Una rotazione letale. Müller-David. Bernini alla finale Mondiale del ’74.
Ritorna la penna di Ivano La Montagna, ritorna la rubrica de "Il museo del gol", dove grandi campioni e grandi gol vengono mescolati ai maestri dell'arte mondiale. Questa volta tocca a Müller e Bernini
Gerd Müller nel 1974Gooooool
Come gol?
Gol!
Così all’improvviso? Guardavo la bellezza dello stadio.
Eh Certo! Questo, compagno mio, è il piatto forte. La specialità della casa.
Ecco quel che succede quando in campo ci sono i grandi giocatori di “rapina”. Camminano, toccano, a tratti spariscono. Si nascondono. Ti fanno persino imprecare per lo scarso impegno. Li dimentichi. Ricompaiono quando meno te lo aspetti: al momento giusto, nel posto giusto. Non partecipano al trambusto della festa. La festa te la fanno e basta. Boom. Gol. Non è concesso un attimo di disattenzione, a nessuno, nemmeno sugli spalti.
Pablito Rossi, Totò Schillaci, Pippo Inzaghi – fra i nostri – Romário O Baixinho, David Trezeguet, Ruud van Nistelrooy. Tanto per fare i primi nomi che passano per la mente. Ma quando parliamo di fiuto e rapace opportunismo in area di rigore nessuno si avvicina, neanche lontanamente, a lui, Der Bomber: Gerhard Müller in arte Gerd. Il maestro dell’agguato, il campione del pragmatismo. L’efficacia alla faccia della bellezza. Tozzo, rapido e letale come un gladius romano: la spada corta capace di imporsi prima sulla strategia dei greci e poi sulla forza dei barbari. Un’arma progettata per la mischia e lo scontro ravvicinato.
La punta! Il segreto è nella punta. Affilatissima, disegnata per penetrare con precisione nell’armatura nemica. È la tecnica del punctim, la stessa che usa Müller nel mezzo della difesa avversaria.
VENI VIDI GOAL
Un centravanti di 1,70m. Fra i teutonici certo non passi per un Marcantonio, ma come il carismatico Cesare sei perfetto. Sapendo inoltre che, fra i due, era proprio Gaio Giulio ad essere il più forte.
Giulio Gladius Gerd: eroe dell’uomo cazzimoso; inarrestabile e detestabile incubo dell’esteta.
Il risultato, über alles, gli procura ampio ed immediato sostegno. Finanche il detrattore, ‘suo malgrado’, non può fare a meno di temerlo e, in fondo in fondo, di ammirarlo. La sua più grande difficoltà? Farsi largo nel cuore e nella fantasia dello spettatore. L’amore della cavea ha un solo amante: la maraviglia. Compensare la qualità con la quantità? Sì, si può! Ma il prezzo è altissimo: una fatica immane. Cinquecentosessantotto gol in seicentoundici presenze con il Bayern Monaco, sessantotto marcature in sessantadue partite con la nazionale. Settecentotrentadue reti in carriera. Gerard ha dovuto abbattere scetticismo e critiche a suon di timbratrure, zelante nell’uso del cartellino come il più stacanovista fra i salariati.
Resta però il peccato originale, imperdonabile, un atto empio che agli occhi dei fanatici del “belgiuochismo”, lo condanna ad una sempiterna, malcelata antipatia. Si tratta del sacrilegio perpetrato ai danni del Maestro venuto dall’Olanda, “Il profeta del gol” (come, nel 1976, lo ha ribattezzato il nostro Sandro Ciotti).
Il 7 luglio 1974, mentre nell’Olympiastadion di Monaco s’alzano al cielo i cori che osannano l’immenso Johan Cruijff, Gerard Müller impartisce al mondo la più crudele delle lezioni: un colpo secco da cecchino e il Messia dell’armonia calcistica viene abbattuto. I pezzi dell’ “Arancia Meccanica” giacciono ordinati sul prato, smontati. Un operaio specializzato, sprovvisto di trombe al seguito ma dotato di chiave e martello, ha fatto maledettamente bene il suo lavoro. Come nessun altro avrebbe saputo o potuto.
L’aitante, maestoso, talentuoso Johan è sconfitto dal piccolo, freddo e micidiale Gerd.
Lo scettro Mondiale usurpato. Un amaro risveglio. Un Bagno di umiltà. La disillusione.
Chi l’avrebbe mai detto? Chi, fuori dai confini germanici, avrebbe osato sperarlo?
