Oggi per il Napoli soffro in maniera diversa: da vincente

La "frattaglia" di questa settimana si concentra sul fatto che per anni ho sofferto da tifoso abituato a perdere. Oggi soffro in modo diverso. Perché il Napoli è diventato vincente. E quando vinci titoli e trofei, anche una sconfitta o un pareggio cambiano forma.

Articolo di Vincenzo Imperatore13/01/2026

Per anni, da tifoso del Napoli, ho avuto un rapporto semplice con la sofferenza. Lineare. Quasi educativo. Ero abituato a perdere. O meglio, ero abituato a non vincere. E quindi le grandi delusioni avevano una forma riconoscibile. La retrocessione in Serie B. Un secondo posto dopo un campionato combattuto. Un sogno accarezzato e poi strappato all’ultima curva.

Facevano male, certo. Ma erano dolori coerenti con il contesto. Il Napoli era una squadra fragile. Una società intermittente. Un club che viveva di fiammate e di illusioni. La sconfitta, per quanto amara, era una possibilità strutturale. Quasi un destino con cui fare i conti.

Oggi no.
Oggi il Napoli è una società di successo. Organizzata. Ambiziosa. Abituata a stare in alto. A competere. A vincere. E questo cambia tutto. Anche il modo di soffrire.

Perché quando diventi vincente devi accettare una verità che prima non ti riguardava davvero: non si può vincere sempre. E questa è una lezione più difficile di qualsiasi retrocessione. Perché arriva quando hai già assaggiato il meglio. Quando la vittoria non è più un miracolo, ma un’aspettativa.

Il dolore che provo in questi ultimi anni non nasce da una sconfitta (o, addirittura, un pareggio) in sé. Nasce dalla frattura tra ciò che sei diventato e ciò che vorresti continuare a essere. Vincente, sempre. Dominante, comunque. Immune alla realtà statistica del calcio.

Ma il calcio, anche quando lo fai bene, resta un gioco crudele. Fatto di cicli, di margini sottili, di dettagli che scivolano. Puoi essere forte. Puoi essere strutturato. Puoi essere migliore. E non vincere lo stesso.

Da tifoso devo reimparare tutto. Devo disintossicarmi dall’idea che, anche quando alzi già un trofeo, se non vinci tutto allora è un fallimento. Devo accettare che il successo non elimina la sofferenza. La sposta. La raffina. La rende più adulta e più difficile da spiegare.

Prima soffrivo perché perdevo.
Oggi soffro perché so che potrei vincere, ma non sempre accadrà.

È il prezzo del salto di qualità.
Ed è una sofferenza che, paradossalmente, vale la pena provare. Perché significa una cosa sola: il Napoli non è più una speranza. È una realtà. E le realtà, anche quelle vincenti, ogni tanto fanno male.