Cosmi e Sousa: due profeti inascoltati?
Cosmi e Sousa due allenatori, due epoche, un solo presagio: chi ama per davvero avvisa per tempo, ma la Salernitana continua a scambiare l'amore per lamentela.

Cosmi e Sousa
Cosmi e Sousa ci insegnano entrambi che c’è un momento, nel calendario di ogni piazza innamorata della sua squadra, in cui un allenatore smette di essere un tecnico e diventa un veggente. Non lo sceglie lui: è la storia che lo costringe a quel ruolo scomodo, quello di chi vede prima degli altri l’ombra che si allunga sul prato, mentre tutt’intorno si continua a parlare di sole.
Cosmi: l’amore che si traveste da allarme
Due giorni fa, a bordo campo, al termine di un’amichevole che avrebbe dovuto essere un rito estivo come tanti, Serse Cosmi ha pronunciato una frase che non è passata inosservata a chi sa ascoltare oltre le parole di circostanza: la Salernitana, ha detto, va rinforzata, non completata. Una distinzione che sembra sottile e invece è abissale, come quella fra il respirare e il vivere. Completare significa riempire caselle vuote; rinforzare significa credere che quella squadra meriti di sognare qualcosa. Cosmi, nel dirlo, non nascondeva la delusione. Aveva lo sguardo di chi ha visto troppe volte lo stesso film e conosce già, purtroppo, alcune scene del finale.
Chi segue la Salernitana da più di una stagione avrà sentito, in quelle parole, un’eco lontano ma nitidissimo. Un déjà-vu granata, verrebbe da dire, era un’altra epoca, era la Serie A, ed era Paulo Sousa a lamentarsi – con una chiarezza persino maggiore, quasi disperata, pe colpa di un mercato che non arrivava, o arrivava tardi, o arrivava sbagliato. Sousa parlava come chi bussa a una porta sapendo già che nessuno aprirà in tempo. E infatti nessuno aprì in tempo. Sappiamo tutti come finì quella stagione: con una retrocessione che ancora brucia, di quelle che non si raccontano ai bambini la sera perché fanno paura più delle favole nere.
Non è un caso che due allenatori, in momenti diversi, abbiano usato lo stesso linguaggio del presagio. Chi ama davvero una squadra, e sia Sousa che Cosmi, a modo loro, l’hanno amata, sviluppa una sensibilità quasi sismografica per le scosse che stanno per arrivare. Non serve la sfera di cristallo: basta guardare la rosa, contare le caselle, sentire il fiato corto del mercato mentre la stagione, indifferente al calendario delle trattative, si avvicina comunque. È una forma di premura che spesso viene scambiata per lamentela, quando invece è amore travestito da ansia, come capita a certi genitori severi.
C’è, in tutto questo, anche una piccola commedia degli equivoci che si ripete con la puntualità di un rito stagionale: il tecnico che chiede rinforzi a luglio, la dirigenza che rassicura, il tifoso che controlla ogni ora il proprio telefono in cerca di un nome nuovo, e agosto che arriva sempre con la stessa eleganza spietata di chi non aspetta nessuno. Se non fosse tragico, sarebbe quasi buffo: la Salernitana sembra avere il dono raro di trasformare ogni estate in una attesa beckettiana, con Godot che nel frattempo si allena altrove, magari con la valigia già pronta per un’altra piazza.
Non è compito di chi scrive processare scelte che appartengono ad altri tavoli, né indicare colpe che spettano a chi le colpe le pesa con strumenti diversi da una tastiera. Ma è lecito, credo, custodire la memoria delle parole pronunciate a bordo campo, perché la memoria è l’unica forma di giustizia che resta a un tifoso quando tutto il resto tace. Cosmi ha parlato. Prima di lui parlò Sousa. Il calcio, si sa, non ama le profezie: preferisce le smentisce a bilancio consuntivo, quando ormai il danno, se danno sarà, è già scritto in classifica.
Resta la speranza, quella granata e ostinata che sopravvive a ogni delusione come l’erba fra le crepe dell’Arechi: che questa volta la voce di chi siede in panchina non resti a lungo un monito solitario nel vento, ma si trasformi, finalmente, in ascolto. Sbagliare è umano, perseverare . . .