Müller versus Cruijff. Azzardiamo un sondaggio di gradimento? Lo scontro era ed è impari. Una causa persa in partenza. Ma la realtà è piena di sorprese. La storia piena di conferme.
Dopo Gaza, fa un po’ specie richiamare l’episodio, ma, al netto della -da sempre propagandistica- distinzione morale tra buoni e cattivi, il simbolismo è ancora valido: Gerd è David, Johan è Golyat.
Quale David? Donatello? No. Troppo Hermês, troppo grazioso. Quello di Michelangelo? Troppa monumentalità e fierezza classica. Capelli, proporzioni e spada farebbero pensare alla versione del Verrocchio, ma gli manca una caratteristica essenziale: il dinamismo. C’è un solo capolavoro in grado di raccontare l’atto eroico con cui David Müller abbatte Golyat Cruijff ed è l’opera di un enfant prodige nato a Napoli: Gian Lorenzo Bernini.
Se vuoi lo stupore rivolgiti agli esperti, vai alla voce “Barocco”. Se poi ti serve un “malandrino vincente” allora (tolto il Merisi) Gian Lorenzo è il tuo uomo. È perfetto.
Artista di fiducia dei Papi, sforna col marmo magie a ripetizione. In poco tempo si conquista la licenza di ridisegnare l’intera Roma. E non solo quella. Diventa impunito e prepotente. Fa sfregiare per gelosia la sua bella amante, Costanza Piccolomini Borrelli, quando scopre che ha una relazione anche con suo fratello minore, Luigi (che si salva dal tentativo di fratricidio solo rifugiandosi in una chiesa). Dal canto suo, il Pontefice, Urbano VIII (al secolo Maffeo Barberini), invece di punire il suo pupillo -se la caverà con una multa- fa mettere in prigione la donna rea d’adulterio.
Per Bernini l’arte è vita vera. La vita è un vero teatro.
Il suo non è il David posato e riflessivo del morigerato Michelangelo, ma un giovane divorato dal pàthos, nel pieno dell’azione. Il corpo dell’eroe biblico è sottoposto a massima torsione, i muscoli tesi allo spasimo, il volto -quello di Bernini prestato al protagonista- totalmente focalizzato sul bersaglio.
È l’attimo decisivo. La pietra sta per essere scagliata.
Dalla sua, il ragazzotto ha solo astuzia e rapidità. Gerd-David non pensa di vincere. Vince e basta. Niente fronzoli, solo feroce concentrazione.
Si manifesta il fuoriclasse. Ecco il dettaglio scultoreo di crudo realismo: la bocca è serrata, per lo sforzo fisico e mentale i denti affondano nel labbro inferiore. Pochi secondi e i neuroni specchio ti hanno fregato. Sei nel suo corpo. Ti stai mordendo. Ti ferma il dolore. Ipnotizzato da quello sguardo, penetrante e terribile, ti sembra di sentire Der Bomber che minaccia la sua federazione: «Vi regalerò il titolo mondiale, e poi non metterò mai più piede in Nazionale».
Proprio così. Nessun errore. Minaccia i suoi. Perché in questa incredibile vicenda c’è tutto e di certo non manca l’ironia. Davide e Golia, Gerd e Johan, pochi mesi prima dell’epica finale, stavano per finire nella stessa squadra. Il presidente del Barcellona, Agustì Montal I Costa, s’era messo in testa di creare la coppia d’attacco più assurda -e forse completa- della storia del calcio: il poeta e il Killer. Insieme un misero bottino di quattro Ballon d’Or (Gerd ’70, Johan ’71,’73 e ’74).
Ma la Deutscher Fußball-Bund o DFB si mette di traverso. Nessun giocatore, men che meno Müller, può muoversi dalla “Tedeschia” prima del campionato supremo da giocarsi in casa.
A Monaco va dunque in scena una doppia resa dei conti: quella fra il cannoniere e i vertici del calcio teutonico e quella fra compagni mancati. Uno spettacolo avvincente.
Bernini, con tecnica collaudata, crea una relazione diretta con lo spettatore, trascinandolo nella mischia. Davanti a Davide c’è uno spazio immaginato. Lo condividono il gigante Golia e gli osservatori testimoni. Ma l’eroe non vede altro che il nemico. Ha un solo pensiero: «Uccidere o morire». Allo stesso modo, Müller non vede nient’altro che la porta, non gioca per lo spettacolo, ma per abbattere l’avversario: Cruijff è l’Olanda. Tutti a trattenere il fiato in attesa del momento cruciale.
