cui è caduto. La produzione, che ebbe l’approvazione anche di Dieguito, ha suscitato reazioni contrastanti nel pubblico. A far discutere è stata soprattutto la parte di narrazione che riguarda le avventure napoletane di Maradona, segnata da diverse inesattezze. Inoltre, chi ha avuto la fortuna di conoscere personalmente El Pibe de Oro accusa di non aver restituito un’immagine veritiera della persona, distorcendo alcuni tratti del suo carattere e certi suoi comportamenti. Insomma, bello e interessante, ma forse non la miglior fonte a cui affidarsi se si vuole conoscere la sua vita.

Maradona torna a casa

Ed infine, l’ultimo – che non sarà di certo ultimo – omaggio in ordine temporale è la statua commemorativa che verrà introdotta all’interno dello Stadio Maradona. La scultura è un regalo dell’amico ed ex agente Stefano Ceci, ancora lui, che ha voluto portare a compimento una promessa fatta proprio al Pibe de Oro. La statua verrà svelata e presentata al pubblico in occasione di Napoli-Lazio, il 28 novembre. Sarà collocata probabilmente all’uscita del tunnel degli spogliatoi, come a voler benedire i calciatori al loro ingresso in campo. “Con questo regalo Diego torna a casa, torna a Napoli e tra i napoletani”, ha commentato Ceci. Questo omaggio è un timbro, una firma che sugella il legame inscindibile tra il Napoli e la sua icona. E si spera che possa essere solo il primo passo di un progetto volto a rendere lo stadio di Fuorigrotta il tempio e la casa di Maradona.

Per sempre, Diego

Manca tanto Diego, manca a tutti noi. Sarebbe stato bello potergli passare per un’ultima volta il microfono per conoscere la sua su tutto ciò che si è perso in questo anno. Mai banale, originale, di pancia, ci avrebbe sicuramente stupito a modo suo. Nel bene e nel male, Maradona è stato quel che è stato. Ha lasciato il segno e lo ha lasciato in eterno. Con le sue giocate ha cancellato e riscritto pagine di uno sport, di una città e del suo popolo e di una Nazione intera. Ha dato dignità, valore e orgoglio a chi non ne aveva mai avuto prima. Sempre dal lato dei più deboli, in cerca di giustizia e riscatto. È stato il simbolo delle minoranze, è stata la ribellione, il sogno e la libertà.

“Non importa quello che hai fatto nella tua vita, ma quello che hai fatto nelle vite degli altri”, recitava uno striscione comparso in suo onore in Argentina. Le nostre vite le ha cambiate. Ed ecco perché Maradona continuerà a vivere per sempre in tutti noi. I miti sono coloro che rimangono in eterno, il resto sono storielle. In ogni bandiera albiceleste, in ogni campo di calcio, per i vicoli di Napoli e in ogni numero 10 stampato su una maglietta, Diego vivrà sempre.

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