I 50 anni del «Bar» di Stefano Benni: dalla «Luisona» alle sbornie del Web
Beccantini parte da Stefano Benni e dal suo immortale Bar Sport per raccontare la metamorfosi di un’Italia che ha trasferito il tifo dal bancone al display, scambiando il calore ruvido dell’umanità per la presunzione fredda dei social, mentre il calcio, come sempre, resta lo specchio più impietoso dei nostri vizi.

Nel marzo del 1976 Stefano Benni pubblicava, per Mondadori, «Bar Sport». E’ passato mezzo secolo, ci hanno fatto un film – nel 2011; regista, Massimo Martelli; tra gli attori, Claudio Bisio e Angela Finocchiaro – e l’autore addirittura un «sequel», nel 1997, «Bar sport duemila». Lo si cita spesso, un po’ con il gergo dei nostalgici e un po’ quale pietra di paragone tra ciò che incarnava e ciò che, disossato degli usi e costumi, giace sul lettino delle autopsie ludiche.
Era un’agorà, una sorta di Hyde Park in cui si beveva di tutto: persino che la squadra del cuore facesse tremare il mondo (e talvolta lo faceva davvero). Dirimpetto all’ippodromo, nella mia Bologna, ce n’era uno. Il bar Mazza. Il tifo, allora, era un pugno sul tavolo, una bestemmia e uno sfottò alimentati dalle briscole e dalle flebo di lambrusco, sbirciando il traballante televisore appeso a un trespolo. Al massimo, se l’infedele si ostinava a non convertirsi, una spinta o una pedata da cartellino giallo.
Una sorta di educazione ormonale, oltre che sentimentale. I bar ci sono ancora, certo che sì, ma non sono più le ruspanti trincee che rimbombavano dei referendum pro o contro Omar Sivori, che fu idolo anche di Benni. Oggi sono quasi dei musei, se non dei covi di gente che alle notizie bomba preferisce le bombe. Vanno di moda i Var Sport, adesso che lo schermo ha occupato gli spazi e sequestrato gli episodi.
La «Luisona», che per noi ragazzi del Novecento rappresentò un simbolo quasi erotico – anche se era una pasta esposta in vetrina – non eccita più. Ci si ciba di social, di blog, di scoponi virtuali, di dibattiti virali. E’ nata una generazione trasversale di giovani e anziani coperti dal passamontagna del nickname: sono i cosiddetti «leoni da tastiera», i cecchini in maschera. Il web ha allargato i muri e sobillato l’anima delle antiche «tendopoli»; le dirette tv hanno moltiplicato conoscenze e competenze: allo stadio vedi solo una partita, «quella»; dal salotto ne vedi un sacco. E ti senti, per questo, unto del Signore.
Lapidario, Umberto Eco: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Più articolata l’analisi di Barbara Spinelli: «Alla rivoluzione mediatica ci si prepara combinando quel che è flusso (Internet) e quel che argina il flusso dandogli ordine (i giornali scritti). L’unica cosa che non si può fare è ignorare la sfida, negare la rivoluzione, opporle sante alleanze conservatrici del vecchio». (da «la Repubblica», 1° dicembre 2010).
Quando il Grande Fratello era il transistor, ci si beccava per un fuorigioco. Nel terzo millennio si cristona attorno al cash-flow o ai prestiti onerosi. Si disserta di preventive e algoritmi. Stefano ci ha lasciato il 9 settembre 2025, ma il suo mondo resiste e persiste tra rughe e ragnatele, vizi e ospizi, al coro di «In vero vinitas». E’ di Marcello Veneziani. Prosit.
