“Ancora una volta, sempre Drogba!”
La rubrica sul calcio africano "Hic sunt pila", firmata da Mario Sacconi ci racconta la doppia vita di Didier Drogba, uomo simbolo di un calcio che sa parlare al mondo: dal trionfo di Monaco al ruolo di mediatore nella guerra civile ivoriana.
photo by wikipedia profileLa voce di Massimo Marianella vibra nel cuore della notte del 19 maggio 2012. Siamo a Monaco di Baviera, ma più che una città, quella sera è un fortino: il Bayern è pronto a festeggiare la Champions nella propria città, davanti ai suoi tifosi. E così sia: i padroni di casa dominano, il Chelsea galleggia aggrappato al risultato clemente che si ritrova fra le mani. Al minuto 88 gli inglesi conquistano un calcio d’angolo. Mata prende le misure per calciare dalla bandierina, alza il braccio. Un battito di ciglia dopo, la traiettoria curva verso il primo palo, e Didier Drogba decolla.
Corsari saranno i 𝘉𝘭𝘶𝘦𝘴, guidati dal loro centravanti che dopo la torsione perfetta segnerà anche il rigore decisivo e salderà i conti con le lacrime versate a Mosca quattro anni prima, quando lo schiaffo a Vidic gli aveva impedito di presentarsi alla lotteria dal dischetto.
Se chiedessimo però a un connazionale del centravanti classe ’78 di raccontarci l’episodio che più lo lega a lui, probabilmente ci porterebbe indietro fino all’ottobre 2005.
La Costa d’Avorio non ha mai partecipato ad un Mondiale, ma non è mai stata neanche così vicina a centrarlo: per la prima, storica qualificazione serve battere il Sudan in trasferta e sperare in un passo falso del Camerun, impegnato a Yaoundé contro l’Egitto. Fino a dieci minuti dal termine i 𝘓𝘦𝘰𝘯𝘪 𝘐𝘯𝘥𝘰𝘮𝘢𝘣𝘪𝘭𝘪 sono in vantaggio, ma il pareggio di Shawky cambia tutto: un punto rischia di non essere abbastanza, così adesso sono i camerunensi ad affidarsi ad un Sudan già eliminato per non perdere la vetta del gruppo all’ultimo turno.
Ma le gambe non tremano agli arancioni, che compiono il loro dovere ed espugnano Omdurman grazie alla rete di Ankalé, centrocampista dell’Auxerre, e alla doppietta di Dendane, a quel tempo giocatore del Lens.
L’immagine che resta impressa non coincide però con i gol: è l’appello di Drogba, inginocchiato in un angusto spogliatoio dell’“Al Merrikh Stadium” e circondato dai compagni. Con una telecamera puntata addosso la squadra non si lascia andare alla festa, anzi, si stringe attorno al proprio leader e sfrutta un momento irripetibile. Nell’arco di sessanta secondi Didier pronuncia parole decisive per l’andamento della guerra civile che ormai da tre anni imperversa in patria: “𝘜𝘰𝘮𝘪𝘯𝘪 𝘦 𝘥𝘰𝘯𝘯𝘦 𝘪𝘷𝘰𝘳𝘪𝘢𝘯𝘪, 𝘥𝘦𝘭 𝘯𝘰𝘳𝘥 𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘴𝘶𝘥, 𝘥𝘦𝘭 centro 𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘰𝘷𝘦𝘴𝘵, 𝘰𝘨𝘨𝘪 𝘢𝘣𝘣𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘢𝘷𝘶𝘵𝘰 𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘷𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘤𝘰𝘦𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘦 𝘨𝘪𝘰𝘤𝘢𝘳𝘦 𝘢𝘴𝘴𝘪𝘦𝘮𝘦, 𝘶𝘯𝘪𝘵𝘪 𝘱𝘦𝘳 𝘶𝘯 𝘶𝘯𝘪𝘤𝘰 𝘴𝘤𝘰𝘱𝘰. 𝘝𝘪 𝘢𝘷𝘦𝘷𝘢𝘮𝘰 𝘱𝘳𝘰𝘮𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘢 𝘧𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘢𝘷𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘶𝘯𝘪𝘵𝘰 𝘪𝘭 𝘱𝘰𝘱𝘰𝘭𝘰 𝘦 𝘰𝘨𝘨𝘪 𝘷𝘪 𝘱𝘳𝘦𝘨𝘩𝘪𝘢𝘮𝘰, 𝘪𝘯 𝘨𝘪𝘯𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰: 𝘱𝘦𝘳𝘥𝘰𝘯𝘢𝘵𝘦. 𝘗𝘦𝘳𝘥𝘰𝘯𝘢𝘵𝘦. 𝘋𝘦𝘱𝘰𝘯𝘦𝘵𝘦 𝘭𝘦 𝘢𝘳𝘮𝘪, 𝘰𝘳𝘨𝘢𝘯𝘪𝘻𝘻𝘢𝘵𝘦 𝘭𝘦 𝘦𝘭𝘦𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪. 𝘛𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘢𝘯𝘥𝘳𝘢̀ 𝘮𝘦𝘨𝘭𝘪𝘰”.
La Costa d’Avorio, ex colonia francese indipendente dal 1960, era stata a lungo considerata un’oasi di stabilità economica e politica nell’Africa occidentale. Sotto la guida di Félix Houphouët-Boigny, al potere per 33 anni, il Paese aveva sperimentato apertura alle imprese straniere e coesione sociale. Tuttavia, quella pace era apparente: la stabilità si reggeva su un equilibrio fragile fra le decine di etnie, un sistema clientelare e soprattutto un autoritarismo crescente.
