Napoli-Inter è anche una sfida tra poeti: Maradona di Montieri e Suárez di Bertoni
In questa Maradoneide, Darwin Pastorin racconta Napoli-Inter come una sfida che va oltre il campo e diventa poesia. Maradona e Suárez rivivono nei versi di Gianni Montieri e Alberto Bertoni, dimostrando che il pallone, quando incontra i poeti, torna a essere lingua dell’anima e memoria condivisa.

Napoli e Inter accendono la lotta per lo scudetto, soprattutto dopo il 2-2 di San Siro, con in maradoniana veste lo scozzese McTominay, che quando vede il nerazzurro si scatena, con il Conte furioso e con Chivu che sta dimostrando di essere un allenatore di valore. Una partita bellissima e, per certi versi, struggente, dal sapore antico, un faccia a faccia senza esclusione di colpi, con mirabili giocate e altrettanti funambolici svarioni. Sembrava di essere tornati ai tempi sì belli e sì smarriti, quando il pallone era davvero la meraviglia della nostra giovinezza. In quelle stagioni abbaglianti e poetiche. E con Inter e Napoli il pallone torna, per davvero, a essere poesia. Anche da parte dei poeti veri. La storia della letteratura è strapiena di versi dedicati al Don Balon da parte di poeti tifosi.
Prendiamo il caso di Gianni Montieri cuore azzurro e di Alberto Bertoni sostenitore accanito del Biscione, come Maurizio Cucchi e come lo fu Vittorio Sereni.
Gianni Montieri, nel suo “Ampi margini”, LiberAria Editrice, propone “Quattro canti su un gol di Maradona”. L’apertura è dedicata a “Diego Maradona”, ovviamente:
Ti guardò fisso negli occhi / portiere vecchia volpe / dal talento di ghiaccio / ti guardo sotto il cielo di Milano / ti guardo mentre addormento / la palla sul mio petto / e tolgo il respiro a mezza Italia / ti guardo negli istanti di silenzio / (seguiranno interviste con te / che la racconti e la racconti bene) / la palla addormentata da un sussurro / scivola dolce dal petto al piede / e da lì parte, piccolo / giocattolo verso il bambino / il bambino dal petto alla culla / dal sonno al sogno / dal niente al fondo della rete.
La risposta di Alberto Bertoni (in “Semplici abbandoni”, Giulio Einaudi Editore) porta il nome di Suarez, altro magico 10, nella poesia “Luisito (e Giovanni)”:
Il mio idolo Luisito Suárez / in una delle foto prima di morire / al ristorante Botinero di Milano / assieme all’altro mito / Sandro Mazzola detto Mazzolino / ad anni 87 aveva messo su un faccino / senza baffi ma un po’ troppo appuntito / e grigio, / la mascherina molle attorno al collo, / gli occhi incapaci di decidere / da che parte guardare / se altrove o l’obiettivo, / lui invece così millimetrico e preciso / nei lanci di quaranta metri / a innescare micidiali contropiedi / Io non so se a 87 anni / qualcuno verrà a fotografarmi / al ristorante dei morti / per farmi sentire / l’avventore infimo del titolo / inventato da un altro mio idolo, / il poeta Giovanni Giudici, lui pure / a Milano residente un tempo, / in via Tardino, / e lui pure ingrigito quel minimo, / prima di morire, / sulla bocca la smorfia che implorava / di non lasciarlo solo / nascosto dalla nube / azzurra del suo sigaro / a scandire una fila di memorie / del sottosuolo.
Per me Dieguito è stato il Jorge Luis Borges della pelota. Luisito direi Manuel Vilas.