Non è Leone, non c’è Morricone, niente carillon.
Finale di primo tempo. Il risultato dice ancora parità. 1-1.
Appena una quarantina di secondi dal fischio d’inizio e Cruijff ha già puntato l’area procurandosi il calcio di rigore, da cui il momentaneo vantaggio per gli Oranje. La veemente reazione dei padroni di casa non si fa attendere. Dalle retrovie il Kaiser, Franz Beckenbauer, suona la carica. I Bianchi spingono come matti. Ci provano Overath e Hoeness e Bonhof. Fino al pareggio, di nuovo su rigore – procurato da Hölzenbein e realizzato da Breitner – Müller è praticamente un fantasma.
La prima estenuante frazione di gioco volge ormai al termine. Sembrano già tutti proiettati verso gli spogliatoi. I teutonici un po’ meno. Gerd per niente.
Da centrocampo Bonhof riceve un passaggio in profondità sulla fascia destra. Galoppa verso l’aria e, appena all’interno, con una finta, fa secco il suo marcatore. Nello slancio arriva quasi sulla linea di fondo, poi si gira e spara il pallone in mezzo. Altro che appoggio: una cannonata! Controllarla è difficilissimo.
Il bomber con la maglia 13 fiuta il sangue e si materializza. Müller ha già aggredito la porta braccato dai segugi; viene preso in controtempo dalla pallonata di Bonhof. Come fermare quel meteorite? Non a fermarlo, ma a rallentarlo, spiazzando al contempo i difensori; a questo serve il tocco a rientrare. Gerd, preda non facile, inverte la marcia all’improvviso spedendo i due pastori olandesi verso una destinazione ignota. Fa parte della coppia un certo Rudi Krol. La torsione del tedesco è già totale ma la palla è lontana, qualche metro indietro. Per raggiungere la sfera ci vuole un balzo. Il suo baricentro basso glielo consente senza perdere la carica. La schiena è una molla, le braccia e le gambe trattengono la potenza. Fionda è corpo sono tutt’uno.
Lo sguardo intenso del David che fissa il suo rivale esprime una volontà implacabile cui le membra non possono sottrarsi. Golyat, in questo momento, è l’intera Olanda nelle vesti del portiere Jongbloed. Müller sa dov’è Cruijff ma parla solo con il pallone. Sa perfettamente come e dove scagliare il sasso. Il sinistro fa da perno, lo scatto della molla produce una violenta rotazione del destro. Il colpo è un letale tracciante rasoterra che si infila tra il drammatico tentativo di spaccata di Ruud e l’immobile posa statuaria di Jan. La rete si gonfia con le parole di Gerd in sottofondo: «Il gol è ossessione… La palla ha superato quella maledetta linea bianca. Quei cinque secondi sono stati la mia droga». Der Bomber l’ha fatto ancora. Il gigante crolla tramortito ai suoi piedi. Non ci sarà bisogno di infierire. Finisce così. 2 -1. Il trofeo alla Germania di Gerard. Il rimpianto all’Olanda di Johan.
Le promesse vanno mantenute. Vinto il Mondiale, per sempre andata la possibilità di affiancare Cruijff a Barcellona, Müller parte per l’America raggiungendo Franz Beckenbauer. Nel pieno della carriera fa saltare i ponti con la nazionale. Mai più vestirà la bianca divisa tedesca.
David-Gerd, invece, resta e ci aspetta a Roma, nella piccola -è un eufemismo- galleria privata del nipotino di Papa Paolo V: il Cardinale Scipione Borghese. Nella spregiudicata Roma, Cattolica e barocca, la Ecclesia Triumphans dimostra ai luterani tutto il suo insindacabile potere di giudizio e redenzione. Mentre la rigida e Protestante federazione tedesca vieta alle mogli dei calciatori vincitori di partecipare ai festeggiamenti – acuendo la già implacabile ira del suo asso – la bella Costanza Piccolomini, dopo un po’ di carcere e convento, torna nella bottega del defunto marito (aiutante del Bernini) per diventare una rinomata mercante d’arte capitolina. Si specializza nel restauro e nella vendita di opere antiche.
I tremila scudi di ammenda, inizialmente comminati a Gian Lorenzo, vengono condonati, con un semplice gesto, Summo Pontifice jubente.
«L’avevano gli imperatori questo. […] Quell’uomo, immeritevole, lo lascia libero … Questo è il potere Amon. Questo è il potere». Schindler’s List