Alla morte del primo presidente nel 1993, il suo successore Henri Konan Bédié introduce un concetto tanto vago quanto esplosivo: l’𝘪𝘷𝘰𝘪𝘳𝘪𝘵𝘦́.
Formalmente pensata per “proteggere l’identità nazionale”, nei fatti diventa uno strumento di esclusione politica, soprattutto verso le popolazioni settentrionali, prevalentemente musulmane e con radici in Mali e Burkina Faso. La legge impedisce loro l’accesso ai ruoli politici e uno degli uomini più in vista ad esserne colpito è Alassane Ouattara, ex primo ministro e figura molto popolare a cui viene impedito di candidarsi alle presidenziali del 2000.
Quando il primo colpo di Stato della storia locale depone Bédié, al potere arriva un vecchio oppositore, Laurent Gbagbo, che però non smantella l’apparato discriminatorio, anzi: lo sfrutta a sua volta. Nord contro sud, musulmani contro cristiani, migranti contro autoctoni: è questione di tempo perché la miccia esploda.
E infatti, nella notte fra il 18 e il 19 settembre 2002, dagli stati confinanti arrivano alcuni gruppi armati reduci dai conflitti in Liberia e Sierra Leone. I ribelli, raccolti sotto il nome di Forze Nuove e che più avanti saranno di fatto supportati dalla Francia nel tentativo di non perdere l’influenza sul mercato locale, al mattino controllano già Bouaké e Korhogo. Nel frattempo, il generale Robert Guéï, già capo di Stato per un anno, viene trovato morto insieme alla moglie e a un manipolo di fedelissimi. Secondo la versione ufficiale, stava tentando un contro-golpe; per molti è stato eliminato per non diventare un ostacolo.
La linea del fronte si cristallizza lungo un confine invisibile ma impenetrabile che taglia in due la nazione. La guerra civile che segue non ha i connotati classici del conflitto totale, ma è proprio questa stagnazione armata, fatta di assalti, vendette, embargo e sospensione dei diritti, a rendere il conflitto ancora più logorante.
La Costa d’Avorio si blocca, congelata in un’eterna attesa. Le scuole del nord chiudono, le università del meridione si svuotano. Il cacao, tradizionale fonte di ricchezza, finisce al mercato nero.
Didier non si ferma qui: nel 2007, dopo aver giocato la Coppa del Mondo in Germania (chiusa al terzo posto dietro alle insormontabili Argentina e Olanda, ma davanti a Serbia&Montenegro), convincerà le istituzioni ad organizzare un match de 𝘓𝘦𝘴 𝘌́𝘭𝘦𝘱𝘩𝘢𝘯𝘵𝘴 a Bouaké, quella che fin dall’inizio era stata la città-chiave per i ribelli. Lo “Stade de la Paix” ospita il Madagascar, che ne uscirà con le ossa rotte, battuto 5-0. Quando segna –perché segna, ovviamente– “The Drog” non esulta, ma si guarda attorno: vede i leader delle due metà del paese, Guillerme Soro e Gbagbo, seduti a pochi metri di distanza; vede 25.000 spettatori di ogni estrazione sugli spalti, e forse capisce che ha fatto qualcosa di grande.
Il quotidiano governativo 𝘍𝘳𝘢𝘵𝘦𝘳𝘯𝘪𝘵𝘦́ 𝘔𝘢𝘵𝘪𝘯 scriverà in prima pagina: “𝘓𝘢 𝘳𝘦́𝘤𝘰𝘯𝘤𝘪𝘭𝘪𝘢𝘵𝘪𝘰𝘯 𝘱𝘢𝘳 𝘭𝘦 𝘧𝘰𝘰𝘵𝘣𝘢𝘭𝘭: 5 𝘣𝘶𝘵𝘴 𝘱𝘰𝘶𝘳 𝘮𝘦𝘵𝘵𝘳𝘦 𝘧𝘪𝘯 𝘢̀ 5 𝘢𝘯𝘴 𝘥𝘦 𝘨𝘶𝘦𝘳𝘳𝘦”.
Cinque reti per spegnere cinque anni di battaglie. Una frase simbolica, certo, ma non retorica: perché da lì in poi il processo di disarmo entra finalmente nel vivo, i combattenti iniziano a consegnare le armi e le elezioni cominciano a sembrare davvero possibili.
Il voto viene annunciato per l’anno seguente, ma vengono più volte rimandate fino al 2010. Nel frattempo la Costa d’Avorio stacca di nuovo il pass per la World Cup, dove si arrenderà il Brasile, battendo però la Corea del Nord e bloccando sul pareggio il Portogallo, secondo con il margine di un punto. Le soddisfazioni latitano invece in Coppa d’Africa: a partire dal 2008 arrivano un’eliminazione in semifinale, una ai quarti e la doccia fredda del ko subito ai rigori nell’ultimo atto del 2014 da parte dello Zambia.
La sconfitta di Gbagbo alle urne in favore di Ouattara porterà alla crisi post-elettorale e ad un nuovo braccio di ferro armato che mieterà più di 3.000 vittime: gli sforzi di Didier Drogba non avranno evitato la ripresa delle ostilità, ma hanno dimostrato come il calcio e i suoi interpreti possano farsi portavoce di messaggi ben più grandi di un campo da gioco. In questo periodo così povero di prese di posizione nette da parte dei professionisti, il suo impegno ci ricorda che ci sono conflitti per cui vale la pena mettersi in mezzo.
