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A tu per tu con Salvatore Bagni, guerriero nazionale

Salvatore Bagni

© FOTO COPERTINA SALVATORE BAGNI – FOTO MOSCA

Ci sono due tipi di giocatori che rapiscono il cuore dei tifosi, quelli messi in campo da Dio – figli di un dono – e quelli che invece il campo se lo sono dovuti meritare ogni singolo giorno, mangiandoselo.
I primi ci rapiscono con tocchi e giocate, punizioni e conduzioni funamboliche, ci accecano con la luminosità del loro 10, sono e sono stati i vari Maradona, Totti, Del Piero, Ronaldinho.
Gli altri, invece, conquistano – e hanno conquistato – la stima dei compagni e degli appassionati attraverso la determinazione, la grinta, la dedizione, quella voglia di non mollare mai che fa identità, che ci permette di immedesimarci con chi deve lottare per conquistarsi il suo posto nel mondo. Pensiamo a De Rossi, Gattuso, Oriali e tra loro ad una leggenda del Calcio Napoli: Salvatore Bagni, una persona buona che sul prato verde si trasformava in un guerriero e col suo spirito è riuscito a guadagnarsi l’amore dei tifosi, trofei, rispetto nazionale.

Noi di Sportdelsud abbiamo avuto l’opportunità di scambiare due parole con lui, di rivivere insieme la sua carriera, gli inizi, le paure, la consacrazione, gli anni azzurri, le vittorie. 

Partiamo dalle origini, stagione 1977-78, dal Carpi ti trasferisci al Perugia. Poco più che ventenne compi un triplo salto di categoria, dalla D alla Serie A, diventando titolare inamovibile in poco tempo. Non è qualcosa che capita a tutti…

Si ma non è stato il primo salto. Il primo è stato dalle giovanili al Carpi. Io dovevo smettere di giocare. A diciotto anni ero in una squadra. Si chiamava Kennedy Carpi, ci giocavo da sei anni. Non avendo loro una prima squadra, il mio allenatore (che vedo tutte le settimane) mi chiese – visto che non mi voleva nessuno – di andare a giocare in seconda categoria (praticamente amatori). Con rispetto gli dissi che avrei preferito giocare solo con gli amici d’infanzia per divertirmi. E a quel punto lui si impose. Andò dal Carpi, in serie D, e gli chiese un favore – visto che il Presidente era un suo compagno di scuola (per mia fortuna). Mi fece ottenere un provino. Invece di smettere andai lì. La prima partita la giocai da titolare. Segnai il primo gol contro la Vis Pesaro e non uscì più dal campo. Due anni a Carpi e salto dalla D alla A. II secondo salto: dalle giovanili alla serie D e dalla D alla A. Il mio futuro era in fabbrica e per merito di questo signore (Giorgio Forghieri, il suo allenatore), ho fatto la carriera che conosciamo.

Salvatore Bagni al Perugia 1979

Per merito di Forghieri ma anche per merito tuo. Avevi qualcosa di speciale?

No. Non l’avevo, erano sei anni che giocavo nella stessa squadra e non mi aveva notato nessuno. Forse per demeriti miei, magari anche qualcuno non aveva visto l’opportunità che potessi diventare calciatore. Ero lì a Carpi e non mi avevano notato nemmeno per la Serie D, pensavano che non potessi giocare nemmeno in promozione, nel mio Paese. Colpa mia sicuramente, però dopo ho avuto una bella rivincita.

Nel calcio contemporaneo assistere ad inizi del genere è diventato un evento sempre più raro. Quale è il paradigma che è cambiato a tuo parere e, soprattuto, non credi che si parli troppo spesso di cosa la Nazionale ci debba dare ma troppo poco di quanto le si dà, proprio in termini di valorizzazione del nostro capitale?

Una volta le squadre di bassa classifica non avevano degli imprenditori importanti. Adesso sono diventate quasi tutte straniere le proprietà e hanno più soldi. Fino a 15-20 anni fa erano tutte società italiane, appartenenti anche a dinastie importanti. Alla mia epoca, sopratutto in piccole città di provincia, c’era la volontà di rischiare, di far giocare i giovani, di andarli a pescare nelle serie inferiori. Come è successo a Perugia. Li hanno fatto grandissimi campionati, nonostante avessero un Presidente (Franco D’Attoma) privo di possibilità economiche, ma dotato di una testa unica. Vedeva oltre, andava a cercare, insieme a Ramaccioni e Castagner, giovani interessanti come me, in Serie D dove il bacino era enorme, oppure ragazzi che gli anni precedenti non avevano fatto bene: Ceccarini, Frosio, Amenta. Il budget non aiuta, puoi avere poco budget, ma devi avere delle idee.

