Al mondo di oggi, caro Dieguito, manca la tua voce politica e coraggiosa
In questa Maradoneide, Darwin Pastorin invoca la voce politica e ribelle di Maradona in un tempo segnato da guerre, disuguaglianze e smarrimento civile. Tra memoria generazionale e utopie perdute, riaffiora il bisogno di tornare a lottare, con lo stesso coraggio con cui Dieguito stava sempre dalla parte degli ultimi

Scrivo in questi giorni neri, di guerre e violenza, di bambine e bambini che muoiono sotto le bombe. Di Governi che puntano al petrolio e non a fantomatiche “liberazioni”: esiste, padroni del mondo, l’autodeterminazione dei popoli, non dimentichiamolo. Guardo alla statunitense volontà crudele di trasformare di nuovo la Cuba del Che e di Fidel in una immensa sala giochi per i ricchi di Miami. E penso che alla politica e al calcio servirebbe uno come te, Diego Armando Maradona: che sei sempre stato dalla parte dei deboli e degli emarginati in tempi non sospetti, mentre Lionel Messi, il tuo presunto erede, viene ricevuto alla Casa Bianca dal “Diablo” Trump: tu, Dieguito, non avresti mai stretto quella mano…
Ho appena fatto una camminata nel grande parco di Piazza d’Armi: lo Stadio Olimpico Grande Torino, l’Inalpi Arena, diventata “casa Sinner”, la gente che corre o che porta i cani a scorrazzare sui prati, gli scoiattoli fanno capolino tra i rami degli alberi non più spogli, voci che si accavallano tra storie d’amore finite male o appena cominciate, il Toro in crisi e la Juve senza attaccanti. C’è un leggero sole, in questo declinare dell’inverno: primavera già danza, felice. Piu tardi arriveranno i bambini dopo aver fatto i compiti. In questo lembo di paradiso, l’Italia di oggi, stridente a afona, avvolta e stravolta da rigurgiti fascisti e razzisti, politicamente divisa o grottescamente unita, urlante nei talk show, pare lontana.
Ricordo questa piazza negli Anni Settanta. Lo stadio si chiamava Comunale, si giocava sempre di domenica e i campioni erano Anastasi e Pulici, Zoff e Castellini, Furino e Ferrini. In questo verde noi giovani giocavamo a calcio e passavamo le ore a discutere di politica, di quel libro di Italo Calvino, di quei versi di Ginsberg o di quel film sul delitto Matteotti. Partecipazione e non esclusione. Noi e non io. La tecnologia non esisteva e, di conseguenza, non invitava a a una solitudine virtualmente affollata. Un verbo scandiva il quotidiano della mia generazione: lottare. Lottare per una società migliore, per una scuola aperta a tutti, contro lo sfruttamento degli operai nelle fabbriche dove si lavorava a cottimo, contro la guerra in Vietnam, la garrota di Franco, gli orrori delle dittature sudamericane e il fuoco di Jan Palach era il nostro fuoco, comunisti sì, ma contro qualsiasi forma di oppressione. Scoprivamo la forza del messaggio del Che: quell’ideale, così forte e persino evangelico, dell’Uomo Nuovo. Un Uomo capace di cancellare le ingiustizie, di dare voce e speranza ai sognatori, ai ribelli, ai fuggitivi. Fu una grande, immensa e struggente utopia. Alla fine, abbiamo perso. Perché la realtà ha superato la nostra fantasia. L’Italia di oggi non apparteneva ai nostri desideri, non era questo il nostro Paese agognato. Questo Paese dalla politica intesa come privilegio, senza nessuna qualità, arrogante. Carico di rancori. Intollerante.
Ma una speranza esiste ancora: appartiene ai giovani e al recupero di quel verbo “lottare”. Coraggio, ragazze e ragazzi: riprendete per mano i sogni dei vostri padri, quei sogni troppo presto interrotti. In fretta, mi raccomando. Il tempo sta trascorrendo, inesorabile.
E: hasta siempre, comandante Maradona!
