Indigniamoci prima
Se l’Iran dovesse restare fuori dai Mondiali per la guerra e qualcuno pensasse di ripescare l’Italia, eventualemente sconfitta ai play off, il Paese delle piazze indignate rischierebbe di trasformarsi in quello dei festeggiamenti. Tra morale proclamata e interessi mediatici, l’ipocrisia potrebbe fare il tifo più forte di tutti. Indigniamoci fin da ora, non quando il tabellone sarà già pronto.

Mettiamo che accada davvero. L’Iran, qualificato sul campo ai Mondiali del 2026, non partecipi alla competizione negli Stati Uniti a causa della guerra e della crisi politica che attraversa il Paese. Una nazionale che resta fuori non per un errore difensivo o per un gol preso al novantesimo, ma perché il mondo intorno a lei si è spezzato.
E mettiamo che, tra le ipotesi di emergenza, qualcuno cominci a fare il nome dell’Italia, sconfitta nei play off, come possibile sostituta.
A quel punto l’Italia diventerebbe il Paese delle due coscienze.
In una piazza si scenderebbe con le bandiere della pace, i cartelli contro la guerra, i post indignati. Si denuncerebbe l’aggressione, si difenderebbe il popolo iraniano, si invocherebbero diritti e dignità. Nell’altra piazza, quasi nello stesso momento, si farebbero i conti con il tabellone del Mondiale. Il girone. Le possibili avversarie. Il calendario delle partite.
Il passaggio dalla tragedia alla speranza sportiva sarebbe rapidissimo.
E qui entrerebbero in scena anche quelli che, di solito, si presentano come le coscienze autorevoli del calcio: editorialisti, commentatori, grandi firme. Gli stessi che spiegano l’etica dello sport, la purezza della competizione, il valore dei principi.
Sarebbe interessante capire quanti di loro avrebbero il coraggio di dire una cosa semplice: un Mondiale non può diventare una conseguenza della guerra. Perché un Mondiale senza Italia significa meno ascolti, meno clic, meno vendite. Un Mondiale con l’Italia significa il contrario.
La morale è splendida finché non entra nel conto economico delle aziende editoriali.
Così potremmo assistere a uno spettacolo curioso: al mattino l’orrore raccontato nei titoli, alla sera l’entusiasmo per la possibilità di una qualificazione inattesa. La tragedia come editoriale. Il Mondiale come fatturato.
Il punto non è il calcio. Il punto è capire se esiste ancora una linea oltre la quale il calcio dovrebbe fermarsi.
Se l’Iran restasse fuori, non sarebbe un’eliminazione sportiva. Sarebbe il segno che una squadra non può giocare perché il suo Paese sta pagando il prezzo della guerra. E allora la domanda sarebbe una sola: si può davvero festeggiare?
Io no. Non riuscirei a tifare Italia in un Mondiale nato così. Non riuscirei a esultare per un gol sapendo che quel posto nel tabellone esiste perché altrove qualcuno sta contando i morti.
Per questo, forse, l’indignazione dovrebbe arrivare prima.
Indigniamoci fin da ora. Non aspettiamo che succeda.