Le prestazioni fornite in Umbria ti permettono di arrivare all’Inter. Rino Marchesi ti trasforma in mediano, quindi da esterno raccogli l’eredità di Oriali, li cambia la tua carriera, diventi uno dei migliori interpreti del ruolo in Europa.

Il primo anno a Milano ho avuto Bersellini che mi ha coccolato. I primi cinque mesi non sono andati benissimo. Pagai il fatto che mia figlia era nata nell’81, proprio nei mesi del passaggio e non mi faceva dormire. Ma non do la colpa a lei, che mi ha dato due nipotine fantastiche (ride). Nei restanti due anni e mezzo poi è stato meraviglioso, ho avuto un rendimento molto alto. Il secondo anno, Marchesi, che poi ho ritrovato a Napoli, mi disse una mattina di punto in bianco di vedermi centrocampista e mi chiese di provare in una amichevole durante il ritiro estivo. Io per lui avrei fatto qualsiasi cosa. È una persona con la quale mi sento spessissimo. Ho stima di lui, è una persona per bene, un signore. Gli dissi si. Quella fu un’opportunità immensa per me. Esordiì in Nazionale da ala destra, ma se ci sono rimasto in pianta stabile fu perché diventai centrocampista centrale. 

Salvatore Bagni e Venturi, derby del 7 marzo 1982

Pensi che la tua storia sarebbe stata diversa senza quella intuizione?

Sarebbe stata diversa la mia vita. Ero un esterno che segnava tanti gol, però credo che li avevo esauriti tutti. Segnai 24 gol in 4 anni al Perugia, davvero tantissimi. Cinque al primo anno all’Inter, non pochi. Considerando che prima un esterno faceva l’attaccante, il centrocampista e il terzino. Erano le famose ali destre. Segnavo però mi piaceva l’idea di Marchesi. Dopo averci provato, mi son trovato bene. Prima c’erano più pause nel gioco e quando giocavi davanti dovevi anche rallentare. Mentre in mezzo al campo dovevi essere sempre attivo, quello mi piaceva molto. Ma devo ringraziare Marchesi. Marchesi e Forghieri (l’allenatore delle giovanili) perché mi hanno dato la possibilità di vivere una vita diversa. 

A proposito del tuo ruolo, sei stato un centrocampista che abbinava qualità a quantità, visione ad interdizione, grinta e capacità di svariare su tutto il fronte offensivo anche con un spiccato senso del gol. C’è un calciatore nel quale ti rivedi in giro per l’Europa? E l’accostamento con Barella ti piace?

Barella è un giocatore top! Quello che mi assomiglia più di tutti. Fa la mezzala, dove ho giocato più che altro dopo l’arrivo di Romano a Napoli. A me piaceva perché avevi l’opportunità di spingere, di andare nell’area avversaria, di inserirti. Quello era il mio ruolo ed è quello di Barella, uno che ha tutto. È tecnico, è fisico, nonostante l’altezza. È un motorino per novanta minuti, un giocatore splendido. 

A proposito del tuo stile di gioco, eri uno da lotta, “cattivo”. Hai anche tu l’impressione che per inseguire il bel calcio, accontentare il gusto estetico, sia stia trascurando la malizia agonistica?

È cambiato il calcio. Una volta era più duro, più cattivo perché in campo c’erano persone che dovevano conquistarsi qualcosa: una vita diversa. Per novanta minuti cambiavamo anche il modo di pensare, il carattere. Mio padre mi diceva che se avessi avuto in campo lo stesso carattere che avevo fuori non avrei potuto giocare a calcio. Invece mi trasformavo. Scattava qualcosa, perché dovevi conquistare, migliorare, anche dal punto di vista economico. In campo erano tutti diversi, tutti cosi. Era una lotta, una guerra agonistica. Dovevi stare attento a come ti muovevi, a cosa facevi. Dovevi stare in allerta per tutti i novanta minuti, perché poteva capitarti di tutto. Poi gli arbitri ammonivano una volta ogni venti falli, anche se pericolosi. Ne potevi fare anche dieci e stare sicuro. Io le ho date, ma le ho anche prese (ride!).

Ma senza il coltello tra i denti si può vincere?

