Il portiere che non tornò a casa: la storia di Saleem Khader al-Ashqar
Saleem Khader al-Ashqar: un portiere che ha parato tutto tranne il proiettile che lo aspettava. Suo figlio nascerà orfano di un padre che i pali li difendeva ancora, mentre il mondo guardava i rigori di un altro Mondiale.
Saleem Kgader al-AshqarC’è un istante, nel calcio, che si chiama attesa. È quello del portiere prima del rigore: le gambe piegate, gli occhi fissi sul pallone, il corpo teso come una corda pronta a scattare in una direzione o nell’altra. Saleem Khader al-Ashqar quell’istante lo aveva vissuto centinaia di volte, tra i pali del Khadamat Khan Younis, e prima ancora con le maglie di Al-Aqsa e Al-Masdar, nella Striscia di Gaza. Aveva 32 anni: l’età in cui un portiere comincia a leggere il gioco più con la testa che con i riflessi, l’età della maturità, non del declino.
Saleem Khader al-Ashqar, l’ultima parata
Lunedì 29 giugno non c’era nessun rigore da parare. C’era soltanto una bombola di gas da riempire, un gesto domestico, quotidiano, quasi banale. al-Ashqar stava andando in bicicletta a rifornire una bombola di gas per la sua casa, quando la zona è finita sotto il fuoco pesante di un carro armato israeliano nelle vicinanze, e un proiettile vagante lo ha colpito all’addome. È stato portato in ospedale, dove gli esami hanno rivelato una grave emorragia interna e danni estesi allo stomaco. Non ce l’ha fatta.
Mentre il mondo guardava altrove, ai rigori del Mondiale, alle imprese di Orlando Gill e del Paraguay, alla favola di Vozinha, a Khan Younis si consumava una morte che i grandi media internazionali avrebbero raccontato solo di striscio, se non fosse stato per il lavoro della Palestine Football Association e di chi, testardamente, continua a tenere il conto.
Perché al-Ashqar non era solo. Era figlio unico maschio della sua famiglia, con sette sorelle. Si era sposato da cinque mesi, e sua moglie aspetta il loro primo figlio, un bambino che arriverà in un mondo senza il padre che lo aspettava, che non saprà mai il suono della sua voce se non per i racconti di chi lo ha conosciuto.
La sua morte porta a 1.009 il numero totale di sportivi palestinesi uccisi dall’inizio della guerra di Israele a Gaza, di cui almeno 567 calciatori , che da sola basta a raccontare quanto lo sport, a Gaza, sia diventato un campo di battaglia come un altro. Il club Deportivo Palestino di Santiago del Cile, fondato negli anni Venti da emigranti palestinesi, ha diffuso un comunicato di cordoglio; l’International Centre of Justice for Palestinians ha condannato l’uccisione e rinnovato l’appello alla FIFA perché espella Israele dall’organismo calcistico, sostenendo che la vicenda di al-Ashqar testimoni un pattern sistematico di violenza contro le figure sportive palestinesi. Quella di al-Ashqar arriva dopo l’uccisione, nell’agosto dello scorso anno, del calciatore Suleiman al-Obeid, colpito a morte mentre tentava di raccogliere aiuti umanitari.
E Infantino? Silenzio. Nessun comunicato, nessun minuto di raccoglimento prima di un match del Mondiale che in quei giorni riempiva gli stadi e le prime pagine. Un silenzio che pesa quanto una dichiarazione, perché in questo sport che si professa universale, alcune vite valgono evidentemente meno di altre. O forse è più corretto dire: alcune morti sono più scomode da nominare.
Non c’è trofeo, non c’è titolo, non c’è highlight che possa restituire a Saleem Khader al-Ashqar il calcio che gli hanno tolto, e la vita, prima ancora del calcio. Ma raccontare la sua storia, dare un nome e un volto a un numero dentro una statistica che cresce di settimana in settimana, è l’unico gesto di resistenza rimasto a chi, da questa sponda del Mediterraneo, si rifiuta di guardare altrove.
Un portiere protegge la porta. Nessuno ha protetto lui.

Saleem Kgader al-Ashqar
