Lezioni di giornalismo: Bonetto versus Cairo, un confronto che merita

Ne “L’angolo del Beck”, Roberto Beccantini dedica una puntata ai giovani giornalisti prendendo spunto dal confronto tra Marco Bonetto e Urbano Cairo: un elogio della schiena dritta, della domanda chiara e del giornalismo che non cerca il nemico ma la verità, anche quando brucia.

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Articolo di Roberto Beccantini02/03/2026

Questa puntata la dedico ai giovani che hanno scelto di diventare giornalisti in un’epoca che ha moltiplicato gli strumenti di indagine ma accentuato i bavagli. Il protagonista è un collega di «Tuttosport». Si chiama Marco Bonetto. Ha 57 anni. Segue il Torino, di cui è tifoso. Albert Camus, premio Nobel per la Letteratura, ammoniva: «Chi scrive in modo chiaro ha dei lettori. Chi scrive in modo oscuro ha dei commentatori».

Ecco: Marco scrive – e parla – in modo chiaro. Non sempre ha ragione, ma sempre giustifica l’attenzione, la curiosità. Sa che i nostri «padroni» non sono gli editori: sono i lettori. Di Bonetto mi hanno girato un botta e risposta con Urbano Cairo, «the president». Lo trovate su YouTube. Era il giorno della presentazione di Roberto D’Aversa, il tecnico precettato d’urgenza al posto di Marco Baroni per salvare l’ennesimo salvabile.

Dell’intervento – sullo stadio, sulla contestazione dei tifosi e sulla volontà, da parte del proprietario, di cedere la società – mi hanno colpito la pacatezza e la fermezza delle domande (e delle repliche). Più Enzo Biagi che Vittorio Sgarbi; più voglia di polpa che non caccia a un «capo» espiatorio (troppo facile da individuare). Puntuale, rigoroso. E niente affatto vendicativo.

Ripeto: in un Paese in cui i tram vanno più veloci dei treni; e in cui la voce del potere sovrasta, spesso, il potere delle voci, fa piacere imbattersi in una schiena dritta, in una penna ritta. Poi, per carità, si vada pure al nocciolo del dibattito, e si verifichino versioni e posizioni. «E’ la stampa, bellezza», per dirla con Humphrey Bogart: nessuno è depositario del Verbo, nemmeno Marco, ma insomma: erano l’uno di fronte all’altro, senza filtri, ognuno con le proprie conoscenze e le proprie coscienze.

Sono corso a sfogliare le reazioni sui social. Allora: evviva Bonetto, la maggioranza; abbasso Bonetto, i cani sciolti. Vade retro «Tuttosport», fogliaccio «venduto» alla Gobba. Ragazzi, ascoltate quello che Marco dice ma, specialmente, «come» lo dice. Con la fierezza composta – e non complice – dei cronisti all’americana. I segugi dei film che, dal Watergate in su, continuano a farci amare la professione. Smettere di sognare sarebbe un suicidio. Impedire di sognare è un delitto.

Di Bonetto suggerisco anche l’intervista a Susanna Egri Erbstein, figlia dell’architetto del Mito granata, in occasione dei 100 anni compiuti il 18 febbraio. Danzava sulle punte come Valentino Mazzola fra le punte. Il prossimo 16 maggio, inoltre, sarà mezzo secolo dallo scudetto del Torino più grande dopo il Grande Torino. L’ultimo hurrà. Dal pressing di Gigi Radice alle poesie di Giovanni Arpino.

Nel 2005, Cairo raccolse dal fallimento un club romanticamente strozzato fra passato e futuro. Gli ha garantito il presente. Grigio, piatto, con l’incubo derby. «Ero giovane, avevo dei sogni, e sapevo che avrei dovuto dimenticarli o toglier loro lo smoking e il papillon e vestirli con pantaloncini e sandali», chiosa Joe R. Lansdale in «Moon Lake». C’è tutto Cairo. Ma occhio ai nuovi acquirenti (?): il domani è un posto diverso, non sempre migliore.

 

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