No. Non si può vincere senza essere grintosi. Prendi il Milan. Ha vinto tanto con Gattuso. Gattuso aveva il mio poster in camera nonostante i suoi fossero milanisti. Ringhio ha conquistato tutto, è arrivato sul tetto del mondo, con la grinta, la determinazione. Bisogna credere in quello che si fa. L’importanza dei giocatori che hanno questa personalità è fondamentale, lavorano per loro e per gli altri. Sono degli esempi che possono trascinare la squadra, possono trascinare altre persone a dare di più di quello che hanno. 

Nell’estate del 1984 firmi per il Napoli, ci rimarrai fino all’1987, disputando 106 partite e vincendo Scudetto e Coppa Italia, sono gli anni più belli della tua vita calcistica?

Mi sono divertito. Da 37 anni ci torno tutti i lunedì. Napoli è la mia squadra del cuore, è la mia città del cuore. Io dico che sono per il 70% napoletano e per il 30% emiliano, anche se vivo da 42 anni in Romagna. Mi sento napoletano. Poi mi danno ancora affetto e amore, ogni volta che vengo a Napoli. Anche i bambini di 5 anni che non mi conoscono – magari solo da video perché gli è stato tramandato dai padri o dai nonni -, le signore anziane di 80 anni. È una cosa unica al mondo. Io ho portato tutti i miei amici a Napoli, per far capire la realtà che si vive. La realtà che vivo dopo 32 anni che ho smesso di giocare. Se i napoletani pensano che tu hai onorato la maglia, ti ameranno e ti daranno affetto per tutta la vita. Solo a Napoli succede. Mi emoziona ancora raccontarlo, perché è incredibile l’affetto che ti danno, che hanno nei miei confronti, ed è ricambiato. 

Salvatore Bagni in maglia azzurri, stagione 1987-88

Se parliamo di quell’epoca, di quegli azzurri, non possiamo non parlare di Maradona. Lui diceva che la tua porta era sempre aperta nei suoi confronti. Che rapporto avete avuto?

Sono stato l’unico – e l’ha detto anche lui – che l’ha vissuto fuori dal campo. Io l’ho vissuto a casa. Dall’84 per trenta anni, è venuto a casa mia. Stava con me, si sentiva coccolato, pieno di attenzioni. E io lo facevo sentire cosi perché era mio amico non perché era Maradona. Lui era Diego e io Salvatore. Lui si sentiva bene con noi, stava anche mesi con noi. Due mesi addirittura quando ha smesso. La mia famiglia era la sua famiglia, e lui stava con noi come se stesse a casa sua. Diego veniva a cercarci, tutti cercavano lui e lui veniva a cercare noi, perché aveva la nostra porta aperta. La nostra porta era aperta per lui, per sua moglie, per i suoi parenti. Per chiunque volesse portare a Cesenatico.

Diego, fuoriclasse, dal peso enorme sullo spogliatoio. Ma se guardiamo alla tua carriera possiamo dire che si può essere fondamentali in un gruppo anche senza esserne i leader tecnici. Venendo agli azzurri degli ultimi tempi, non credi che siano mancati spesso uomini dalla grande responsabilità?

In generale le responsabilità non si suddividono, ci sono quelli che incosciamente si portano sulle spalle gli altri, perché hanno più carisma e personalità e riescono a trasmetterla ai compagni. Devi dare l’esempio ma non parlando, facendo e meritandoti il rispetto dei tuoi compagni. E li che diventi un leader. In qualsiasi momento ti seguiranno, perché ti sei preso la fiducia a fatti, non a parole. Io, ad esempio, sono stato sempre molto concreto. Ma devi rischiare, essere pronto alle conseguenze. Devi metterti in prima persona, esporti. A me piacciono i calciatori che si espongono, più che nascondono. Pero non siamo tutti uguali. 

Insigne, sei un suo compagno di squadra cosa gli consigli di fare? Sei, invece, un consulente tecnico di De Laurentiis spingi per una proposta migliore o vai al ribasso per farlo andar via?

Io sono amico di De Laurentiis, da quindici anni (ride di gusto). Diciamo che Insigne vive un momento particolare del Napoli. Gi azzurri vogliono ridurre il monte ingaggi, e allo stesso tempo il ragazzo ha le sue ragioni. Lo società giustamente vuole mettere un tetto, ma lui giustamente merita rispetto per quello che ha dato. Le cose non collimano: Insigne vuole una trattamento diverso, la società ha posto il suo budget – come stanno facendo tante altre squadre – e da qui non si viene fuori. È un problema. Ma in tutti i casi, il ragazzo va giudicato per quello che ha dato al Napoli. Per il cuore, l’amore per la maglia e la città, non per il fatto che andrà via. I contratti si firmano in due e al momento l’accordo è molto difficile. Nessuna delle parti può andare incontro all’altra, ognuno ha le proprie ragioni. Insigne non può ridursi l’ingaggio dopo essere diventato campione d’Europa ed essere migliorato tanto negli ultimi tre anni. Tutti hanno torto e tutti hanno ragione. Lui deve sentirsi libero di cercarsi un’altra squadra.

