Jugoslavia: il fascino degli enigmi calcistici

Jugoslavia: il fascino degli enigmi calcistici

© FOTO BOBAN – JUGOSLAVIA

L’orologio indica le undici e mezza di una flemmatica serata di novembre: in assenza di partite, la mente è libera di navigare. Un primo pensiero è rivolto senza dubbio alle nazionali, d’altronde siamo nel periodo in cui le rappresentative sono in cerca del “Green pass” verso Qatar 2022. Eppure ci sono gli argomenti su cui fermarsi: l’Italia che forse non va ai Mondiali, l’ascesa delle squadre nordiche, il Brasile che torna a far paura. La mente di un calciofilo, però, dribbla ciò di cui è facile trattare, subendo fallo da un costante, quanto surreale, enigma: “E se…?“. Ogni amante del calcio, almeno una volta, ha incontrato questo rivale. Per quanto sia in contrasto con la realtà dei fatti, il fascino enigmatico è troppo prepotente per non penetrare nell’inconscio dell’innamorato del pallone. Scagli la prima pietra chi non ha mai recitato queste frasi:

“E se Baggio avesse avuto a disposizione due ginocchia in grado di sostenere il suo talento?”

“E se le caviglie di Ronaldo avessero retto?”

“E se l’arbitro Moreno non avesse fermato il cammino dell’Italia nel 2002? Dove saremmo arrivati?”

Dunque, in tempi di nazionali, è ad hoc un “e se…?” diverso, insolito. Guardando dall’altro lato dell’Adriatico si vede il fantasma di una nazione frammentata in sei. La storia di una nazione sui generis, per una nazionale sui generis: la grande Jugoslavia. Palcoscenico su cui hanno recitato alcuni dei migliori interpreti del calcio europeo. La domanda che ci si pone, quindi, è la seguente: “E se la Jugoslavia avesse alzato un trofeo?“. Purtroppo viviamo in un epoca in cui a molti piace esclusivamente la fine di un percorso, senza guardare chi il proprio lo ha costruito senza riuscire ad arrivare in fondo. Nonostante oggi non esista più, la Jugoslavia merita di essere inserita in quel novero di squadre che hanno dato un proprio mattone per la costruzione dell’edificio della storia del calcio. D’altronde, se vieni soprannominato “Il Brasile d’Europa“, non è che sei tanto lontano dall’esser parte della storia, anzi.

I FORTISSIMI BLU

La storia, nel calcio, non viene scritta su un foglio, ne tantomeno a tavolino per segnare un territorio, ma con i piedi. Da questo punto di vista, la Jugoslavia può vantare di aver avuto alcuni dei migliori storici del novecento. Da Vladimir Beara, il ballerino di Spalato, considerato da Lev Yashin il miglior portiere di sempre, a Siniša Mihajlović. L’immensa tecnica di un altrettanto immenso Dejan Savićević, oppure Predrag Mijatović, Davor Šuker. Per poi arrivare a due figure, forse le due più grandi del calcio balcanico: Zvonimir Boban e Dragan Stojković. Sul primo, oltre l’eccelse doti tecniche, dire che sia diventato simbolo della ribellione croata a seguito di una partita che, il 13 maggio 1990, sfociò in guerra, per davvero, possa bastare. Sulla mitica leggenda dello Stella Rossa, arrivato in Italia col Verona, invece, più di definirlo come miglior calciatore balcanico della storia, non si può fare.

IL TITOLO DI PIÙ GRANDE, MA NON IN BACHECA

Per omaggiare al meglio Edson Arantes Do Nascimento, comunemente detto Pelè, la federazione brasiliana gli chiese quale rappresentativa avrebbe voluto affrontare come ultimo avversario con in petto “Ordem et Progresso“. La risposta di O’Rei fu categorica, “La Jugoslavia“. Detto, fatto; la partita si giocò il 18 luglio del 1971 e si chiuse sul punteggio di 2-2. La Jugoslavia era la compagine che più si avvicinava ai brasiliani per abilità di palleggio, organizzazione collettiva e tecnica individuale. E non solo, Pelè volle al Maracanà la Jugoslavia in quanto apprezzava tantissimo quel fuoriclasse – tutta tecnica, eleganza e velocità – che era all’epoca l’ala sinistra (e bandiera) della Stella Rossa di Belgrado Dragan Dzajic. “Sono quasi dispiaciuto che non sia un brasiliano – dirà Pelé – perché non ho mai visto un calciatore così naturale”.

INDIMENTICABILI

Tornando alla domanda “E se la Jugoslavia…“, una risposta, ovviamente, non la si può dare. Magari sarebbero stati i vincitori dell’Europeo del 1992, forti di una nazionale compatta, unita e talentuosa, con in rosa una batteria di calciatori reduci dalla vittoria del mondiale Under-20 del 1987. Avrebbero potuto vincere l’Europeo del 1960, ma lì s’impose la potente URSS. Potevano sconfiggerci qui, a Roma, negli europei del 1968, ma forse in quel caso è andata meglio così. Il filone sul quale bisognerebbe concentrarsi, quando si parla di questa storia, è il furto che alcuni giocatori hanno subito. Le carriere dei vari MijatovićSavičevićMihajlovićJugovićJokanović, come ricorda quest’ultimo in un’intervista per “The Guardian”, hanno subito uno stop nel contesto della nazionale dal 1992 fino al 1998. La Jugoslavia infatti non ha potuto prendere parte alle qualificazioni dei Mondiali del 1994 e degli Europei del 1996. Cosa che ha impedito a una generazione di calciatori di mostrare il proprio il talento nei maggiori tornei internazionali.

Tutto questo, a causa di eventi e decisioni, per le quali questi calciatori non avevano alcuna colpa e nulla potevano fare per cambiarne il corso. Fatto sta che la nazionale jugoslava ha sempre detto la sua nelle maggiori competizioni internazionali. Certo, è mancata la celebre ciliegina sulla torta. Oggi questa ex nazionale affolla la mente di chi è dotato di una certa sensibilità e predisposizione verso il calcio, quelli che non riescono ad elidere dal calcio il sentimento romantico e nostalgico. Quell’amore incondizionato verso tutte le sfaccettature del gioco più bello del mondo.

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