Saint Joseph, il primo dannato della Coppa del Mondo

Per la rubrica "Insolite coordinate - Il calcio raccontato da altre latitudini", Luigi Guelpa ci racconta la drammatica storia di Ernst Jean-Joseph, detto Saint Joseph. Nel 1974 portò l’anima di Haiti ai mondiali tedeschi, poi fu travolto da un’accusa di doping e da un destino crudele.

Articolo di Luigi Guelpa02/11/2025

C’è sempre un santo minore nel Vangelo del calcio. Uno di quelli che nessuno prega, ma che tiene accesa la fiammella in fondo alla sacrestia. Per me quel santo dimenticato si chiama Ernst Jean-Joseph, detto Saint Joseph, centrocampista haitiano, capelli rossi, occhi febbrili, e un cuore che batteva come una maratona anche quando la palla non girava.
Giocò ai mondiali del 1974 contro l’Italia, duellando con Facchetti e raddoppiando su Chinaglia. Gli azzurri erano ancora figli di Valcareggi, educati, lenti, pieni di sé. Lui, invece, veniva da un’isola dove il pallone era un frutto proibito, e l’erba uno scandalo da colonia. Un mulatto dai capelli rossi, e già lì c’era tutto: il destino d’essere l’anomalia, la scheggia, l’errore nel sistema.

Poi arrivò il giorno dell’infamia. Il primo doping della storia dei mondiali. Saint Joseph, l’uomo sbagliato nel torneo giusto. Disse che prendeva pillole per l’asma, e già quell’alibi suonava come una confessione di povertà. Non aveva i medici svizzeri, i nutrizionisti, le provette sterili dei campioni ricchi. Aveva un medico di Port-au-Prince e un dittatore che si chiamava Jean-Claude Duvalier, “Baby Doc”, con l’uniforme stirata e la coscienza in naftalina.
Fu tirato fuori dall’albergo di Monaco come un ladro. Lo presero per un braccio, lo picchiarono, lo chiusero all’hotel Sheraton. Lì, nel ventre dorato dell’Europa, la piccola Haiti consumò la sua vendetta tribale. Un soldato del pallone, pestato a sangue per un test antidoping. Non bastava la squalifica: ci voleva la punizione esemplare, la macchia che diventa stigma.

Eppure, se oggi qualcuno osa sorridere di quella vicenda, gli rispondo che Jean-Joseph non fu mai un dopato. Fu un uomo disperato, sì. Ma il doping, in fondo, è il nome elegante che il calcio dà alla disperazione. Voleva solo correre più degli altri. Voleva esistere per novanta minuti su un prato tedesco, sotto gli occhi di milioni di spettatori che non avrebbero mai più pronunciato il nome del suo Paese. Haiti, la più povera, la più lontana, la più inutile delle partecipanti.

Morì nel 2020, d’infarto. Ironia perfetta: il cuore, il suo motore maledetto, gli si fermò all’improvviso. Nessuno parlò di lui. Ma ogni volta che il pallone rotola dove non dovrebbe, ogni volta che un giocatore povero guarda la panchina con la paura di non contare niente, io penso a Saint Joseph.
Il primo dannato della Coppa del Mondo, e forse, anche il suo unico santo.

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