Tuchel è antipatico, ma sta desinglesizzando l’Inghilterra
Il tecnico tedesco sta cambiando l’approccio competitivo di una nazionale che ha spesso confuso il prestigio del proprio calcio con la capacità di vincere. Dopo decenni trascorsi a forare davanti al cartello dell’“ultimo chilometro”, l’Inghilterra di Tuchel prova finalmente a separare la propria immagine dalle proprie prestazioni. È il classico errore delle organizzazioni dominanti: confondere la forza dell’ecosistema con la competitività dell’impresa.

Thomas Tuchel è antipatico. Anche a me.
Ha il volto, il tono e perfino la postura del manager chiamato dal consiglio di amministrazione quando tutti sono soddisfatti dei risultati, ma qualcuno ha finalmente avuto il coraggio di domandarsi se quei risultati siano davvero sostenibili.
Borioso come un francese, non accarezza l’autostima dei calciatori e non sembra particolarmente interessato a rendersi simpatico all’ambiente. Dopo la vittoria per 2-1 contro la Norvegia, che ha portato l’Inghilterra nella semifinale mondiale contro l’Argentina, avrebbe potuto limitarsi a celebrare il carattere della squadra. Invece ha parlato di una prestazione lenta, disordinata, piena di errori tecnici e persino fortunata. Jude Bellingham, autore di entrambi i gol inglesi, non ha nascosto il proprio disappunto. Tuchel ha riconosciuto le ragioni del calciatore, ma ha ribadito che l’Inghilterra dovrà giocare molto meglio.
Un atteggiamento sgradevole, certamente. Ma anche il segnale di qualcosa che, per la nazionale inglese, potrebbe essere storico: Tuchel sta provando a desinglesizzare l’Inghilterra.
Non vuole cancellarne l’identità calcistica, ma liberarla da ciò che nel tempo l’ha resa meno competitiva: la convinzione che intensità, orgoglio e tradizione possano compensare limiti tecnici, tattici e mentali.
Desinglesizzare significa eliminare proprio questa parte dell’eredità: l’altezzosità, l’autoreferenzialità e la convinzione che essere la patria del calcio attribuisca una sorta di diritto naturale alla vittoria.
Per decenni l’Inghilterra ha viaggiato come quelle grandi aziende convinte che il prestigio del marchio possa compensare qualsiasi inefficienza operativa. Ha il campionato più ricco e più seguito, gli stadi pieni, una capacità commerciale straordinaria e calciatori che militano nei principali club europei. Eppure ha vinto un solo Mondiale, quello disputato in casa nel 1966, e prima del 2026 aveva raggiunto le semifinali soltanto nel 1990 e nel 2018.
È il classico errore delle organizzazioni dominanti: confondere la forza dell’ecosistema con la competitività dell’impresa.
La Premier League può essere il miglior campionato del mondo senza che l’Inghilterra sia automaticamente la migliore nazionale. Esattamente come un’azienda può operare nel settore più redditizio, possedere il marchio più conosciuto e avere i dipendenti più pagati, senza essere necessariamente quella che prende le decisioni migliori nei momenti decisivi.
Il problema inglese, infatti, non è quasi mai stato raggiungere una posizione importante. È stato completare il percorso. L’Inghilterra arriva spesso nelle vicinanze del traguardo, vede il cartello “ultimo chilometro” e fora.
È accaduto ai Mondiali, agli Europei e nelle partite in cui il talento avrebbe dovuto trasformarsi in dominio. Le sconfitte nelle finali europee del 2021 e del 2024 hanno confermato una difficoltà tipicamente aziendale: possedere risorse di qualità senza riuscire a convertirle nel risultato definitivo.
Gareth Southgate aveva già compiuto una parte importante del lavoro. Aveva ricostruito il clima interno, restituito continuità alla nazionale e ridotto il peso psicologico della maglia. Aveva trasformato un gruppo storicamente schiacciato dalle aspettative in una squadra capace di arrivare stabilmente nelle fasi finali.
Tuchel sta provando a realizzare il passaggio successivo: dalla continuità dei risultati alla vittoria.
Nel linguaggio manageriale, Southgate aveva migliorato la cultura organizzativa. Tuchel vuole modificare il modello competitivo.
La differenza emerge proprio dopo la partita con la Norvegia. L’Inghilterra ha vinto, ha rimontato ed è entrata tra le prime quattro del mondo per la quarta volta nella propria storia. Per l’opinione pubblica il risultato avrebbe potuto chiudere qualsiasi discussione. Per Tuchel, invece, il risultato positivo non rende automaticamente corretto il processo che lo ha prodotto.
È una distinzione fondamentale anche nelle aziende.
Una commessa può generare un buon margine nonostante sia stata gestita male. Un esercizio può chiudersi in utile grazie a componenti straordinarie. Un commerciale può raggiungere il budget concentrando il fatturato su un solo cliente. Un’impresa può crescere senza essere diventata più efficiente.
Il manager mediocre guarda il dato finale e si congratula. Quello competente si domanda se quel risultato sia ripetibile.
Tuchel non vuole che l’Inghilterra confonda una vittoria episodica con la validazione del proprio modello. Sa che ciò che è bastato contro la Norvegia potrebbe non bastare contro l’Argentina. Per questo, mentre il sistema celebrava la qualificazione, lui ha riaperto immediatamente il processo di miglioramento.
È la logica del miglioramento continuo, applicata nel momento più scomodo: quando si è appena vinto.
Naturalmente, anche il metodo Tuchel presenta dei rischi. Cambiare una cultura organizzativa significa mettere in discussione abitudini, gerarchie e sensibilità consolidate. La reazione di Bellingham dimostra che l’allenatore dovrà gestire con attenzione il rapporto tra esigenza e fiducia. Un leader deve alzare gli standard senza trasformare il confronto professionale in uno scontro tra ego.
La critica deve riguardare la prestazione, non il valore della persona. Altrimenti la pressione, invece di generare crescita, produce resistenza.
Ma il punto rimane. Tuchel sta provando a convincere gli inglesi che la competitività non nasce dalla narrazione, dal fatturato della Premier League o dal numero di stelle presenti in rosa. Nasce dalla capacità di adattarsi, correggere gli errori e mantenere lucidità quando il margine di sicurezza scompare.
La semifinale contro l’Argentina, in programma il 15 luglio ad Atlanta, rappresenta il test più coerente possibile. L’Inghilterra affronta la nazionale campione del mondo in carica in una sfida appesantita da sessant’anni di rivalità sportiva e politica. Vincendo, raggiungerebbe la sua prima finale mondiale dal 1966 e la prima disputata lontano da casa.
Tuchel è antipatico e probabilmente resterà antipatico anche se dovesse vincere.
Ma forse l’Inghilterra non aveva bisogno di un allenatore rassicurante. Aveva bisogno di qualcuno disposto a toglierle dallo specchio l’immagine della patria del calcio e a sostituirla con quella, molto meno romantica ma più utile, di un’organizzazione che deve ancora dimostrare di saper chiudere l’ultimo chilometro.
