Ragno nero – Albero grigio. Ho trovato Yashin in un quadro di Mondrian
Nuova puntata della rubrica di Ivano La Montagna "Il Museo del Gol". Questa volta Yashin (unico portiere a vincere il pallone d'oro) rivive in un quadro di Mondrian.
Lev Yashin, foto di Ron KroonIl Ragno nero
Eroe della Repubblica Socialista Sovietica. Unico sportivo ad essere stato insignito del sommo riconoscimento da parte del PCUS. Pallone d’oro. Unico portiere, finora, ad averlo vinto.
Parliamo di Lev Ivanovic Yashin da molti noto come “Il ragno nero”.
Più che un soprannome sembra il titolo perfetto di un romanzo. Uno psedo-Calvino che mette insieme i “nidi di ragno” e “il corvo”, nero per definizione, che sempre “per ultimo viene”. Quello che resta fermo. Quello che non può indietreggiare. Quello che fino alla fine difende la sua e tua parte-porta: il vero partigiano.
Guardare Yashin fra i pali era, ed è, uno spettacolo sublime: spaventosamente bello.
Nera, come la livrea del corvo, la sua unica divisa. La stessa austerità dei sans-culottes, i rivoluzionari parigini. Azzeramento d’ogni vezzo estetico. Spietata decapitazione della rivoltante depravazione di corte. Negazione assoluta della sfarzosa policromia dei parassiti aristocratici. Manifesta dedizione alla virtù repubblicana. Serietà nell’impegno politico.
Non aveva una folta barba bianca, ma gli occhi a mandorla, il tizio che disse: “La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo; non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con grazia e cortesia”.
Solo 200 Rubli al mese. Lo stesso stipendio di un insegnante di educazione fisica. Punto.
Yashin è del popolo ed è vestito come il popolo, senza privilegi. Lev è la rivoluzione in una porta di pallone: fermo, risoluto, rapido nel caos, deciso.
L’albero che difende
Solidità, radicamento e silenziosa resistenza. Parole che danno forma ad un’immagine precisa: il “ragno nero” diventa un grande “albero che difende”.
Sono le radici a tener ferma la pianta mentre la chioma ondeggia in ogni direzione. Analogamente i tacchetti si inchiodano nel terreno ancorando il portiere in posizione. Deve sentire il campo. Solo così può piegarsi e reagire all’improvvisa tempesta di un tiro ravvicinato.
Rami e fogliame si allargano a occupare lo spazio vitale; le braccia del portiere si muovono e si allungano a riempire l’intera porta. Chi tira nello specchio deve vederlo piccolo, coperto da una ragnatela di fronde. L’albero, da solo in mezzo al campo, è un punto di riferimento nel paesaggio: resiste alle intemperie. Il portiere deve rimanere concentrato, ogni volta che viene chiamato in causa la battaglia è in piena convulsione. La sua solidità deve dare sicurezza alla difesa.
Nelle radici una sorpresa. Yashin è Jaša, diminutivo di Jakov (in italiano Giacomo) dove il suffisso -in indica appartenenza. Jašin è dunque “figlio di Jaša”. Ma, sebbene tale derivazione sia la più comune, in molte regioni slave il cognome è legato alla parola jasen (frassino). Ecco che il nostro Lev Ivanovich diventa l’albero-portiere per eccellenza. Yashin. Lo è non solo metaforicamente ma anche letteralmente.
L’Albero grigio
Sulla soglia dei quarant’anni, l’artista Piet Mondrian è considerato uno dei migliori paesaggisti olandesi viventi quando decide di bagnarsi nei fiumi francesi del rinnovamento: il Cezanne e il Picasso. Un battesimo. Rinascerà pioniere di un’Avanguardia rigorosa: il Neoplasticismo.
“L’albero grigio”, del 1911, è l’opera che definisce il preciso momento della sua transizione dal figurativo all’astrazione. È stupefacente la somiglianza. Nel quadro c’è la perfetta rappresentazione del numero uno sovietico ‘piazzato’ nel rettangolo della sua tela: la porta.
Non importa sia un melo e non un frassino quello da cui trae ispirazione il maestro olandese. Mondrian qui non ritrae un albero specifico ma la sua struttura, la sua essenza. La forza della natura è tradotta in una struttura energetica. Grigio, nero denso, poche fiammate in bianco. Il tronco tozzo, inarcato e conficcato nel tratteggio della linea di terra. I rami che si espandono dal centro ai bordi della superfice pittorica trasformati in una fitta rete di linee guizzanti. L’albero-portiere è vivo: è capace di statica resistenza e, insieme, di massimo dinamismo. L’occhio non subisca distrazioni: via il colore. Nulla mini la concentrazione. Resti l’attenzione fissa sulla pura forma. L’avversario-osservatore, sotto ipnosi, cada nel terrore, incapace di guardare oltre il tronco-barriera invalicabile. Ai rami si imprima verso e ritmo d’improvvisi slanci: traiettorie geometriche multiple, fluide curve. Si saturi lo spazio. Lev sta fermo. Lev vola. La forma dell’albero si fonde con l’atmosfera circostante.
