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Sormani e il caffè napoletano

Sormani

© FOTO ARCHIVIO PERSONALE DAVIDE MORGERA

Aveva un fisico da corazziere, era alto, impostato, petto in fuori, tecnica sopraffina ed un piglio da leader. Faceva correre la palla e ai suoi piedi la sfera fluiva con la naturalezza di un ruscello perché sapeva anche fare la mezzala, oltre che la punta centrale. In elevazione aveva pochi rivali e nell’uno contro uno i difensori erano quasi sempre spiazzati da una sua finta o da un ubriacante dribbling. Lo chiamavano il “Pelè bianco” ma il suo nome era Angelo Benedicto Sormani, due anni nel Napoli (67 presenze e 13 reti tra campionato e coppe) ed uno giocato con la Fiorentina.

Sormani con Altafini in maglia Napoli

Come il buon vino, più avanti andava con l’età e più diventava preciso nei calci piazzati tanto che le sue punizioni diventarono delle vere e proprie sentenze. Calciava spesso ad effetto e beffava i portieri con traiettorie anche impossibili e siluri terra-aria. Ne fecero le spese anche gli estremi difensori del Napoli quando il campione brasiliano andò a chiudere la carriera nel Vicenza. 

Tra i diversi giocatori, ex napoletani (si veda Zoff, Bianchi, Altafini ), che hanno pubblicato un libro c’è anche lui, Angelo Sormani con la sua autobiografia, “Io sono il pallone”, un titolo che è tutto un programma per un atleta che in patria, in Brasile, era considerato tecnicamente all’altezza di Pelè, un’etichetta che si portò dietro fin dal suo arrivo in Italia, al Mantova, nel 1961. La società virgiliana lo prese dal Santos, dove era stato spostato all’ala destra per non far ‘ombra’ a Pelè, e dopo due campionati a fasi alterne con Roma e Sampdoria, passò al Milan al quale si legò per cinque anni prima del biennio trascorso all’ombra del Vesuvio. 

Ebbene le sfide tra azzurri e viola sono anche legate al suo nome ed in particolare ad una vittoria al “Franchi” del 25 ottobre del 1970. Quel giorno l’attacco del Napoli recitava Sormani, Juliano, Ghio, Altafini ed Improta ed il rincalzo era Hamrin, vale a dire quando non giocava il “baronetto di Posillipo” o il carneade Ghio, il Napoli aveva un attacco da geriatria, Juliano escluso. Eppure quella squadra arrivò terza, ebbe la miglior difesa del torneo e la vittoria di Firenze fu un bel “buongiorno che si vede dal mattino”.

Quarta giornata di campionato, gli azzurri hanno pareggiato in casa col Foggia dopo due vittorie iniziali con Varese e Samp, sullo stadio Comunale fiorentino splende il sole. Trascorrono dieci minuti dall’inizio della gara e Ghio si invola sulla fascia destra, arriva al fondo e pennella un cross delizioso per la testa di Sormani il quale, decentrato rispetto alla porta, sale in cielo e buca Superchi. Napoli in vantaggio, il risultato non muterà più ed anzi sarà la squadra di Chiappella ad andare più volte vicino al raddoppio.

Una gioia immensa, una bellissima soddisfazione per i 10000 napoletani presenti al Comunale, una vittoria a suo modo ‘epica’ perchè fece titolare, sulle pagine del “Calcio Illustrato”, “Sormani catapulta il Napoli allo scudetto” e su “Sport Sud”, “Napoli in festa – un gol …..Benedicto”.

Due punti fondamentali che permisero agli azzurri di restare nella scia del Cagliari dominatore del campionato e di tenere a debita distanza le milanesi e la Juventus. Fu il primo gol in campionato di Sormani con la maglia azzurra (bianca in quella occasione) e come per incanto quella rete sembrò mettere a tacere tutte le polemiche che erano seguite al suo acquisto. Fu tanta la gioia dei tifosi che, di sera, Sormani, con un rocambolesco viaggio, dovette eludere tutti quelli che lo attendevano a Piazza Garibaldi con la squadra per portarlo in trionfo. L’eroe di Firenze attese che si calmassero le acque e con un ‘fuori orario’ andò a gustarsi una pizza a Mergellina. All’epoca ci si accontentava così.

Perchè il Milan lo aveva venduto? In quella occasione Nereo Rocco sembrava essersi disfatto del campione brasiliano con leggerezza ma i tifosi napoletani temettero un altro caso Nielsen, il giocatore che arrivò rotto e se ne andò…rotto. Insomma Sormani era approdato a Napoli tra la diffidenza generale ma pian piano, col lavoro e la serietà che lo aveva sempre contraddistinto, conquistò le simpatie dei tifosi.

Del resto il neo presidente Ferlaino aveva puntato molto sul suo talento sbarazzandosi in un solo colpo di tre attaccanti come Canzi, Barison e Manservisi che poco avevano dato agli azzurri in fase realizzativa. A proposito di questo trasferimento, Sormani, nella sua autobiografia, afferma che “andare a Napoli  mi era sembrato come il cimitero degli elefanti. Per fortuna mi sono dovuto ricredere. Ero contento di giocare in maglia azzurra, ho trovato un ambiente ideale”. Il legame con Napoli si interruppe quando decise di andare proprio a Firenze dove rimase un solo anno per poi chiudere la carriera a Vicenza dove ancora oggi è idolatrato quasi ai livelli di Luis Vinicio. 

Sormani in maglia viola

Ma a volte la palla fa un giro lungo, una traiettoria e ritorna al punto di partenza. Ecco perchè, quando nel 1980 Ferlaino doveva ridare un assetto al settore giovanile del Napoli, chiamò proprio lui a guidare la Primavera. Con gli azzurrini Angelo Benedicto rimase 5 anni gettando poi le basi di quella fucina di talenti campani che andranno a far parte del Napoli di Maradona.

Peccato che Sormani, un talento, un campione vero che ricordiamo ancora con molto piacere, arrivò tardi in azzurro perchè si affezionò alla città e non l’ha mai dimenticata. Basta, infatti, un episodio che racconta nel suo libro autobiografico per rendersene conto. Proprio mettendo l’accento sull’ambiente napoletano, il nostro scrive “il magazziniere portava sempre il caffè al campo, lo preparava negli spogliatoi, faceva il caffè in ogni momento, ci mancava addirittura che lo portasse in campo tra un tempo e l’altro”. Ovviamente nel 1970 il magazziniere non era Tommaso Starace ma la tradizione del caffè esisteva già allora. Succede solo a Napoli.

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