Napoli e l’Argentina, parenti prima di Maradona

I botti esplosi dopo la vittoria sull’Inghilterra e la folla metà napoletana e metà argentina ai Quartieri Spagnoli raccontano qualcosa di più profondo del tifo. Diego non ha creato questo legame: gli ha dato un volto, un nome e una maglia.

Articolo di Vincenzo Imperatore16/07/2026

Ieri sera, quando l’Argentina ha rimontato l’Inghilterra negli ultimi minuti conquistando la finale mondiale, a Napoli sono esplosi i botti. Non qualche petardo isolato, ma una sequenza da Capodanno, come se la Selección avesse vinto al Maradona e non dall’altra parte dell’oceano.

Nel centro storico, dai Decumani ai Quartieri Spagnoli, è cominciata una festa collettiva. Nei vicoli intorno a Largo Maradona, temporaneamente interessato dai lavori di restauro, a seguire la partita e poi a festeggiare c’erano probabilmente tanti argentini quanti napoletani. Non una comunità straniera ospitata dalla città, quindi, ma una sola folla, difficile da distinguere per accento, colori e intensità emotiva.

La spiegazione più immediata porta naturalmente a Diego Armando Maradona. È corretta, ma incompleta.

Maradona non ha inventato il rapporto tra Napoli e l’Argentina. Lo ha reso visibile. Ha trasformato una parentela storica e culturale in un vincolo sentimentale, dandole un corpo, una voce e un numero di maglia.

Il rapporto viene da molto più lontano.

Tra Ottocento e Novecento, l’Argentina è stata una delle principali destinazioni dell’emigrazione italiana. Milioni di persone attraversarono l’Atlantico, portando con sé dialetti, ricette, gesti, rituali familiari, mestieri e modi di interpretare la vita. Oggi circa metà della popolazione argentina viene stimata di origine italiana e l’influenza è ancora riconoscibile nella lingua, nell’alimentazione, nella musica e nella cultura popolare.

Tra quegli emigranti c’erano moltissimi meridionali. Non è casuale che in Argentina gli italiani vengano ancora chiamati tanos, abbreviazione derivata da napolitanos: inizialmente indicava i napoletani e poi, per estensione, tutti gli italiani. Una parte dell’Argentina ha dunque imparato a pronunciare l’Italia attraverso Napoli, come spesso è accaduto nel resto del mondo, dove l’identità italiana è stata conosciuta prima attraverso le comunità emigrate che attraverso le istituzioni dello Stato.

Ma la vicinanza tra Napoli e l’Argentina non può essere spiegata soltanto dagli alberi genealogici.

È una vicinanza antropologica.

Napoli e Buenos Aires sono città portuali cresciute attraverso partenze, arrivi e contaminazioni. Sono luoghi nei quali l’identità non è mai completamente pura, ordinata o definitiva. Ogni cultura arrivata è stata assorbita, modificata e restituita in una forma nuova. Persino lo spagnolo parlato sulle rive del Río de la Plata ha incorporato inflessioni, parole e musicalità prodotte dall’incontro con gli immigrati italiani.

Sono società nelle quali le emozioni raramente rimangono private. Il dolore si racconta, la gioia si mette in scena, il lutto diventa rito collettivo e la vittoria viene condivisa anche con chi passa casualmente per strada. Il balcone, il vicolo, il bar e la piazza diventano prolungamenti della casa.

Lo spazio pubblico non serve soltanto per muoversi. Serve per rappresentarsi.

Anche il rapporto con la famiglia presenta somiglianze profonde. La famiglia non è soltanto un legame affettivo, ma una struttura economica, assistenziale e identitaria. È il luogo in cui si cerca lavoro, si raccolgono informazioni, si affrontano le difficoltà e si costruisce una protezione alternativa quando quella delle istituzioni appare lontana o insufficiente.

In entrambe le culture, poi, l’arte di arrangiarsi non nasce da una predisposizione folkloristica, ma dalla necessità di sopravvivere dentro sistemi instabili. L’improvvisazione, la creatività e la capacità di costruire relazioni diventano competenze sociali. Talvolta producono genialità, altre volte disordine. Quasi sempre rappresentano una risposta a condizioni che non si possono controllare.

Napoli e l’Argentina condividono inoltre una particolare grammatica della nostalgia. La canzone napoletana e il tango sono mondi musicali differenti, ma raccontano spesso la stessa distanza: una persona perduta, una casa lasciata, una città che cambia, un amore che non ritorna. È la malinconia di chi sa che ogni appartenenza contiene anche una separazione.

Sono culture capaci di passare in pochi secondi dalla risata alla tragedia, dall’ironia alla commozione, dal sarcasmo alla devozione. Non perché siano incapaci di equilibrio, ma perché non hanno mai accettato l’idea che l’equilibrio debba coincidere con la rimozione delle emozioni.

Dentro questa storia è arrivato Maradona.

Napoli era già culturalmente preparata a comprenderlo. Diego rappresentava il talento proveniente dalla periferia, il corpo giudicato prima ancora di essere conosciuto, l’uomo capace di sfidare il potere e contemporaneamente di essere divorato dalle proprie contraddizioni.

Era argentino, ma parlava una lingua sociale che Napoli conosceva perfettamente.

Per questo la città non lo ha amato soltanto come calciatore. Lo ha riconosciuto. Maradona ha condensato in una sola figura il rapporto tra due mondi che avevano già in comune emigrazione, orgoglio, marginalità, creatività e bisogno di riscatto.

Ridurre tutto a lui, tuttavia, oggi significa non capire ciò che sta accadendo.

Gli argentini che arrivano ai Quartieri Spagnoli non vengono soltanto a visitare il murale di un campione. Compiono una specie di pellegrinaggio familiare. Cercano una città che, attraverso Diego, ha custodito una parte della loro identità e l’ha trasformata in memoria collettiva.

I napoletani che festeggiano la Selección, allo stesso modo, non stanno semplicemente scegliendo una seconda nazionale. Stanno riconoscendo nell’Argentina un’immagine distante e ingrandita di alcune parti di sé: l’esagerazione, la sofferenza, l’orgoglio, la teatralità, il rapporto quasi religioso con il calcio e la capacità di trasformare una partita in un racconto nazionale.

Naturalmente Napoli non è Buenos Aires e gli argentini non sono napoletani trasferiti nell’emisfero australe. L’Argentina è il prodotto anche delle sue componenti spagnole, indigene, africane e delle numerose altre migrazioni che ne hanno costruito la società. Confondere due culture complesse in una cartolina sentimentale sarebbe l’ennesima semplificazione utile soltanto al turismo.

Ma le parentele culturali non richiedono identità perfette. Nascono dal riconoscimento.

I botti esplosi ieri sera non celebravano soltanto una vittoria calcistica. Erano il rumore di questo riconoscimento. Per qualche minuto non esistevano una città ospitante e una comunità ospitata, napoletani da una parte e argentini dall’altra.

Esisteva un’unica festa.

Maradona è stato il ponte più luminoso tra Napoli e l’Argentina. Ma un ponte può essere costruito soltanto quando esistono già due sponde disposte a incontrarsi.

E forse Napoli è l’unica città europea nella quale l’Argentina, quando gioca, non si sente mai completamente in trasferta.

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