Osvaldo Soriano e quei sogni non realizzati tra Dieguito e Salgari
In questa Maradoneide, Darwin Pastorin ricorda Osvaldo Soriano come maestro di sogni e di parole, capace di trasformare il calcio in letteratura civile e gli ultimi in protagonisti. Tra esilio, ironia e malinconia, riaffiora un mondo popolato da “perdenti vestiti di sogno” e da un Maradona solo immaginato, ma necessario, come tutte le storie che continuano a mancarci.

Ripenso spesso, con nostalgia e affetto, a Osvaldo Soriano, che ci ha lasciato il 29 gennaio 1997. Fu Gianni Minà, un altro sognatore ribelle e fuggitivo, per sempre caro al mio cuore, a comunicarmi la triste notizia. Se ne andava un amico, un narratore che aveva saputo dare, sulla scia di Giovanni Arpino, a noi umili cronisti di fútbol, una dignità, un’essenza, un senso di appartenenza nei luoghi di una letteratura, finalmente, “alta”. Ex calciatore in Patagonia, fece di quel mondo sospeso tra l’infinito e il niente un universo di personaggi e di storie, non dimenticheremo mai “el Gato” Díaz e Costante Gauna, Orlando “el Sucio” e la gitana Natasha, il figlio di Butch Cassidy e “el Míster” Peregrino Fernández: per noi, apprendisti bracconieri di tipi e personaggi, si era spalancata una finestra: sulla vita, sulla politica, sugli ultimi della terra e non solo sul pallone. Nel suo scrivere di calcio (“Mi ricordo i tempi in cui abbiamo cominciato a rotolare insieme, la palla e io. È stato su un prato a Río Cuarto de Córdoba, dove ho scoperto la mia vocazione di attaccante“), Osvaldo “el Gordo” in realtà ci parlava della quotidianità, della società argentina, dei mascalzoni vestiti da parata; in quei campi di polvere e speranze le giovani generazioni imparavano a crescere e a lottare. Osvaldo, poi, conobbe l’esilio: non smise mai, a Parigi come a Bruxelles, di opporsi ai dittatori e ai violenti, celebrando, con la magia della sua narrazione, così forte e nel contempo così “popolare”, i “perdenti vestiti di sogno”. Erano diversi, ma anche simili: lui e l’immenso Julio Cortázar. Due fratelli. Alla morte di Julio, nel 1984, l’autore di “Triste solitario y final” (il suo primo capolavoro, fatto pubblicare in Italia da Orengo e Arpino) pianse “come un bambino”, perché se ne andava il suo specchio e una larga fetta della sua anima.
Soriano amava il tango e Gardel, il cinema (Buster Keaton, Stanlio e Ollio), il pugilato, i gatti, il Che, il giornalismo civile, il San Lorenzo (la stessa squadra di Papa Francesco), scoprì una passione, seppure tardiva, per Diego Armando Maradona, portò alla luce i sobborghi, gli ultimi, gli invisibili. Ricordo con struggente nostalgia la nostra ultima telefonata: “Ho due progetti editoriali in testa: celebrare Dieguito, che consigliai ad Arpino per il suo Torino, quando il campione illuminava l’Argentinos Juniors. E mi piacerebbe dare un seguito a ‘Triste solitario y final’ con protagonista non più Philip Marlowe, ma il vostro Emilio Salgari, che da noi in America Latina è ancora molto amato”. Ha raccontato, come pochi, l’angoscia che ti prende davanti al foglio bianco: “Uno scrittore è sempre solo, come un maratoneta. Da questa solitudine deve prendere tutto: musica celeste e rumori di pancia. E anche la peregrina illusione che un giorno qualcuno decida di aprire il suo libro per vedere se vale la pena rubare ore di sonno con qualcosa di tanto assurdo e pretenzioso come una pagina piena di parole“. Era diventato un sedentario, ma dalla sua scrivania ogni cosa era illuminata: “Non amo lavorare troppo, né correre per i corridoi di uno stadio, né forse capisco di sport quanto l’incarico richiederebbe. Ma so inventare storie bellissime”.
Da quando Osvaldo non c’è più è come sentirsi, giorno dopo giorno, più soli, più poveri. Certo: restano le frasi, dette e scritte, rimane la memoria, senza più pene né oblio. Ma non è la stessa cosa: mi manca la chiamata, tra Torino e Baires, l’attesa del suo ultimo romanzo, quel vedere il football con ironia e amore, senza mai un aggettivo inutile.
Proprio come Jorge Luis Borges. E che dispiacere non avere nella mia libreria il suo Maradona…
