Massimo Palanca, “Piedino di fata” che incantò Catanzaro

Paquito Catanzaro torna a raccontare i grandi calciatori del meridione. Dopo Pino "Batman" Taglialatela mette la sua lente di ingrandimento su Palanca, l'uomo che fece sognare Catanzaro.

Credit photo by Roberto Talarico (fonte Wikipedia)Credit photo by Roberto Talarico (fonte Wikipedia)
Articolo di Paquito Catanzaro17/09/2025

Se fosse nato dalle parti di Cinecittà sarebbe finito a far l’attore. Non aveva il fisico del divo, ma una zazzera ribelle e, soprattutto, un paio di folti baffi che lo avrebbero reso sufficientemente credibile per interpretare un ruolo in un poliziesco.

Nato invece a Loreto, Massimo Palanca ha scelto di fare il calciatore, anzi l’attaccante.

Scelta sensata se si ha talento e tecnica, ma pure coraggiosa se Madre Natura ti ha messo a disposizione 169 centimetri d’altezza e un piede che calza il 37.

Sta tutta qui, in quella scarpetta sinistra, la storia di un calciatore soprannominato “Piedino di fata”. Uno bravo abbastanza da trasformare un apparente limite fisico nel punto di forza intorno al quale costruire le proprie fortune calcistiche.

Nel calcio contemporaneo, a Palanca sarebbe spettato il ruolo di falso nueve, in quello di metà anni ’70, invece, il compito di annullare qualsiasi riferimento per i terzini avversari e per lo stopper, costretti a rincorrerlo per tutta l’area di rigore, attenti a impedire a questo prestigiatore di compiere qualsiasi numero, compreso il calciare a rete direttamente dal corner. Eccola, la specialità di Palanca: sfruttare il piede piccolo per creare traiettorie impossibili dalla bandierina del calcio d’angolo.

In vent’anni di carriera – tra serie A e leghe dilettantistiche – ben tredici le marcature arrivate in questo modo. Un vero e proprio Guinness World Record che permette a Palanca di passare alla storia in uno dei periodi più impegnativi del calcio italiano: gli anni ’80, infatti, sono un tappeto rosso di fuoriclasse, proveniente da ogni angolo del mondo.

Maradona e Zico dal Sudamerica, Platini dalla Francia, Gullit dai Paesi Bassi, Hagi dalla Romania. Senza dimenticare il calciatore modello Matthaus – meno funambolico ma teutonicamente impeccabile – e l’avvento di Roberto Baggio che muove i primi, talentuosi passi in serie A.

La svolta per Massimo arriva quando approda al Catanzaro, squadra della quale sarebbe diventato l’emblema. Nel suo curriculum: promozioni, salvezze e continue resurrezioni calcistiche. Il tutto facendo leva su un sinistro completamente atipico, di ben due taglie più piccolo di quello appartenuto a Maradona. Prima di affidarsi al Pibe de oro, il Napoli aveva scelto proprio Palanca come attaccante in grado di entusiasmare il pubblico.

Stagione 1981/82, quella che conduce al Mundial spagnolo: il presidente Corrado Ferlaino stacca un assegno da un miliardo e trecentocinquanta milioni (al quale va aggiunto il 50% del cartellino di Cascione) per affidare a Marchesi questo funambolo coi ricci e i baffi alla Maurizio Merli.

Ruud Krol è il leader di una squadra che vede in Oscar Damiani il calciatore esperto e in Pellegrini III l’affidabile centravanti. Palanca è l’elemento destabilizzante per le difese avversarie: veloce, sgusciante e soprattutto pericoloso, con quel sinistro piccolo e letale.

Fa del suo meglio, Massimo, per ambientarsi in una realtà calorosa ma esigente. È un professionista impeccabile, ma pare pagare lo scotto di chi compie il grande salto. Che abbia commesso un errore ad accettare questa sfida?

Il confronto col recente passato arriva già alla prima giornata davanti a oltre sessantamila spettatori. Un salomonico 1-1 nel quale Palanca resta ai margini. Succederà più o meno lo stesso per l’intera stagione. Nonostante sole, mare e calore del pubblico, Piedino di fata pare privato di quella magia che ha trovato a Catanzaro.

È lì che tornerà cinque anni dopo per chiudere la carriera, dispensando esperienza e colpi di genio. Un palcoscenico più piccolo ma oltremodo accogliente per uno che, fin dall’inizio della carriera, sapeva di non esser destinato al ruolo del protagonista. Era un interprete di nicchia per palati sopraffini e per spettatori abitudinari.

A due passi dal Golfo di Squillace, Massimo Palanca è diventato prima un idolo, poi cittadino onorario per meriti sportivi.

Se fosse nato a Cinecittà avrebbe concluso la carriera facendo la comparsa in qualche film di Fellini o magari di Scorsese. Invece aveva scelto quella di calciatore, arrivando a meritarsi l’appellativo di Piedino di fata.

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