Perché, se torno a nascere, farò l’allenatore

Ne “L’Angolo del Beck”, Roberto Beccantini riflette sul mestiere dell’allenatore: tra potere, alibi e piagnistei, un ruolo sempre centrale e mai davvero responsabile, dove il Risultato resta l’unico giudice che non fa sconti.

Articolo di Roberto Beccantini12/01/2026

Se torno a nascere, faccio l’allenatore. Sono pagati per pagare, d’accordo, ma tra buone uscite e risoluzioni non ci rimettono quasi mai. E occhio a Julio Velasco e a ciò che dice: ««Io come allenatore ho l’idea di educare, ma senza abusare. Anche perché una squadra può esistere senza un allenatore, ma un allenatore non può esistere senza una squadra» (dal Festival dello sport di Trento, «Gazzetta dello Sport», 12 ottobre 2025).

Alla lettera: «una squadra può esistere senza allenatore»: ma come si permette? Chi crede di (non più) essere? I coach. I mister. I tecnici. Migrano come capi di stato, scortati da pattuglie di assistenti armati di tutto punto: c’è il tattico e l’analista; l’addetto alle punizioni e (temo, vista la diffusione) alle simulazioni; il maggiordomo che tiene i rapporti con gli arbitri e il «gorilla» che, alla Lele Oriali, controlla le eruzioni del vulcano di turno (nel suo ambito, Antonio Conte).

Ricordate Carletto Ancelotti al Bayern? Quando le cose andavano bene, il figlio e il genero erano, rispettivamente, il vice e il nutrizionista. Non appena cambiò il vento, il vice e il nutrizionista «diventarono» il figlio e il genero. C’est la vie. Sì, li invidio perché al primo raffreddore di un dipendente corrono a piangere dal superiore e invocano una strenna, un rinforzo. Col cavolo che lo cercano nel cortile di casa, tra i putti del vivaio. Preferiscono le seduzioni del Bazar, (quasi) sempre aperto e generoso di saldi. Basta avere fiuto (gentile eufemismo) e un po’ di quattrini.

Per contare contano, sia chiaro, ma da come concupiscono i giocatori, direi a naso che costoro pesino di più. Fermo restando che in panca e sull’erba non siamo tutti uguali. E aggiungo: per fortuna. Uguali, lo siamo davanti alla morte e, in Paesi più fortunati del nostro, lo sono davanti alle legge. In campo no. Diego è lassù, il resto quaggiù.

Incontinenti. Mai contenti. Prendete l’«Andonio» di Posillipo, busta numero uno: «Troppi nuovi da inserire»; busta numero due: «Troppo pochi, siamo alla canna del gas». E Gian Piero Gasperini? Da Zingonia a Trigoria e dai Percassi ai Friedkin, un piagnisteo incessante. E se un titolare del Milan si sveglia dispari e non ha voglia di spingersi oltre la metà campo, tranquilli: colpa di Massimiliano Allegri e del suo corto muso.

Nella stagione 1984-’85, campione d’Italia si laureò il Verona di Osvaldo Bagnoli. Le squadre erano sedici, il mercato chiudeva prima che la carovana si mettesse in marcia e le finestre autunnali erano di una temperanza quasi francescana. L’Osvaldo della Bovisa ruotò, complessivamente, 17 giocatori: quanti oggi se ne possono alternare in una sfida di coppa che vada ai supplementari: cinque più uno. E comunque: cinque come minimo. La qual cosa ha contribuito ad accentuare il divario fra Grandi e Piccole. Quelli sì, avevano le palle.

Nascosti fra i cespugli dell’ipocrisia, sadici e ridenti, spariamo al petto del Risultato. Metafora gaia della «livella» di Totò. Che vale per tutti i geni, compresi e incompresi.

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