È finita l’epoca dei ricordi. Sarrismo in bacheca. Conte nella storia.
Le "frattaglie" di questa settimana si soffermano sulla Napoli calcistica che deve smettere di guardarsi allo specchio del passato. Con la partita di ieri il Sarrismo è stato archiviato e il Contismo certificato. Risultati, lettura delle partite, imprevedibilità. E anche palleggio. Il resto è nostalgia.

C’è un momento, nel calcio come nella vita, in cui continuare a evocare il passato smette di essere memoria e diventa alibi. Quel momento, per il Napoli, è arrivato ieri. Con una chiarezza quasi brutale. Il Sarrismo è stato una stagione estetica. Un’idea potente, affascinante, necessaria per uscire dal provincialismo. Ma resta un dato che nessuna retorica può aggirare: bel gioco, zero tituli. Una rivoluzione incompiuta, amata anche perché non ha mai dovuto sporcarsi davvero con il peso del risultato.
Il Contismo è un’altra cosa. È calcio adulto. È governo della complessità. È la capacità di vincere in modi diversi, di leggere le partite mentre accadono, di cambiare pelle senza perdere identità. Conte non propone un’idea unica. Propone soluzioni. E nel calcio moderno le soluzioni valgono più delle poetiche.
Ieri è caduto anche l’ultimo rifugio dei nostalgici. Il Napoli ha dimostrato di saper fare pure tiki taka. Fraseggio corto, rotazioni, linee di passaggio pulite, palla che viaggia più veloce delle gambe. La differenza, però, è tutta qui: con Sarri il palleggio era un fine. Con Conte è uno strumento. Uno dei tanti.
Se serve si palleggia. Se serve si verticalizza. Se serve si abbassa il baricentro e si soffre. Non c’è un’estetica da difendere. C’è una partita da vincere.
Ieri è stata sancita la sconfitta dei nostalgici. Di chi confonde il possesso palla con il dominio. Di chi scambia la bellezza per superiorità morale. Di chi continua a dire “si giocava meglio” anche quando si perdeva.
Con Conte il Napoli è imprevedibile. Non solo per gli avversari, ma per sé stesso. Sa soffrire, sa colpire, sa attendere, sa comandare. Sa vincere partite sporche e partite pulite. E soprattutto sa stare dentro la partita fino all’ultimo secondo, senza mai essere prigioniero di un dogma.
Il punto non è rinnegare Sarri. Il punto è smettere di usarlo come rifugio emotivo. Il calcio non è una galleria d’arte. È un esercizio di potere, di controllo, di efficacia.
Le mode passano. Le vittorie restano. È una legge semplice, che il calcio conferma da più di un secolo. Viciani, Vinicio, Maifredi, Zeman, Scoglio, Motta, Sarri. Tutti affascinanti. Tutti citabili. Tutti amati dagli esteti. Ma messi insieme non hanno alzato i trofei che Antonio Conte ha sollevato in questi anni. Perché il calcio non premia la suggestione. Premia chi regge la pressione del risultato. E alla fine, quando le luci si spengono, restano solo le coppe. Non le slide tattiche.
Antonio Conte ha portato tutto questo a Napoli. Lo ha fatto senza tradire il modello di business del club, ma dandole finalmente una struttura. E quando una squadra sa fare tutto, anche palleggiare ad alto livello senza farne una religione, non è più una bella storia da raccontare. È un potere calcistico.
Per questo sì, oggi si può dire senza esitazioni e senza nostalgia: Conte è il miglior allenatore della storia del Napoli.
Punto.
