Fluttuazioni in azzurro.Roberto Baggio e il “Pescatore “di Hokusai

Ivano La Montagna torna ad aprire le porte del suo "Museo del Gol". Questa volta mescola il blu di Hokusai con il Divin Codino, con Roberto Baggio.

Il pescatore di HokusaiIl pescatore di Hokusai
Articolo di Ivano La Montagna08/02/2026

Il pescatore e il calciatore

Azzuro e bianco. Effetto Bokashi.

Una sfumatura delicata dona profondità e drammaticità all’atmosfera della scena.

Nell’acqua e nel cielo si percepisce un’impalpabile transizione tra gli unici due colori.

Bianca l’aria. Ancora niente alba. Padre e figlio, silenziosi per non disturbare l’universo, si mettono in cammino verso il sacro promontorio azzurro. Da lì lanceranno gli ami, per i pesci e per il Dio Sole che, d’inverno, sempre si attarda.

“Il Pescatore di Kajikazawa nella provincia di Kai” è una delle “36 vedute del Monte Fuji” realizzate dal maestro giapponese Katsushika Hokusai. In primo piano, il protagonista della composizione, indossa una divisa inconfondibile. L’innesco evocativo: maglietta e gambali azzurri, gonna-pantaloncino bianca…sembra pronto per scendere in campo con la nostra nazionale.

Il pescatore-calciatore. Non una semplice corrispondenza di vestiario ma una complessa e profonda risonanza fra due esseri speciali: Hokusai e Baggio.

Due i colori, due i talenti, due le potenze in gioco: il moto dell’onda marina e il flusso del pallone da un lato, la stabilità del Monte Fuji e la rigida struttura della porta dall’altra. Le sfide della vita si dispiegano davanti ai due guardiani immobili che ammirano la forza e la fragilità delle quotidiane gesta umane. Piccoli piccoli, il pescatore e il calciatore, il pittore e l’atleta affrontano ciascuno la vastità del proprio mondo: il mare e il campo.

Il meraviglioso mondo “fluttuante” della pittura Ukiyo-e.

Pittura, calcio e buddhismo

I due artisti condividono un’identica visione dell’esistenza, la stessa spiritualità.

L’anello di congiunzione è il Buddha Nichiren Daishonin, vissuto in Giappone nel XIII secolo. Katsushika Hokusai è un seguace della setta fondata su quegli insegnamenti. Da Nichiren viene il mantra Nam-myoho-renge-kyo, principale pratica della moderna scuola Soka Gakkai. Roberto Baggio ne fa parte dal 1987.

Edo, il nome antico di Tokyo, è la città in cui matura lo stile del pittore. La capitale ricca e colta di un Giappone in stato di crisalide, pronto ad abbandonare il suo universo primordiale. È il luogo del rovesciamento filosofico: Ukiyo -in origine “mondo di sofferenza”- diventa Ukiyo-e. La saggezza non è più distacco dall’esistenza dolorosa ma, al contrario, celebrazione della sua effimera bellezza. Un tempio, una farfalla, un giunco, un gesto, un gioco: l’armonia si nasconde ovunque. L’arte registra, filtra, racconta, esalta.

Edo, come la Firenze di Lorenzo de’ Medici, è un sogno impossibile sospeso tra passato e futuro, tra fede e razionalità, tra rigore spirituale e edonismo sfrenato.

“Chi vuole esser lieto, sia: di doman non c’è certezza”.

I sensi, tesi allo spasimo, trasformano la filosofia nippo-epicurea in raffinate visioni pittografiche. Le xilografie Ukiyo-e di Hokusai diventano un fenomeno di massa.

Firenze -che sempre sarà del Magnifico- è la città in cui il calciatore Baggio scopre il buddhismo giapponese. Nessuna folgorazione sulla via di Damasco, solo tranquille chiacchierate in un negozio di musica a Campo di Marte: “Mister Disco”.

Musica e Mantra. Rinascita interiore del “divin codino”

5 maggio 1985. La carriera del “divin codino” è di fronte alla porta dell’Ade.

Vicenza-Rimini. Rottura totale di crociato anteriore, menisco e capsula del ginocchio destro. I cocci dell’anima restano sparpagliati sul prato. Operazione in Francia. 220 punti interni. Nel ricordo di Roby: “La gamba destra era diventata così piccola che pareva un braccio”. Un anno di stop.

Per fortuna la Fiorentina l’ha già comprato. Salta interamente la stagione ’85/86. Solo cinque presenze in Coppa Italia.

Il 21 settembre 1986 l’esordio in serie A. Il 28 il ginocchio, lo stesso, fa di nuovo ‘crack’. Non molla!

