Cosa ci rimarrà di Fabián Ruiz?

Cosa ci rimarrà di Fabián Ruiz?

© “FABIAN RUÍZ” – FOTO MOSCA

Il pallone è come una ragazza: prima gli piace essere accarezzata e poi violentemente sbattuta”. Eric “The King” Cantona. O l’enfant terrible, fa lo stesso.

Fabian, qualora fosse a conoscenza del modus operandi espresso dal francese, non sarebbe troppo d’accordo: il nuovo centrocampista del Paris Saint Germain predica un amore troppo platonico con il pallone per avere simili pensieri. Fabián Ruiz, nei suoi quattro anni di Napoli, è andato oltre la componente fisica del pallone. Non ha mai smesso di accarezzarlo, corteggiarlo. È rimasto un amore spirituale con la sfera. La toccava con la stessa forza con la quale si accarezza la propria mamma: con lei era genuino, sensibile, spontaneo.

Gli anni di Fabián al Napoli sono dai molteplici volti: il talento espresso, la qualità, ma anche un pizzico di rimpianto per quel senso di incompiutezza, un po’ suo e un po’ della squadra. Quella sensazione che potesse andare ancora meglio di come è andata. Non importa: il calcio si nutre della genialità dei suoi interpreti, non dal peso del trofeo che viene portato a casa. Questo sport è il trionfo del bello, dell’arte, dell’amore: tutti sentimenti che lo spagnolo ha impresso nel suo gioco, e la dimostrazione è il suo tiro dalla distanza.

Contrariamente ai suoi colleghi ‘cecchini’ che, come in Holly e Benji, riescono a deformare il pallone una volta che il piede impatta con esso, lui disegna una traiettoria: la sua conclusione segue la scia di una matita mentre traccia il profilo di un volto, la curva della fronte e poi del naso. E l’eleganza delle linee disegnate dai suoi palloni ricorda quella del tratto di Pablo Picasso, andaluso come lui.

Fabián, più che un pallone, sembra colpire l’otto nero al termine di una partita di carambola: lasciargli diciassette, venti, venticinque metri dalla porta significa sanguinare davanti ad uno squalo, come dice il maestro Flavio Tranquillo. Quasi quasi, per il basket sarebbe stato perfetto. Avrebbe regalato parecchi buzzer beater alla sua franchigia. Beati i tifosi…

Mettere l’ombrellino nel long drink è stato il suo forte, ma le sue partite non si esaurivano in una meravigliosa conclusione dalla distanza. L’intelligenza, la tecnica, la freddezza: sono solo alcune delle componenti che riempivano il suo bagaglio calcistico. Se queste lo hanno reso un calciatore indispensabile, la bellezza e l’eleganza sono state un pizzico di sale ideale per creare un centrocampista armonioso, pittoresco.

Per approdare a Napoli Fabián ha lasciato casa, letteralmente. Ancor prima di diventare calciatore, infatti, la madre lavorava nel centro d’allenamento del Betis Siviglia. La voce di Carlo Ancelotti era un urlo nella sua testa: non poteva rifiutare. Fabián Ruiz è arrivato durante l’estate del 2018 dietro il pagamento della clausola rescissoria da 30 milioni da oggetto misterioso, ma saluta, quattro anni dopo, da prossimo centrocampista della squadra più doviziosa d’Europa: alla ricerca del primo, vero, grande, titolo.

Buena Suerte, Fabián.

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