“Io sono la porta”. Mondrian e Yashin ci offrono la versione avanguardista del concetto “classico” di “equilibrio dinamico”.
Non Gol
Nel museo del gol non poteva assolutamente mancare un’area tematica avente per oggetto la sua negazione. E non poteva che essere di Lev Yashin la prima e principale sala della sezione “Non Gol”.
Lì, nel mezzo della stanza, di fronte ad uno dei capolavori esposti, è perennemente seduto un giovane attaccante sconsolato, una tra le tante vittime del ragno. Si dice siano oltre centosessanta solo dal dischetto di rigore. Si chiama Sandro e racconta a tutti la stessa storia. Il 10 novembre del 1963 la sua nazionale, la selezione italiana guidata da Fabbri, sfida quella dell’Unione Sovietica di Beskov. A Roma, con la partita di ritorno, ci si gioca la qualificazione agli Europei. Gli azzurri devono recuperare i due gol segnati dai rossi nella gara d’andata. Devono vincere e non di misura. Invece al 32° Gusarov porta gli ospiti in vantaggio. Al 57° l’episodio che può tener viva la speranza. Bulgarelli guizza e viene atterrato in area. L’arbitro svizzero assegna il calcio di rigore ai padroni di casa. Sul discetto rovente viene mandato il figlio di una leggenda. Suo padre, Valentino Mazzola, era il capitano del “Grande Torino”. Anche Sandrino è un campione, una prolifica mezz’ala e un affidabile rigorista. Non è certo il tipo che si lascia intimidire. Ma quel giorno si trova difronte una specie di mago spaventoso. La sua voce è ancora tremolante quando attacca: “Yashin era un gigante nero!”. Si ferma come se ancora avvertisse la sua inquietante presenza. Cosa vuoi dirgli? 189 cm più la coppola. Ti restano impressi. “Lo guardai cercando di capire dove si sarebbe tuffato e solo tempo dopo mi resi conto che doveva avermi ipnotizzato”. Dando uno sguardo all’azione è difficile dargli torto o trovare un’altra spiegazione. “Quando presi la rincorsa vidi che si buttava a destra, potevo tirare dall’altra parte. Non ci riuscii”. Il ragno si lancia infatti alla sua sinistra e si richiude come un riccio su una palla calciata mollemente. È subdola l’incertezza e non la senti arrivare. “Quel giorno il mio tiro andò dove voleva Yashin”. Conclude l’ancora triste Sandro. A nulla sarebbe valso il pareggio siglato da Rivera. L’Italia resterà fuori dal torneo del ’64.
Alquanto diversa è la versione dell’umile campione socialista che, seduto in disparte, ha ascoltato tutto. Ci sorprende ancora. Non si muove. Ci piomba addosso con le parole: “Non ho poi parato così tanti rigori. Praticamente parare un tiro dagli undici metri è impossibile. Gli undici metri per un portiere creano una situazione molto sgradevole. Per esempio, adesso mi ricordo il penalty che ho parato in Italia. Io contavo sempre sull’errore dell’avversario. Pensavo …se l’avversario sbaglia sei avvantaggiato. Sapendo che la porta è enorme, 9 m, ed è facilissimo segnare. Invece al giocatore sembra che la porta sia piccolissima e il portiere enorme. Dunque chi attacca e sbaglia aiuta il portiere che para. È stato un errore di Mazzola. Se non avesse tirato male avrebbe fatto gol. E nessun Yashin sarebbe stato in grado di parare”.
Quello stesso anno, il 1963, Lev diventerà pallone d’oro. Gli spagnoli però, al Bernabeu gli negheranno la gioia di riconfermarsi campione d’Europa, battendo in finale la federazione per 2-1. Il ragno nero (o albero grigio che dir si voglia) si ritira il 27 maggio 1971, dopo altri otto anni di battaglia. A 42 anni suonati, nello stadio Lenin di Mosca, davanti a centomila spettatori, il mito va in scena per l’ultima. I giocatori più forti dell’epoca, provenienti dall’Europa e dal Sud America, sono lì per rendergli omaggio. Yashin, gioca un solo tempo, poi lascia il prato nella commozione generale. Si chiudono insieme una carriera e un’era. Il ruolo dell’estremo difensore non sarà mai più lo stesso. Vent’anni dopo la sua morte, nel 2020, France Football si inchina ancora al suo cospetto. Viene eletto miglior portiere della storia (davanti a Buffon e Neuer) e inserito di diritto nel Dream Team dei Ballon D’or.
