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Gli allenatori di calcio: ormai, uno stato nello stato

Gli allenatori di calcio: ormai, uno stato nello stato

© “ROMA-NAPOLI-MOURINHO” – FOTO MOSCA

Non se ne può più. Capisco lo stress, l’importanza di quella che, nel Novecento, si chiamava “posta in palio”; l’evoluzione della specie e del mestiere; l’attrazione per la mimica e la maieutica (non c’entra un tubo, ma fa chic). Sto parlando degli allenatori. Gli allenatori in panchina. Che, ai miei tempi, era convento e oggi è discoteca. Corrono tutti come invasati, corrono tutti dietro i propri giocatori, un po’ domatori e un po’ belve, felici di essere ripresi («solo» dalle telecamere, però).

In principio fu Oronzo Pugliese, il mago di Turi. Accompagnava i dipendenti lungo la linea (e la lingua) laterale. Memorabili, quando pilotava il Bologna, i colloqui ambulanti con Bruno Pace, che chiamava “Pece, Pece”. Oggi, sono tutti, o quasi, Pugliese. Se non trottano come lui, come lui arringano. Penso ad Antonio Conte, che dalla Juventus agli Spurs continua a dettare le rimesse, dal fondo o dai lati, come se fossero i titoli di un tema. E poi s’infervora, si immedesima, si appassiona: e se ci scappa un gol, bum.

I fischi di Giovanni Trapattoni affiorano, dall’archivio, casti e antichi. La postura di Nils Liedholm, ogni volta che lo disturbiamo tra gli scaffali, assomiglia sempre più alla visione di un Buddha regale e caricaturale. Erano tempi in cui i mister non si potevano nemmeno alzare. Si narra che detta facoltà risalga a Franz Beckenbauer. Ai Mondiali del 1990, era il ct della Germania Ovest: aveva mal di schiena, non riusciva a stare seduto, chiese una deroga, gliela concessero. E se da cosa nasce cosa, da deroga nasce deroga. Figuriamoci.

Da qui l’idea dell’area tecnica. In teoria, una gabbia. In pratica, una rampa di lancio. Ma anche una piccola Nasa semovente. Non ricordo che Rinus Michels prendesse appunti. Eppure inventò il calcio totale. Non rammento che li prendesse Artur Jorge. Eppure guidò il Porto a ribaltare il Bayern nella finale della Coppa dei Campioni a Vienna, nel 1987. Oggi, ogni tecnico ha con sé un popolo di devoti che sfiora la rosa della squadra che allena. Maurizio Sarri scrive su un taccuino sgualcito, José Mourinho pure; vanno di moda i pizzini che, affidati ai “secondi”, finiscono nelle maniche dei destinatari. E quando c’è un cambio, apriti cielo: ecco l’assistente con la lavagnetta o il quaderno che spiega al subentrante dove e come piazzarsi (!). Invidio gli astronauti di Apollo 13: in proporzione, subirono un accanimento didattico decisamente più blando. O sono loro, adesso che ci penso, a invidiare le “terapie” del calcio iper-moderne?

Gian Piero Gasperini scruta spesso la “cipolla” che tiene in mano; Luciano Spalletti è tutto nell’espressione degli occhi, delle rughe, come se sapessero di essere sotto i fari e, per questo, volessero fare bella figura; Simone Inzaghi sacramenta e zampilla in giacca e cravatta; Sarri ha lo sguardo trasandato e squamoso del rivoluzionario incazzoso, Mourinho corre sotto la curva e sopra i porqué. Massimiliano Allegri, da parte sua, urla per invitare alla “halma”, che poi sarebbe la calma. Fin troppa, a volte.

E, di fianco o alle spalle, il drappello di segretari, di Pigafetta, di algoritmi, di numeri che indagano il numero, tutti in fila per tre col resto di due. Per tacere di quando una squalifica li costringe in tribuna. Se Diego Maradona era squalificato, infortunato o in ritardo, ripeto: Diego Maradona, giocava un altro al suo posto: punto. Con gli allenatori, no. Guai. È diverso. Telefonini, cuffie, walkie talkie da guerra in Vietnam, pur di comunicare “live” con il povero (vice) prigioniero in panca (ma non in banca), le orecchie sequestrate da un gomitolo di cavi che dovrebbero aiutarlo a dirimere un cambio, a orientare una mossa, come se, da solo, non fosse in grado, imbranato e pure abusivo.

Fra assistenti, tattici, match analyst, preparatori eccetera, l’allenatore è diventato uno stato nello stato. Ma mi faccia il piacere, direbbe Totò.

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