Il Napoli a partecipazione popolare è impossibile. Perché Napoli non è Barcellona
Le "frattaglie" di questa settimana tentano di chiarire perché i modelli di Barcellona e Real Madrid non sono esportabili. Non per questioni tecniche o giuridiche, ma per una distanza antropologica e sociale profonda. Lì il calcio nasce come istituzione collettiva. Qui resta un fatto emotivo e identitario. Copiare quei sistemi non democratizzerebbe il Napoli. Lo spaccherebbe.

A Napoli il calcio non è mai solo una questione sportiva. È un dispositivo emotivo collettivo, un linguaggio condiviso, un campo aperto dove tutti si sentono autorizzati a entrare. Non servono titoli, non servono deleghe, non servono competenze. Basta esserci. Basta sentire. Basta parlare. Ed è così che, ogni volta che la società attraversa una fase opaca o semplicemente meno brillante, la discussione smette di essere discussione e diventa occupazione dello spazio. Tutti dentro. Tutti contemporaneamente. Tutti convinti di avere la soluzione in tasca.
In questo rumore di fondo prende forma un’idea antica quanto il tifo stesso. In questo rumore di fondo prende forma un’idea antica quanto il tifo stesso. L’idea che basti parlarne per averne titolo. Che commentare significhi decidere. Che l’autorevolezza si costruisca a colpi di presenza mediatica e non di responsabilità assunte. A parlare non sono più soltanto i tifosi, ma opinionisti, ex calciatori, commentatori di professione, tutti accomunati dalla certezza di sapere cosa fare, come farlo e perché farlo meglio di chi comanda. Come se nella loro vita fossero stati, almeno una volta, imprenditori, allenatori, amministratori. Anche solo per un giorno. È un pensiero trasversale, che attraversa generazioni e classi sociali, e che non ha bisogno di esperienza per sentirsi legittimato.
Cambiano i tempi, cambiano i mezzi, ma resta intatta la convinzione che, al posto di chi comanda o decide, sarebbe andata diversamente. Meglio. A sostegno di questa illusione vengono spesso citati esempi esteri, Barcellona, Real Madrid, e altri casi di partecipazione popolare, come se bastasse pronunciarne il nome per importarne automaticamente il modello. Ci si dimentica però che lì esistono una tradizione, una cultura associativa, una stratificazione storica che precede il calcio stesso. Il calcio, più di ogni altro settore, alimenta l’idea che basti il sentimento a sostituire la competenza. Qui l’improvvisazione non è un difetto. È quasi un prerequisito.
Negli ultimi anni, fuori dall’Italia, questa pulsione ha trovato forme nuove. Modelli partecipativi, strutture ibride, tentativi di trasformare il tifoso da spettatore a soggetto attivo della vita del club. Esperimenti affascinanti, almeno sulla carta. Ed è a questo punto che la domanda smette di essere astratta e diventa concreta. Cosa succederebbe se tutto questo arrivasse a Napoli.
La questione non è nemmeno così lontana. In Parlamento è stata presentata una proposta di legge che prova a introdurre forme di partecipazione popolare nel calcio italiano. Dentro ci sono parole che sembrano rassicuranti. Partecipazione popolare. Azionariato popolare. Azionariato diffuso. Sembrano variazioni sullo stesso tema. In realtà raccontano strade diverse. E soprattutto, raccontano rischi diversi.
Proviamo allora a immaginare. L’era De Laurentiis finisce. Il Napoli decide di aprirsi. Porte spalancate. Entrano i presidenti per un’ora. Quelli che parlano di managerialità senza aver mai gestito un bilancio complesso, quelli che pontificano sul rischio d’impresa mentre il loro è sempre stato pagato da qualcun altro, quelli che non hanno mai deciso nulla ma sono certi di sapere tutto. Tutti pronti a spiegare come si governa una società di calcio.
La partecipazione popolare, nella sua versione più leggera, assomiglia a una grande assemblea di famiglia. Nessuno investe, tutti partecipano. Si discute, si propongono idee, si parla di identità, di stadio, di maglie, di atmosfera. La dirigenza ascolta, ringrazia e poi decide. I tifosi hanno voce, non potere. Consiglieri senza deleghe. Utili a volte, vincolanti mai.
Ora immaginate Napoli spaccata su una questione simbolica. Una maglia. Un colore. Un dettaglio. Due fazioni, tre correnti, cinque interpretazioni della tradizione. Nessuno che si senta davvero rappresentato. La società sceglie comunque, ma intanto la frustrazione cresce. E a Napoli la frustrazione non resta confinata nei commenti.
Poi c’è l’azionariato popolare. Qui il passo è più serio. Il tifoso diventa socio. Mette soldi. Vota. Incide. O almeno crede di farlo. Perché se le azioni non hanno limiti, il principio è semplice. Più denaro, più voce. La democrazia finisce esattamente dove inizia il conto in banca.
L’unico modello davvero eguale sarebbe quello di un’azione a testa. Tutti uguali. Tutti con lo stesso peso. Ma anche qui la realtà presenta il conto. Le azioni sono in un numero finito. Non bastano per tutti. Qualcuno resta fuori. Sempre. È una festa annunciata come popolare, con l’elenco all’ingresso.
Ora immaginate la città. Un gruppo economicamente forte che spinge per una scelta tecnica. Un altro che non può permetterselo e vorrebbe altro. Vince il primo. Perché paga. Il secondo perde. Perché tifa. E la distanza non è più solo di opinioni.
L’azionariato diffuso completa il quadro. Elegante. Ordinato. Spietato. Il voto vale in proporzione a quanto possiedi. Più azioni, più peso. È il condominio del calcio. Il grande appartamento decide, il monolocale ascolta. Tutti coinvolti formalmente, pochi davvero determinanti.
Trasportate questo schema a Napoli. Pensate a una decisione strutturale. Uno stadio nuovo. I più ricchi vedono il rendimento. I più popolari vedono il biglietto. Vincono i primi. Perdono i secondi. E la frattura diventa sociale, prima ancora che sportiva.
Il calcio a Napoli non è mai solo calcio. È appartenenza, identità, riscatto. Aprirlo senza regole chiare non significa democratizzarlo. Significa dividerlo.
La domanda resta lì, sospesa come una palla che non scende mai. Siamo davvero pronti a questo? E soprattutto, siamo pronti a pagarne il prezzo?
