Un ruolo per regione: il «dieci» ai napoletani, e a chi se no?

Un viaggio ironico e colto di Roberto Beccantini nel calcio italiano: a ogni regione il suo ruolo, tra letteratura, musica e memoria sportiva. E se il portiere nasce friulano e il mediano piemontese, il numero dieci non può che essere napoletano, patria naturale della fantasia.

Articolo di Roberto Beccantini09/03/2026

A ogni regione un ruolo. Per «vedere, di nascosto, l’effetto che fa»: alla Enzo Jannacci di «Vengo anch’io. No, tu no». Un gioco, d’accordo, ma pure un abbinamento fra teste e testi, un ponte tra arie ed aree, alla ricerca di elementi orientativi e non pedissequamente distintivi.

Sulle tracce di Dino Zoff, il portiere non può che essere friulano. Un solitario, cantato da Umberto Saba e canzonato al primo errore. Deve essere freddo, capace di gestire le prodezze e risorgere dalle macerie, in bilico precario e perenne fra terre e terremoti. A Udine lo sanno: e lo insegnano.

Se «’O sole mio» nacque a Odessa, sul Mar Nero, pensando all’azzurro e alle albe del Golfo, il numero dieci sarà, nei secoli, napoletano. E’ il domicilio della fantasia. «Facimme ammuina», «chiagni e fotti», «funiculì funiculà»: sono i tasti del dribbling, arte che ai Quartieri spagnoli respira meglio che nelle Quinte strade. Omar Sivori, Diego Armando Maradona: la sfera che compare e scompare; il sinistro, gruccia da scagliare oltre le trincee dei tuttologi sedentari, dei maestrini dalle marcature preventive. «Sta ‘nfronte a te»: l’avversario, la porta, il destino. E allora vai di finta, in mutande o in giacca e cravatta, a scartare, a simulare: giammai, però, a scappare.

«Mediano a sostegno» era di Sandro Ciotti. C’è chi dice «mediano di spola». Una vita da mediano era il Lele Oriali del Liga. Nell’accezione pre-moderna, uno che si incolla(va) al «dieci»: per esempio, Beppe Furino a Gianni Rivera. Fuor di metafora: uno sempre sul pezzo. Un operaio. E, dunque, un piemontese. Catene di montaggio, tute e sudore.

Il senso di appartenenza (una volta, almeno) e la missione scolpita sul bavero: da qui non si passa. Per dirla alla Sir Alex Ferguson: «my way or the highway», o così o fuori dagli zebedei.

Il centravanti è il front-man della banda. Uomo copertina, finalizzatore e utilizzatore delle chitarre, delle batterie, delle trombe. Prima di farsi «ciccia» (Erling Haaland), con Pep Guardiola era lo «spazio». Modi e mode. Quindi, per acclamazione, milanese. Un po’ bauscia, se il tabellino gli sorride; un po’ «ofelè fa el to mesté», pasticciere fai il tuo lavoro, se dalle curve cominciano a fischiarne la generosità sospetta.

«Le parole sono ali», scriveva Vladimiro Caminiti. E le ali, oggi, cosa sono? Vivono da pentiti, sotto falso nome: esterni, quinti. Il bolognese ne rimane l’incarnazione più schietta. Pier Paolo Pasolini, detto «Stukas», giocava proprio lì, all’ala. Il bolognese passeggia per i portici, si abitua in fretta allo struscio e ai contatti di striscio, nel ricordo del «passo doppio» di Amedeo Biavati. Se l’America ci ha dato Dallas, Bologna ci ha dato Dalla. Che dell’ala aveva la statura e il clarinetto.

Per la regia, che sa di cinema anche quando è tonnara, il romano non ha eguali. Piantato lì, in mezzo al set, daje de qua e daje de là, a far correre la palla (che non suda), a rendere eterna la pennica del tiki-taka. Al di là del Tottismo, Fellini e non felloni: come Picchio De Sisti. Un «adagio», sì, ma di Albinoni.