Il fuoriclasse lavora duramente aggrappandosi alle frequenze musicali. Ama le aquile americane, gli Eagles, e parla spesso di “Hotel California” -il suo pezzo preferito- a Maurizio Boldrini, il proprietario di “Mister Disco”. Nella culla del Rinascimento il destino ha scelto lui, un uomo che si nutre di note e poesia, per condurre il giovane e irrequieto Baggio verso una nuova vita. Lo aiuta a «ritrovare se stesso». Il mantra di Nichiren è insieme mezzo e percorso di una necessaria “rivoluzionare interiore”. Dolore e sofferenza: la zavorra diventa trampolino. Saltare, osservare dall’alto i propri limiti, superarli. Ne traggono enormi benefici la mente, il cuore e i piedi del calciatore.

Roberto impara dalla Soka Gakkai l’enorme potenza del “momento presente”. Saperlo abitare significa entrare in profonda connessione con il tutto.

Il calciatore-pescatore ammira la spuma dell’onda che si infrange sulla roccia, come il filo d’erba che si piega per lasciar rotolare il pallone, il profumo del vento che accarezza il mare e il sibilo della sfera che taglia l’aria, la tensione della lenza impressa dal pesce che abbocca e il gonfiarsi di una rete che arresta il percorso del tiro. L’Universo è tutt’uno, ovunque e sempre uguale la bellezza del suo mistero. Il Divin Codino ora è un altro tipo di artista. Baggio è saggio.

I Mondiali del ’90

Arrivano i Campionati Mondiali del’90. Roberto è ancora fragile e non gioca da titolare. Quando entra, però, rende inutile la potente illuminazione artificiale: puro splendore.

Fase a gironi. 19 giugno. Allo stadio Olimpico c’è Italia – Cecoslovacchia.

Schillaci segna al 9° e gli azzurri conducono 1-0. Vantaggio esiguo significa risultato non ancora in cassaforte. Bisogna soffrire e pazientare per sessantotto minuti, fino al 78°.

Parte l’azione: sulla fascia sinistra Baggio si mette all’opera.

Doppio triangolo a centrocampo col principe Giannini.

Un passaggio, un tocco di ritorno, un altro passaggio. Inizia il viaggio, senza l’aiuto dei compagni. Un’avventura incerta, solitaria, come quella del pescatore di Hokusai.

Ecco la magia: la sporgenza rocciosa in mezzo al mare diventa identica a qualsiasi zolla di prato nel campo di calcio; la sottile linea della lenza equivale all’invisibile, breve lancio in avanti che il giocatore in discesa fa a se stesso; il maestoso Monte Fuji che domina la scena è l’immobile portale bianco posto alla fine del rettangolo verde.

Lo spazio dell’immaginazione

Kukan è fare spazio. In Giappone il vuoto bilancia e rafforza il pieno.

Tra il pescatore e la montagna, come tra Baggio e la rete, c’è il nulla e tutto il possibile.

È il magico territorio della libera immaginazione. L’artista interagisce con lo spettatore, lo coinvolge concedendogli un ampio margine d’azione: un delicato invito all’esercizio della fantasia.

Un solo cerchio atmosferico si apre nel silenzio aurorale che avvolge il quadro per chiudersi sul campo di pallone. Prima del boato, gli spalti -su cui vige l’horror vacui- si fanno muti trattenendo il fiato. Il pescatore-calciatore fluttua nel suo mondo diventando tutt’uno con l’energia della vita. Davanti agli avversari, Roberto si muove con la sua casacca blu, come l’acqua: fluido, leggero, inarrestabile. Uno scoglio, il capitano Ceco Hasek, prova per primo ad arrestarlo. La scivolata è inutile.  Il flusso disegna una traiettoria che è del tutto uguale alla curva della scogliera bianco-azzurra. L’onda sospinge la palla sulla sua cresta dirigendosi verso il centro dell’area. Il difensore, Miroslav Kadlec, ed il portiere, Jan Stejskal, si stringono a formare una barriera frangiflutti. Non c’è verso di arrestare la corrente. Il mare aggredisce la pietra e riempie l’ansa naturale mentre Baggio si infila nello spazio che gli avversari hanno lasciato. Non importa se una delle due opere è fissa e l’altra in movimento, trasmettono lo stesso stupore, la stessa quiete, la stessa armonia. La Natura lascia al caso il giusto necessario. L’artista si concentra sui dettagli. Hokusai cattura con maestria ogni spruzzo di spuma ed ogni fenditura scura. Baggio sposta la testa, il bacino e i piedi in maniera leggiadra. Anche e spalle eseguono una danza misurata con sapienza. Ogni tocco di palla è un piccolo, preciso colpo di sgorbia sulla matrice di legno-terra.

L’ultima finta e il tiro rasoterra, quasi dal dischetto.

Quando arriva il gol -e il gol arriva- il saggio è quasi triste. Che importanza ha? Nessuna importanza. La massima importanza. Il godimento è al suo apice ma l’acme del piacere è per sua natura effimero: svanisce in un istante per lasciare il posto ad un nuovo desiderio.

La felicità? È coscienza. È la costruzione del prossimo capolavoro!

È il bambino accovacciato ai piedi di suo padre che guarda nel cestino. Si gode il bottino aspettando la prossima impresa del suo eroe.

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