Senza fronzoli, il Napoli di Spalletti può vincere lo scudetto?

Lo speravo. L’avevo data favorita a luglio, anche prima dei colpi. Prima di Anguissa. Ma se ti succede tutto quello che è successo. È capitato di tutto e di più…e ancora non è finita. Mancheranno i giocatori che andranno in Coppa d’Africa. Poi Lozano positivo, più Fabian, Insigne, Mario Rui squalificato, Ounas che era una buona alternativa. La sfortuna ha tartassato la squadra. I valori sono assoluti ma se si continua cosi...

Guardando le altre, invece, che idea ti sei fatto di questo campionato?

Quando è iniziato il campionato nessuno voleva vincerlo. Tutti volevano entrare in Champions. Poi l’Inter ha fatto delle mosse intelligenti con delle persone che sanno scegliere i sostituti. Hanno dovuto anche loro ridurre il monte ingaggi e incassare per ridurre il debito (vedi Lukaku), però quelle idee importanti hanno permesso di ricostruire una squadra. Un organico da valori importanti con un allenatore eccezionale come Inzaghi, perché è una persona che si fa voler bene, è un grande tecnico – come ha dimostrato alla Lazio – e secondo me diventerà anche un vincente. La Juve che ritorna, invece, non ci credo. Se dovesse entrare tra le prime quattro questo anno vorrebbe dire aver compiuto un miracolo.

Chiudiamo con una domanda sulla Nazionale. Dopo il magnifico Europeo, lo spauracchio Mondiale. La tua ultima partita in azzurro è stata il 5 dicembre 1987 proprio contro il Portogallo?

Ultima partita, 3-0 contro il Portogallo. Lo ricordo bene. Io avrei dovuto giocare anche gli Europei dell’88. Ma misteriosamente da titolare non ci sono andato. Dopo quello che è successo a Napoli hanno trovato delle scuse. Io dissi quello che pensavo, dissi di meritarlo, anche a Vicini, che abitava a Cesenatico. Non si è mai visto uno titolare da sei anni in Nazionale che non viene convocato, mai visto. Assolutamente. La perdita dello scudetto fu una giustificazione, una sciocchezza. È assurdo: avevo giocato 40 partite prima della competizione europea, tutte da titolare. É come se Mancini al Mondiale non portasse Bonucci (assurdo!). A Vicini gli dissi telefonicamente quello che pensavo di lui. Gli dissi non ci credo, chissà che sciocchezza c’è per il mezzo, ci sono altre cose che non voglio nemmeno pensare. I rapporti tra me e Matarrese (presidente della FIGC) non erano certo idilliaci. Resta una cosa assurda, non si è mai vista al mondo. Ma va bene cosi, almeno ho sempre detto quello che pensavo a tutti.

Salvatore Bagni in Nazionale, alla vigilia del campionato del Mondo 1986

E l’Italia di Mancini, invece, al Mondiale ci va?

L’Italia di Mancini invece…un Mondiale senza l’Italia o senza Ronaldo, è la prospettiva. L’Italia non può permettersi di non andare per la seconda volta al Mondiale. Però, sia i lusitani che l’Italia per demeriti propri si trovano in questa situazione. Tutte e due, avevano un girone facile. Quello degli azzurri era semplice, con una Svizzera nettamente inferiore che ci ha preso nel momento peggiore nostro. Il Portogallo nei minuti di recupero ha perso contro la Serbia. Ci fosse stata la Serbia, anche se avessimo giocato al Marakana di Belgrado (un campino molto acceso!), saremmo stati favoriti. Invece, vai a giocare contro una squadra forte fuori casa al da Luz. Due che dovevano essere al Mondiale per demeriti si scontreranno. Ricordiamo anche che al Portogallo è stato annullato un gol a Ronaldo, all’andata con la Serbia, che era dentro di un metro e mezzo, fecero uno a uno, e persero due punti e mezza qualificazione. Dovremmo stare molto bene contro di loro. Sono molto tecnici, giocano a calcio e hanno Ronaldo. Speriamo! Non voglio immaginare un altro Mondiale senza l’Italia. 

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