La mia saudade italo-brasiliana tra Altafini e Anzolin

Darwin Pastorin ci porta a spasso tra l'Italia e il Brasile, tra la nostalgia e la saudade. Ci accompagna per mano nel ricordo di Altafini e Anzolin.

AltafiniJosè Altafini - Archivio Nazionale
Articolo di Darwin Pastorin10/11/2025

È tempo, per me, di saudade, di una ricerca romantica e letteraria del tempo perduto. Di quando, prima in Brasile e poi in Italia, il calcio diventò parte della mia vita. Sono nato in terra brasiliana, orgoglioso figlio nipote e pronipote di emigranti veneti. Nel 1961 i miei genitori decisero di tornare in Italia, non più nella loro Verona, ma a Torino: all’epoca di quella illusione chiamata “Boom Economico”, ottimismo e cottimismo. La prima casa in via Madama Cristina, nel ‘66 eccoci a Santa Rita, quartiere-paese, in via San Marino. In quel tempo, della prima giovinezza, dei sogni ancora possibili, delle avventure salgariane, del mio desiderio di diventare, un giorno, un giornalista sportivo, proprio come Vladimiro Caminiti, il poeta del calcio, che leggevo sulle pagine di Tuttosport: lui, che insegnò a noi cronisti di cominciare il racconto della partita “dal verde del prato e dell’azzurro del cielo”.

Il pallone, come a São Paulo, dominava i miei pensieri e la mia passione. Da bambino tifavo per il Palmeiras, che un tempo si chiamava Palestra Italia, ed era la società dei nostri lavoratori, nata per tentare, anche in quel modo, di vincere, anche con una sfera di cuoio, la nostalgia. Giocava centravanti, nel 1958, un campione che chiamavano “Mazzola”, perché assomigliava in modo straordinario a capitan Valentino, uno degli eroi del Grande Torino: José Altafini, tra i miei amici, “sempre più rari, sempre più cari”, per dirla con il mio maestro di letteratura Giovani Arpino, tra i più importati scrittori del Novecento. Leggete, per favore, “Azzurro tenebra” (minimum fax): il più potente e originale libro “dentro” il football.

Già, per chi tifare da ragazzino? Juve o Torino. Non ricordo come avvenne, ma di sicuro, montalianamente, “il nome agì”. Forse fu quel richiamo alla gioventù, forse furono quelle maglie bianconere, insomma: cominciò così la mia passione per la Vecchia Signora. E, con il mio amico Giancarlo, che se n’è andato nel 2020, lasciandomi una valigia enorme di ricordi lucenti e di infinite lacrime, andavamo, la domenica, dopo la messa, allo Stadio Comunale, in curva Filadelfia, con le nostre bandiere. E al campo Combi, dirimpetto agli spogliatoi, dove i nostri beniamini, siamo nella stagione 1966-67, si allenavano. Usciti dal Combi, i calciatori si fermavano a scambiare due chiacchiere con noi sostenitori, non c’erano i social, chiedevamo l’autografo e, molto più raramente, una foto. A memoria: Anzolin, Gori, Leoncini, Bercellino I, Castano, Salvadore, Favalli, Del Sol, De Paoli, Cinesinho (ex del Palmeiras), Menichelli. Allenatore Heriberto Herrera, soprannominato “sergente di ferro”. Lo scudetto, il tredicesimo, arrivò all’ultima giornata: Inter capolista sconfitta a Mantova 1-0, gol di Di Giacomo su svarione dell’estremo difensore (definizione cara a Nabokov) Giuliano Sarti, successo bianconero in casa sulla Lazio per 2-1, sorpasso e vittoria! Con Giancarlo entrammo in campo e riuscimmo ad abbracciare il portiere Anzolin. Vicino a casa nostra abitava Castano, in piazza Montanari. C’era il suo nome sul citofono. Andammo a trovarlo, lui e sua mamma ci accolsero nel salotto buono, chinotto e i nostri diari firmati dal difensore. E anche da Gino Stacchini, che fu fidanzato con Raffaella Carrà.

Quel 1967 portò, in autunno, due tragedie: la morte, in un incidente stradale, di Gigi Meroni, la farfalla granata, un’ala destra funambolica, un artista. Lo adoravo, anche se giocava con i “cugini” del Toro. E il vile assassinio, nella selva boliviana, di Ernesto Che Guevara, mito per generazioni e fratello di lotta di Diego Armando Maradona. L’anno dopo, arrivò Pietro Anastasi: il mio beniamino sempre e per sempre. Ma questa è un’altra storia, cne vi racconterò.

Roberto Rivellino in azione con la maglia della nazionale brasiliana durante una partita degli anni Settanta, mentre conduce il pallone sul terreno di gioco davanti a migliaia di spettatori.

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